di Nena News 

Roma, 4 maggio 2011. E’ in corso al Cairo, alla presenza del presidente dell’Anp Abu Mazen e del leader di Hamas Khaled Mashaal, la firma dell’accordo di riconciliazione tra Fatah e il movimento islamico. Alla cerimonia partecipano anche il ministro degli esteri egiziano Nabil el Arabi (che ha mediato l’intesa), il Segretario generale della Lega araba Amr Musa, rappresentanti di vari paesi arabi e tre deputati arabo israeliani (palestinesi con cittadinanza israeliana). In mattinata difficoltà sorte intorno alla politica estera del futuro esecutivo palestinese e al ruolo di Abu Mazen negli eventuali negoziati con Israele, avevano rischiato di far saltare tutto all’ultimo istante. Poi i contrasti sono rientrati.

L’intesa, sottoscritta ieri sera anche dalle altre formazioni politiche palestinesi, mette fine a quattro anni di contrasti violenti tra Fatah e Hamas e, più di tutto, alla separazione amministrativa tra i territori di Cisgiordania e Gaza. E’ prevista ora la formazione di un governo tecnico incaricato di preparare le elezioni presidenziali e politiche che si terranno entro un anno e il rinnovo del Consiglio nazionale palestinese (Cnp, che rappresenta tutti i palestinesi, anche quelli nei campi profughi all’estero, e nel quale entreranno deputati di Hamas), ossia il Parlamento dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp).

Grande l’euforia in casa palestinese. Almeno 1.500 persone hanno partecipato a una manifestazione a Gaza in sostegno all’accordo. Per la prima volta dopo quattro anni le bandiere gialle di Fatah hanno sventolato insieme a quelle verdi di Hamas e  alla manifestazione hanno preso parte sia deputati di Hamas che di Fatah.

Israele legge nell’accordo tra Fatah e Hamas un rafforzamento del movimento islamico e dalla sua parte si sono subito schierati gli Stati Uniti, affermando che qualsiasi governo palestinese, con Hamas al suo interno, dovrà riconoscere l’esistenza dello Stato ebraico. L’ex ministro degli esteri palestinese Nabil Shaath ha definito questa richiesta «priva di senso» e «irrealizzabile» di fronte alla posizione contraria espressa in più occasioni da Hamas, anche in questi ultimi giorni. Da parte sua il premier israeliano Netanyahu si prepara a chiedere agli europei il boicottaggio del futuro esecutivo palestinese.

Una mossa contestata da Abu Mazen e dai vertici di Fatah, che l’hanno giudicata una grave interferenza nelle questioni interne palestinesi. Netanyahu ha anche rivolto un appello ad Abu Mazen a non riconciliarsi con Hamas. L’esercito israeliano inoltre ha arrestato Ali Rumanin, un deputato del movimento islamico, a Gerico, rilasciato lo scorso ottobre dopo aver trascorso più di quattro anni in carcere. Il suo arresto porta a otto il numero di deputati di Hamas detenuti dall’esercito israeliano negli ultimi sei mesi.

L’accordo che le due principali formazioni politiche palestinesi firmeranno oggi al Cairo prevede una serie di intese di massima. Rimangono perciò da sciogliere una serie di nodi centrali: l’identità del nuovo premier (Hamas lo vorrebbe di Gaza); la riunificazione degli apparati di sicurezza e l’ingresso di Hamas nell’Olp. Il primo passo però è la costituzione di un governo unitario, composto da tecnocrati e senza affiliazione politica che dovrà condurre i palestinesi alla seduta dell’Assemblea Generale dell’Onu in cui a settembre Abu Mazen dovrebbe proclamare lo Statoindipendente di Palestina.

Ieri il capodelegazione di Fatah al Cairo, Azzam al Ahmad, ha spiegato che le relazioni estere dell’Anp ed eventuali negoziati con Israele resteranno prerogativa esclusiva di Abu Mazen, in quanto leader dell’Olp. Hamas da parte sua si sarebbe impegnato a cessare ogni attività armata contro Israele anche se il vice ministro degli esteri, Ghazi Hamad, ha spiegato che non esiste nell’accordo un articolo preciso su questo punto.

Se Israele e gli Stati Uniti sono pronti a boicottare il futuro esecutivo palestinese, Abu Mazen e Mashaal credono che l’Europa sia più flessibile nei riguardi della svolta politica avvenuta nei Territori Occupati. Se Italia, Olanda e Repubblica Ceca, i principali amici di Israele nell’Ue, sono per la linea dura, altri paesi come Francia e Spagna invece sono più aperti ad una possibile collaborazione.

 

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