Se il buongiorno si vede dal mattino, il percorso della UE verso il price cap sugli idrocarburi appare tortuoso. Ipotizzare una lettura unitaria per 27 paesi, con 27 diverse realtà energetiche, solo sulla base di un moto politico, è poco credibile. La proposta italiana di estendere il price cap a tutti i fornitori, indipendentemente dalla nazionalità, è seguita da altri quattro Paesi, mentre tre ritengono vada applicata solo al gas russo (ma così sarebbe un’ulteriore sanzione alla Russia, non una politica di risparmio energetico). L’unanimità necessaria non c’è, si rimanda alla riunione di metà Ottobre. Se doveva essere dimostrazione di risolutezza ed unità, per ora è segnale di debolezza e frammentazione.

Il price cap non funzionerà perché sulle risorse strategiche nessun blocco può determinare le regole per il mondo intero. E’ probabile che alla Ué la dipendenza dagli USA faccia ritenere di poter imporre decisioni, stabilire prezzi, decidere rotte e sanzionare disobbedienze; la realtà vede invece una Europa che non ha prestigio internazionale, peso sui mercati e incidenza sugli stati extra-Ue.

L’Opec+Russia considera la decisione del G7 sul prezzo degli idrocarburi una invasione di campo, il tentativo di muovere politicamente a sua convenienza i paesi produttori. Risposta? Taglio della produzione di 100.000 barili al giorno per mantenere il prezzo: il contrario di quanto voluto da Biden che, meno di un mese fa, a Ryad, aveva chiesto all’Arabia Saudita di incrementare la produzione per ridurre l’influenza del petrolio russo sul mercato globale.

Per i russi la risposta è stata annunciata da Putin nel vertice di Vladivostok: “Pice cap? si tratterebbe di una decisione assolutamente stupida. Non forniremo nulla se ciò sarà contrario ai nostri interessi - ha detto Putin - niente gas, niente petrolio, niente carbone, niente olio combustibile, nulla".

L’Europa é convinta di mettere nell’angolo Mosca, ma dimentica che una parte della sua crescita economica era dovuta all’assenza di investimenti se non sulle rinnovabili, perché acquistava gas a prezzi al di sotto del valore di mercato e nella quantità più che sufficiente al suo sostentamento e i suoi piani di sviluppo industriali. Quanto alla Russia, la diversificazione della vendita degli idrocarburi - e conseguente parziale sterilizzazione delle sanzioni - è ormai un fatto.

Quando Mosca interromperà le forniture, la UE sarà obbligata a rivolgersi al gas liquido statunitense al costo maggiorato del 55% e per volumi limitati. La quota che potrà essere acquisita sul mercato internazionale da altri fornitori, avrà un costo del 25% in più di quello russo e, tutte insieme, non copriranno comunque il necessario.

La Norvegia, principale produttore europeo, ha contratti vincolanti con la Germania, che a sua volta dovrà indirizzare i suoi sforzi verso Est e non potrà favorire gli altri partners europei. La Francia si dice pronta a sostenere la domanda di Berlino ma non sarà comunque sufficiente per l’economia tedesca. Inizierà dunque un processo di cannibalizzazione interno alla UE che vedrà Italia e Grecia in ginocchio e Spagna e Portogallo in serie difficoltà.

 

Crisi alimentare? Di chi?

A Vladivostok Putin, per il quale “la Russia non ha iniziato la guerra in Ucraina, ma sta cercando di portare a termine ciò che è iniziato nel 2014”, ha colto l’occasione per smascherare una ulteriore narrazione falsificata sul conflitto in Ucraina, riferendosi ai riflessi sulla crisi alimentare. Secondo Putin, 345 milioni di persone nel mondo sono in una situazione di insicurezza alimentare, 2,5 volte di più rispetto al 2019.

La crisi alimentare per alcune settimane era stata posta all’attenzione generale dal mainstream atlantista, con la NATO che chiedeva di far uscire da Odessa (il cui porto era stato minato da Kiev) le navi ucraine contenenti grano. Mosca, con la mediazione di Ankara, ha permesso alle navi ucraine di uscire, ma le cose sono andate in modo ben diverso da come annunciate.

La prima bugia è che il grano fosse ucraino: sono statunitensi le major alimentari che lo posseggono. La seconda è la destinazione: falso che fossero indirizzate ai paesi africani, il grano è andato in Europa. Sono state caricate con grano solo due navi su 87. Sono state esportate solo 60.000 tonnellate di cibo su 2 milioni di tonnellate di merci. Solo il 3% del grano viene inviato ai paesi in via di sviluppo. Putin ha annunciato che parlerà con Erdogan per decidere le misure necessarie e il premier turco ha ricordato il ruolo di mediatore assunto da Ankara, mentre "l'Occidente ha adottato una politica provocatoria nei confronti della Russia".

