Il comportamento della Turchia sul fronte siriano appare sempre più intrecciato alle dinamiche dei rapporti con le due potenze attorno alle quali stanno evolvendo le priorità strategiche di Ankara, ovvero Russia e Stati Uniti. Le decisioni di Erdogan continuano ad alternare messaggi indirizzati di volta in volta a Mosca e a Washington che, in ultima analisi, rivelano un conflitto di fondo sugli indirizzi fondamentali di una politica estera tutt’altro che risolta, ostaggio delle contraddizioni e delle ambizioni in larga misura sfumate dello stesso presidente turco.

 

Il nodo centrale del dilemma siriano di Erdogan è rappresentato dalla presenza oltre il confine sud-orientale delle milizie curde (YPG), utilizzate dagli USA come partner locale per garantirsi il controllo (illegale) su una porzione importate del territorio del paese in guerra dal 2011. Il persistere di quella che Ankara considera come una minaccia alla propria sicurezza, se non addirittura alla propria sovranità, comporta ripetuti episodi in cui la situazione si avvicina al punto di rottura, come è più volte accaduto negli ultimi anni.

Uno di questi momenti potrebbe non essere molto lontano, almeno a giudicare dalla minaccia di Erdogan di ordinare una nuova operazione militare oltre il confine siriano. Settimana scorsa, il presidente turco aveva prospettato un’iniziativa di questo genere in risposta a un attacco contro una pattuglia delle proprie forze speciali, attribuito alle milizie curde e che aveva provocato la morte di due soldati di Ankara.

Al di là dei toni come di consueto piuttosto accesi di Erdogan, lo scenario è tuttavia più complesso e, secondo alcuni osservatori, le sue parole andrebbero messe in relazione al quadro più ampio della situazione in Siria e delle relazioni con Russia e Stati Uniti. Per fare maggiore luce su questo punto è utile ricordare alcuni altri eventi registrate nelle ultime settimane che a loro volta testimoniano della natura irrisolta della crisi siriana, con conseguenze particolarmente sgradite al governo turco.

Il primo è il vertice di Sochi del 29 settembre scorso tra Erdogan e Putin. Della discussione erano emersi pochissimi o nessun dettaglio concreto, così che le ipotesi circolate sulla stampa internazionale erano state le più disparate. In relazione ai fatti di questi giorni, qualcuno ha ad esempio ipotizzato che i due leader abbiano parlato di una soluzione condivisa per la Siria, una sorta di accordo per sbloccare lo stallo della mancata implementazione delle condizioni previste dal meccanismo di “Astana”, soprattutto da parte della Turchia.

In questo quadro, per semplificare, Erdogan avrebbe potuto ricevere il via libera a un nuovo intervento in Siria, forse di natura limitata per rimuovere la minaccia curda in alcune aree controllate dalla Russia, in cambio di un maggiore impegno nel nord-ovest del paese contro le forze jihadiste legate ad Ankara. Il riferimento in quest’ultimo caso va allo sgombero di questi gruppi armati dell’arteria stradale che collega Aleppo alla città costiera di Latakia o, più in generale, al disarmo o alla neutralizzazione dei fondamentalisti che controllano in buona parte la provincia di Idlib, verso cui l’impazienza di Putin e Assad appare sempre più evidente.

Allo stesso tempo, il problema curdo per Erdogan non ha soluzione senza l’assenso americano. Se ciò corrisponde a verità, la recente dichiarazione dell’amministrazione Biden sulla Siria è sembrata fissare dei paletti ben precisi alle ambizioni di Ankara. Da Washington è arrivato un avvertimento alla Turchia ad astenersi da ordinare un’offensiva militare nel nord-est della Siria, poiché un’operazione simile “metterebbe a rischio la campagna contro lo Stato Islamico” (ISIS) e “la pace, la sicurezza e la stabilità della regione”. La dichiarazione definisce inoltre le azioni del governo turco, cioè un alleato NATO, come “un’insolita e straordinaria minaccia alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”.

Le durissime parole provenienti da Washington servono appunto a scoraggiare un nuovo intervento militare turco in Siria e, a un livello più ampio, a ribadire che gli USA non hanno alcuna intenzione di abbandonare le aree controllate dalle forze curde né a far mancare il loro appoggio a queste ultime. Dal momento che la minaccia dell’ISIS risulta ormai ridimensionata e che, in ogni caso, le sole formazioni curde non sarebbero sufficienti a contrastarla, la presa di posizione americana sul ruolo della Turchia rappresenta però molto probabilmente un messaggio di più vasta portata circa l’insoddisfazione per il comportamento di Ankara. In primo luogo, per il ripetuto flirtare di Erdogan con la Russia di Putin.

Il presidente turco, da parte sua, è ormai solito portare lo stato dei rapporti bilaterali con Washington verso un’escalation, per poi fare marcia indietro. Lo stesso è accaduto dopo il recente annuncio di voler acquistare un secondo lotto del sistema di difesa anti-aereo russo S-400, già oggetto di un gravissimo scontro con gli USA, e la risposta stizzita del ministro degli Esteri Cavusoglu all’espressione di solidarietà manifestata dal dipartimento di Stato americano al già ricordato attacco curdo contro una pattuglia di militari di Ankara.

L’agenzia di stampa Reuters ha infatti scritto che la Turchia aveva sondato gli Stati Uniti per il possibile acquisto di 40 caccia F-16 e di 80 “pacchetti” di equipaggiamenti per la modernizzazione della propria flotta di aerei da guerra. Nel fine settimana, Erdogan è tornato sulla notizia, sostenendo che sarebbe stata l’amministrazione Biden a fare questa proposta, dopo che il governo turco riteneva di avere diritto a ricevere una contropartita per il pagamento di 1,4 miliardi di dollari inizialmente destinati alla fornitura di jet F-35. La Turchia era stata espulsa dal programma multilaterale per la produzione di questi ultimi aerei da combattimento proprio a causa dell’acquisto del sistema S-400 russo.

In molti hanno fatto notare come sia improbabile che il Congresso americano dia il via libera alla vendita di F-16 in un frangente in cui i rapporti tra USA e Turchia sono al livello più basso dal dopoguerra a oggi. Erdogan potrebbe perciò aver tentato una mossa distensiva nei confronti della Casa Bianca per ammorbidire Washington in previsione di una possibile operazione militare in Siria. È più probabile tuttavia che l’uscita di Erdogan punti a far leva su Putin e a estrarre condizioni favorevoli in caso di intesa sulla situazione in Siria.

In sostanza, questi ultimi sviluppi delineano ancora una volta un quadro in cui la Turchia è costretta a destreggiarsi tra i vecchi alleati in Occidente e la nuova partnership con la Russia per conservare la propria influenza sulla Siria, dove appare sempre più chiaro che la scommessa di saltare sul carro del cambio di regime a Damasco risulta ormai persa. Nell’attesa di uno scioglimento delle contraddizioni della politica estera turca dell’ultimo decennio, Erdogan sembra essere a corto di opzioni che gli permettano di evitare un fallimento più o meno pesante.

Come ha riassunto efficacemente l’analista turca Tulin Daloglu qualche giorno fa sulla pubblicazione on-line The Cradle, se Erdogan dovesse muoversi verso gli Stati Uniti resterebbe “incastrato con alleati scomodi che appoggiano militarmente i suoi nemici più agguerriti”, ovvero i curdi. D’altro canto, se optasse per la Russia e, di conseguenza, per il ristabilimento dei rapporti con Assad, anche se dovesse profilarsi un allentamento della minaccia curda, vedrebbe svanire del tutto “le speranze di ottenere conquiste territoriali in Siria”.

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