Secondo la stampa “liberal” americana, quella che la Camera dei Rappresentanti di Washington ha approvato martedì (“PRO Act”) sarebbe una riforma in grado di rafforzare i diritti dei lavoratori USA in una maniera mai vista dai tempi del New Deal rooseveltiano. Il tono quasi trionfale riservato all’iniziativa è tuttavia a dir poco esagerato, ma, se anche fosse giustificato, la celebrazione della presunta nuova era che si prospetta per la “working-class” americana omette o, per lo meno, minimizza un dettaglio fondamentale, che la riforma stessa non ha una sola possibilità di diventare legge degli Stati Uniti.

 

In primo luogo, il provvedimento, come conferma anche il titolo (“Protecting the Right to Organize Act”), offre solo in apparenza un percorso per il miglioramento dei diritti del lavoro, mentre il suo vero obiettivo è quello di fornire ossigeno ai sindacati. Alla luce dell’involuzione di queste ultime organizzazioni, le due questioni non coincidono o coincidono solo raramente, anche se il Partito Democratico e i media che lo sostengono cercano di promuovere la tesi di un allineamento perfetto dei rispettivi interessi.

La legge è stata licenziata dalla Camera con 225 voti a favore, di cui 5 di deputati repubblicani, e 206 contrari. I punti più importanti riguardano appunto misure che intendono facilitare la sindacalizzazione della forza lavoro e ostacolare i metodi anti-sindacali dei datori di lavoro. Nel mirino della riforma ci sono in particolare le leggi sul cosiddetto “diritto al lavoro” che in molti stati le amministrazioni locali repubblicane hanno introdotto negli ultimi anni. Queste leggi impediscono in genere ai sindacati di raccogliere quote in denaro anche tra i lavoratori non iscritti ma che hanno beneficiato delle contrattazioni collettive. Misure di questo genere trovano talvolta il sostegno degli stessi lavoratori, i quali vedono come illegittimo il prelievo sugli stipendi da versare a organizzazioni che poco o nulla fanno per i loro interessi.

In buona parte per gonfiare le entrate dei sindacati è anche un’altra disposizione di rilievo del “PRO Act”. Per compagnie come “Uber” o “Lyft” sarà cioè più difficile classificare i propri dipendenti come collaboratori autonomi. Anche se apparentemente positivo, il cambiamento nella definizione dei lavoratori sarebbe in gran parte limitato alle questioni relative alla sindacalizzazione del personale. Essendo considerati dipendenti, questi lavoratori potrebbero aderire a un sindacato, e versare le rispettive quote, ma per tutti gli altri aspetti (assicurazione, welfare, straordinari, licenziamenti) resterebbe a disposizione delle compagnie la classificazione di lavoratore “freelance”.

Qualche disposizione autenticamente favorevole alle lotte dei lavoratori è in realtà presente nella legge in discussione, ma è molto probabile che, nel caso dovesse essere approvata definitivamente, queste ultime verrebbero stralciate dal testo finale. Quelle più significative comportano l’abolizione di alcune norme introdotte dalla legge anti-sindacale “Taft-Hartley” del 1947, come il divieto dei cosiddetti “boicottaggi secondari”, ovvero scioperi indetti in appoggio di altri settori industriali in mobilitazione, e la proibizione fatta alle aziende di sostituire in modo permanente i lavoratori in sciopero.

La legge si propone inoltre di assegnare agli organi federali deputati alla risoluzione delle dispute tra lavoratori e aziende gli strumenti legislativi e sanzionatori necessari a svolgere le loro funzioni. L’accertamento dell’applicazione del diritto del lavoro spetta negli USA in particolare al National Labor Relations Board, il cui ruolo è stato però negli anni progressivamente svuotato dalle amministrazioni che si sono succedute a Washington, soprattutto quelle repubblicane.

La nuova legge evidenzia piuttosto chiaramente l’obiettivo generale di inquadrare i lavoratori americani in un sistema di relazioni e regole definite da un lato dalle organizzazioni sindacali e, dall’altro, dalle apposite agenzie federali. In questo modo, si intende contrastare qualsiasi spinta centrifuga che possa sfociare in una mobilitazione indipendente dei lavoratori americani o, comunque, svincolata dagli ultra-compromessi sindacati tradizionali.

L’ipotesi non è del tutto inverosimile se si pensa al discredito dei sindacati, la cui quota di iscritti è crollata sensibilmente negli ultimi decenni. In questo senso, i segnali dell’inquietudine dei lavoratori americani sono stati numerosi in questi anni, dalle resistenze alla ratifica dei contratti collettivi negoziati dai sindacati con i giganti dell’auto all’ondata di scioperi degli insegnanti tra il 2018 e il 2019, fino alle proteste spontanee della scorsa primavera per chiedere la chiusura delle fabbriche non essenziali durante la prima fase della pandemia.

I sindacati che il “PRO Act” vorrebbe rafforzare svolgono dunque un ruolo fondamentale, soprattutto agli occhi del Partito Democratico americano. Queste organizzazioni garantiscono, negli USA come altrove, il contenimento delle tensioni e delle rivendicazioni sociali, in primo luogo attraverso l’isolamento delle singole battaglie dei lavoratori. I sindacati rappresentano poi un serbatoio di voti per i democratici, anche se sempre meno consistente, e una fonte di finanziamento elettorale per questo stesso partito.

Non è dunque una sorpresa che una delle due principali fazioni della classe politica americana abbia fatto propria la campagna per l’approvazione di una nuova legge sul diritto del lavoro, nonostante risponda in maniera pressoché esclusiva a interessi diametralmente opposti. Sull’altro fronte, in linea di massima i repubblicani tendono invece a favorire politiche più apertamente classiste, cercando di liquidare del tutto ogni forma di organizzazione dei lavoratori.

Come spiegato all’inizio, malgrado il rilievo dato all’approvazione alla camera del “PRO Act”, non ci sono chance che la legge possa entrare in vigore. Per via di una norma procedurale anti-democratica, la proposta dovrebbe ottenere 60 voti al Senato per essere approvata in via definitiva. I democratici dispongono di appena 50 seggi e, oltre a non essere unanimemente favorevoli al provvedimento nemmeno i loro senatori, le possibilità di incassare voti repubblicani sufficienti ad approvarlo sono pari a zero.

Il vicolo cieco della “riforma” del lavoro è emblematica della strategia del Partito Democratico e dell’amministrazione Biden. Questa legge era stata ampiamente propagandata durante la campagna elettorale, assieme ad altre iniziative progressiste come il già defunto aumento del salario minimo federale a 15 dollari l’ora. Una volta vinte le elezioni, le misure più “radicali”, quanto meno per gli standard americani odierni, sono state messe da parte o sono oggetto di discussioni e votazioni alla Camera dei Rappresentanti, dove per approvare qualsiasi legge basta una maggioranza semplice.

L’insabbiamento ha luogo poi quasi sempre al Senato, dove il già citato ostacolo procedurale (“filibuster”) viene indicato come un muro insormontabile in assenza di una supermaggioranza da parte dei democratici. Questa regola dei 60 voti per far passare leggi che non hanno implicazioni con il bilancio federale non è tuttavia immutabile e potrebbe essere cancellata con un voto a maggioranza semplice.

Ciò che manca è piuttosto la volontà politica da parte di un partito, come quello democratico, che, vista la sua natura e gli interessi che rappresenta, in un frangente storico segnato dalla crisi del capitalismo e dalla crescente competizione per i mercati internazionali non è in grado di offrire o garantire nulla di genuinamente progressista ai lavoratori americani.

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