di Sara Nicoli

La classe politica italiana come una casta, distratta dai propri privilegi e a tal punto scollata dal sentire del Paese da correre il rischio di essere “travolta”, come nel ’92, da un qualcosa di simile a Tangentopoli, tuttavia ben più difficile da governare e dalle conseguenze incerte. E’ Massimo D’Alema, in una lunga intervista al Corriere della Sera a lanciare un “allarme” direttamente dal Palazzo, che si sente “assediato” dal costante venir meno del consenso, ma non sa come uscirne. O, forse, non lo vuole affatto. Perché ormai non sfugge più a nessuno dei suoi più acuti inquilini, che la “sfiducia” dei cittadini nei confronti della politica ha raggiunto livelli sconcertanti, che rendono sempre più debole in governo perché è “debole – sostiene D’Alema _ il messaggio al Paese”. “L’esecutivo ha il problema drammatico – svela il ministro degli Esteri e vicepremier - che i suoi risultati sono oscurati dalla crisi del sistema politico, dal prevalere del chiacchiericcio e delle litigiosità autoreferenziali. Tra l’altro, tutto perde di significato quando uno protesta non per quello che dice di contestare, ma perché è preoccupato per la legge elettorale”. Un sistema sull’orlo del baratro che sta per implodere sotto dei numeri impressionanti, quelli che compongono il ritratto della società politica nazionale quindici anni dopo Tangentopoli. E che sono arrivati, dalle colonne dei giornali, come un pugno nello stomaco del cittadino contribuente, sempre più povero e sempre più incredulo davanti ad un popolo di eletti (179.485 persone) pagate uno sproposito seppur palesemente inadeguate alla soluzione di quelle che sono le reali emergenze del Paese. Fa male sapere che il costo della Presidenza della Repubblica è quattro volte quello della Corona britannica, che i parlamentari europei dell’Italia sono di parecchio i meglio pagati dell’UE, che esiste nel Paese una legione di consulenti generosamente retribuiti, che esistono aziende create per dare una collocazione agli scarti della politica e che i rimborsi elettorali hanno largamente annullato gli effetti auspicati dal referendum del 1993 con cui venne abolito il finanziamento pubblico ai partiti. E indigna ancor più vedere che questa stessa classe politica ufficialmente parla di solidarietà, socialità, equità e risanamento dei conti pubblici, ma si contraddice comportandosi come un corpo separato e finanziariamente irresponsabile. Si accapiglia sul problema delle pensioni dei suoi connazionali, ma non esita ad approvare per sé il migliore dei sistemi previdenziali possibili.

E’ un Palazzo d’Inverno che, accusa Sergio Romano sempre dalle colonne del Corriere “si divide su tutte le questioni di interesse nazionale, ma diventa, quando sono in gioco i suoi interessi, un partito unico. Se interpellato e rimproverato, questo partito unico parla di “costi della politica”, una espressione che contiene implicitamente un alibi. Si vorrebbe che il Paese continuasse a credere nella favola autoassolutoria della democrazia necessariamente costosa in cui ogni soldo dato alla politica è speso per la libertà”. Ovviamente la libertà non c’entra nulla. Anzi, è proprio la libertà a correre il pericolo più grave perché il fronte dei politici e dei loro clienti farà di tutto per rendere complesso l’iter di qualsivoglia legge di riforma istituzionale di cui il Paese – come ha sottolineato anche D’Alema – ha disperato bisogno per uscire dalle sabbie dell’immobilismo politico ed economico.

Quale privilegiato al mondo si batterebbe per una serie di riforme che metterebbero definitivamente a repentaglio le proprie rendite di posizione? Nessuno. Men che meno l’attuale classe dirigente del Paese, una pletora di debuttanti assoluti piovuti nella stanza dei bottoni grazie alla più rozza legge elettorale della storia Repubblicana. E che farà di tutto, ma davvero di tutto, per restare inchiodata alle poltrone infischiandosene bellamente del declino del resto d’Italia.

L’assenza di credibilità della politica sta dunque facendo crescere nella società civile una palpabile onda di marea di malessere e indignazione, umori molto simili, se non addirittura più marcati, di quelli che anticiparono lo show down del ’93. Ma che stavolta, visto il precedente, rischiano di mettere seriamente a repentaglio la democrazia italiana così come la conosciamo adesso. I segnali ci sono tutti, dal più banale al più eclatante, dall’ingestibilità dell’emergenza sanitaria a Napoli agli attacchi sempre più pesanti alla Rai, passando per un’università e una scuola che cascano a pezzi e al livello di tassazione più alto d’Europa, per arrivare all’assenza pressoché totale della certezza del diritto, della giustizia e della legalità.

Si tratta di vero e proprio arretramento sostanziale delle difese democratiche di un Paese che questa classe politica consente in nome del mantenimento dei propri privilegi. Senza scomodare pagine fondamentali della storia politica d’Europa, sarebbe bene ricordare che situazioni come queste non hanno mai sfociato in qualcosa di positivo, a meno di un’improvvisa svolta che rimetta al centro dell’azione di governo i problemi del Paese, facendo apparire il volto della politica meno lontano, ostile e distante. Al momento, tuttavia, non si intravedono segnali in questo senso, né progetti o idee da parte del ceto politico che pure dovrebbe essere deputato a offrirne. C’è di che preoccuparsi.


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