di Fabrizio Casari

Con occhiali neri, abiti scuri e auricolari bianchi sono entrati in centocinquanta e hanno occupato un intero palazzo in Via Nazionale, nel pieno centro di Roma. Sono agenti del Servizio Segreto statunitense, deputati alla scorta del Presidente Bush, scesi da quarantadue automobili blindate. A costoro si aggiungono i tiratori scelti, gli aerei da combattimento F-16 e da ricognizione, gli elicotteri di scorta del 15° stormo per garantire un volo sereno all’Air Force One e Air Force Two. Sotto, la città è blindata: persone, strade, parchi e cassonetti sono ispezionati alla ricerca della qualunque. Sembra di assistere ad un reality dal titolo incerto, tra sospetti, fastidi, polemiche e minacce. Quelli scesi a Via Nazionale sono insomma solo l’avanguardia di un esercito di diecimila uomini, tra americani e italiani, a cui si aggiungono cinquecento vigili urbani. Neanche fosse Baghdad. Sorveglieranno passeggiate, incontri e sorrisi di circostanza del mandarino statunitense in viaggio nella colonia d’oltreoceano. O forse della ex-colonia, a stare attenti ai temi previsti dall’agenda dei colloqui che il presidente texano avrà nella città eterna. La visita di Bush si dipanerà tra incontri con il Papa, Prodi e Berlusconi, mentre non sono previsti incontri con la comunità statunitense a Roma, anche solo per evitare contestazioni da patrioti che sarebbe difficile etichettare come “comunisti”. Contestazioni che invece si sentiranno, forti e chiare ma se non chiare comunque forti, nelle strade della capitale. Si può pensare che siano giuste, sbagliate o, cosa ancor peggiore, rituali ed impotenti; ma sono l’espressione insieme di un diritto ad esprimere la propri protesta contro un presidente Usa e di un sentire che indica nell’amministrazione Bush la maggiore responsabile dell’escalation di terrore planetario. Terrore incentivato da guerre illegittime ed ingiuste, da politiche arroganti e sbagliate, che hanno reso il mondo molto meno giusto e molto meno sicuro di quanto non lo fosse prima che George W. Bush sbarcasse a Washington con il seguito di fanatici neocon ed integralisti religiosi, petrolieri e consorterie d’affari che hanno posto il mondo sull’orlo della guerra globale permanente. Sono, queste, valutazioni che non appartengono solo a chi, comunque, vorrà testimoniare la sua opposizione per le strade di Roma, ma riflettono una opinione che dal Sudamerica all’Asia, dall’Africa all’Europa, abita nella maggior parte del pianeta.

Ma il senso politico della visita sta nella questione che ha attraversato, senza soluzioni, il recente vertice del G-8 in Germania: lo scudo missilistico, di fattura statunitense, che dovrebbe proteggere l’Europa da eventuali attacchi missilistici non si sa bene da dove provenienti. Lo scudo, da installare in Polonia e Repubblica Ceka, nuove ancelle della Casa Bianca, ha suscitato le ire russe, che dopo circa vent’anni dalla caduta del regime socialista, ripetono lo stesso nyet di gromikiana memoria.

D’altro canto, appare evidente come l’unico paese dotato di missili balistici intercontinentali nell’area europea sia proprio la Russia, che dallo schieramento dell’ombrello protettivo statunitense in Europa ne ricava una indicazione semplice quanto fastidiosa: lo scudo ferma i missili, i missili sono solo i nostri, ergo lo scudo è progettato contro di noi. E visto che non ci sono ragioni politiche, sarà forse la volontà di limitre la nostra espansione politica ed economica, con annesso il controllo sulle risorse energetiche a dettare l'esigenza di una minaccia indiretta? Sarà che prima ci accusavano di non aprirci al mercato ed ora pare che lo facciamo sin troppo? E a sostegno di questa impostazione si rileva che l’installazione dello scudo viene progettata in paesi che si caratterizzano per una profonda inimicizia contro Mosca. A Rostock, nel corso del vertice del G-8, Putin ha dato dimostrazione di aver imparato l’arte della politica diplomatica, che prevede minacce accanto a proposte, veti insieme ad ipotesi. Se proprio lo volete, lo scudo, almeno mettetelo in Azerbaijan, ha detto il proconsole di scuola KGB. Possiamo discuterne, ha risposto il cow-boy texano, che ha incassato un po’ di cedimento e un po’ di tempo, ingredienti preziosi per una crisi diplomatica che già da un mese faceva gridare tutti i media del mondo al ritorno della Guerra Fredda.

L’installazione dello scudo serve soprattutto agli Usa; in particolare al suo presidente ed al Partito repubblicano, che ormai alla vigilia della campagna elettorale spera di poter portare a casa un accordo diplomatico con Mosca che consenta l’installazione dello scudo. Sarebbe l’unico successo politico e militare dell’amministrazione Bush, che si è caratterizzata per i disastri ripetuti in politica estera ed i rovesci continui in quella militare. In questo senso la posizione del governo italiano è determinante; un governo alleato ma non troppo amico di Bush, che dovesse aderire all’operazione scudo e sostenerne le finalità strategiche e politiche, contribuirebbe a far uscire dall’angolo nel quale si trova la Casa Bianca e ribadirebbe per Mosca un ruolo di partnership, ma non più di questo, negli scenari strategici.

Appare chiaro che la destra italiana spera in disordini che possano dare luogo ad un ennesimo dibattito al Senato, con l’ennesima furbata di Calderoli (che ormai hanno capito persino gli arazzi di Palazzo Madama) e l’ennesima speranza per l’ennesima spallata che non verrà. Dunque chi va in piazza è chiamato ad avere non solo senso di responsabilità, ma anche a calibrare politicamente gli atti, che hanno ricadute non difficili da intuire. Ma se ai manifestanti si può chiedere di riflettere, lo si può a maggior ragione chiedere a chi governa. Dunque sarà bene che anche il governo Prodi rifletta e rifletta bene. Non vi sono ragioni per scelte immediate, non vi sono motivi per compierle senza passare dalla collegialità del governo prima e dal Parlamento poi. Non sarebbe una buona idea avocare a sé le critiche del popolo pacifista, in gran parte elettore di questa maggioranza, che continua a vedere come un’insulto permanente ai popoli e al buon senso lo sperpero di risorse a fini militari. In ogni caso, prima che vengano in mente frasette abusate, si sappia che lo scudo non fa parte, ad oggi, del dispositivo Nato, dunque non vi sono nemmeno finte necessità di adesioni in automatico in nome di trattati che, per quanto obsoleti ed inutili risultano vigenti.

Si può invece cogliere l’occasione per ribadire agli Usa la distanza tra le strategie europee riguardo la governance mondiale e gli obiettivi della destra statunitense. Può essere l’occasione per parlare di Medio Oriente, di exit strategy dall’Afghanistan, di riforme degli organismi finanziari internazionali e di ingerenze insopportabili nella politica italiana. L’occasione per alzare la testa e far finta, per una volta almeno, di aver conquistato l’indipendenza.


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