 

Il vertice di Samarcanda

Più atteso del vertice dei ministri degli esteri europei, si annuncia quello di Samarcanda del 15 e 16 Settembre. La mitica oasi di Tamerlano, tappa fondamentale dell’antica Via della Seta, ospiterà il Vertice dello SCO (Shangai Cooperation Organization) che è un foro di dialogo tra otto paesi: Cina, Russia, India, Pakistan, Kazakhstan, Kyrgyztan, Tajikistan e Uzbekistan. Proprio qui, nel 2013, Xi Jinping parlò per la prima volta del “Yi dai yi lu” - una cintura una strada - che sarebbe poi diventato la Belt and Road Initiative.

La democratizzazione dell’economia internazionale e la cooperazione multipla saranno i temi all’ordine del giorno della riunione, dove ci saranno sia Putin che Xi. Per il presidente cinese è la prima missione all’estero dal Gennaio 2020, quando scoppiò la pandemia di Covid. Arriverà dopo due tappe in Kazakhstan e Uzbekistan e vedrà Putin per la prima volta dall’inizio del conflitto in Ucraina.

Alcuni osservatori internazionali assegnano a questo incontro un valore di test sulla solidità delle relazioni tra Mosca e Pechino, ipotizzando che quest’ultima possa nutrire dubbi e contrarietà circa l’opportunità dell’operazione in Ucraina. Ma queste tesi appaiono speranze più che analisi. Le provocazioni USA su Taiwan e l’escalation militare della Nato in Ucraina, rafforzano ed ampliano le aree di collaborazione politica e militare tra Mosca e Pechino. Un quadro globale nuovo, significativamente modificatosi in Europa e in Asia, la solidità del dialogo politico, l’approfondimento dell’accordo di cooperazione militare e lo stato delle relazioni tra i due paesi, saranno tra gli argomenti dell’incontro, destinato anche ad inviare un messaggio forte e chiaro a Washington e Bruxelles.

L’aggressività USA, che dall’Est Europa fino all’Asia scatena destabilizzazioni, guerre economiche e finanziarie e provocazioni militari, indica la preoccupazione della Casa Bianca, pronta ad un conflitto globale per non rinunciare al suo dominio assoluto sul pianeta e rimodularne la governance generale con le altre potenze mondiali e regionali. Per fronteggiare questo quadro, pericoloso come mai prima, è ovvio che vada aggiornata la cooperazione militare tra Mosca e Pechino, frutto e non genesi dell’intesa politica generale sui temi globali a partire dal multilateralismo e dalla fine dell’epoca del dominio planetario del globalismo occidentale.

I rapporti tra i due giganti sono eccellenti e ciò ben oltre l’amicizia personale tra Xi e Putin. L’incremento di scambi commerciali e finanziari hanno aumentato la reciproca interdipendenza tra i due giganti. L’aumento delle forniture di idrocarburi russi alla Cina e l’annuncio dell’accordo tra Russia e Mongolia per un nuovo gasdotto che fornirà Pechino, conforta Xi, attento all’isteria statunitense ed al servilismo europeo che giocano alla disperata con i delicatissimi equilibri militari, finanziari e politici globali.

La Cina, del resto, con il 20% della popolazione mondiale, ha appena il 7% del terreno arabile del pianeta; ha bisogno di alimenti e cibo per sostenere la sua crescita e le tensioni sulla scena internazionale rischiano di diventare un problema di sicurezza nazionale. Per questo, per fronteggiare le attitudini provocatorie degli USA, sta accaparrando enormi quantità di prodotti alimentari sui mercati mondiali, anche a fronte degli alluvioni e della siccità che hanno colpito alcune regioni della Cina e la determinazione ad accumulare scorte è aumentata. Secondo il dipartimento dell’Agricoltura USA, nel 2023 nei silos del gigante asiatico ci saranno il 65% del mais mondiale e il 53% dello stock globale di grano. Sotto questo aspetto gli idrocarburi russi, come i cereali, sono di fondamentale importanza per il gigante asiatico.

Mosca, dal canto suo, oltre ad avere un mercato enorme quale destinatario del suo export di materie prime, ha nell’alleanza con Pechino la consapevolezza di avere le spalle coperte ad Oriente e i rispettivi interessi in Africa saldano ulteriormente il disegno strategico che punta a rafforzare le rispettive influenze sul piano globale.

Il vertice SCO sarà una occasione di confronto politico in linea con un progetto condiviso di democratizzazione dell’economia mondiale, già fortemente presente nell’agenda dei paesi BRICS (ai quali la settimana scorsa l’Argentina ha fatto richiesta a Pechino di poter aderire). Ma la crescita di una idea di sviluppo sostenibile per tutti non può eludere il tema della riduzione dell’influenza nefasta e predatoria dell’ordine unico a guida statunitense. Per dirla con Putin, "il mondo non dovrebbe basarsi sui dettami di un Paese, che si immagina di essere il rappresentante del Signore Dio sulla Terra”.

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