di Carlo Benedetti

Nel 1944 aveva 29 anni quando i suoi partigiani, quelli della brigata “Garibaldi” di Ravenna, cominciarono a chiamarlo “Bulow”. E quel nome strano entrò subito nella leggenda riportando alla luce un momento della storia, lontanissimo dalle vicende della guerra di resistenza. I partigiani ravennati, infatti, si ricordarono che c’era stato un generale prussiano, un Conte, di nome Friedrich Wilheilm Bulow, che si era distinto nelle campagne contro Napoleone, sbarrando nel 1813 la via di Berlino al maresciallo Ney e contribuendo alle vittorie di Lipsia e di Waterloo… Sin qui le cronache. E così quel giorno del 1944, quando nelle pianure del ravennate il giovane ventinovenne che guidava i suoi uomini in battaglia contro tedeschi e fascisti, spuntò la leggenda. Perché sentendo il comandante che esponeva, con tono da vero stratega, i piani d’attacco, uno dei partigiani (Michele Pascoli, barbiere comunista che sarà poi fucilato dai nazisti) esclamò: “Mo' chi sit, Bulow?”. Cioè “Ma chi sei, Bulow?', alludendo al generale tedesco. E fu da quel momento che Arrigo Boldrini divenne per tutti “Bulow”. Fu alla testa della Resistenza e la sua unità di combattimento fu riconosciuta dal Comando Alleato. Schierato con la “Garibaldi” sulla destra del fiume Reno, nella zona delle Valli di Cosacchi, alle dipendenze del gruppo di combattimento “Cremona” portò i suoi uomini sino a Venezia. Liberata l’Italia Boldrini (che è scomparso nella sua Ravenna martedì 22 gennaio all’età di 93 anni) è rimasto sempre “Bulow”. Dirigente dell’Anpi impegnato in tutte le lotte politiche e sociali, dal dopoguerra ad oggi.

Se ne va così un pezzo di storia con questo “ultimo dei mohicani” del quale un pungente Pajetta ebbe a dire: "È un eroe. Non è il soldato che ha compiuto un giorno un atto disperato, supremo, di valore. Non è un ufficiale che ha avuto un’idea geniale in una battaglia decisiva. È il compagno che ha fatto giorno per giorno il suo lavoro, il suo dovere; il partigiano che ha messo insieme il distaccamento, ne ha fatto una brigata, ha trovato le armi, ha raccolto gli uomini, li ha condotti, li conduce al fuoco". Ecco, quindi, il messaggio che viene dall’intera vicenda umana di “Bulow”.

E chi scrive lo ricorda quando giungeva a Mosca per incontrare i partigiani sovietici. Accolto con tutti gli onori militari sino al momento del crollo dell’Urss. E una volta caduto il sistema ritrovai Bulow all’aeroporto moscovita di Sheremetievo in fila per il controllo dei passaporti, come un semplice cittadino straniero. Avanti con gli anni e visibilmente stanco. Stava in silenzio attendendo il suo turno. Mi feci coraggio e parlai con un soldato delle guardie di frontiera. Gli spiegai, con poche parole, che quel vecchietto in fila, silenzioso, era stato l’uomo della leggenda partigiana italiana. Mi andò bene. Il soldato si avvicinò a Bulow, lo salutò militarmente e gli fece superare l’intera lunga fila. E Boldrini, ringraziandomi, disse rivolto al soldato “Beh, vedo che qualcosa di sovietico è ancora rimasto…”.

Tornai a rivedere Boldrini nell’aprile 1998 quando lo intervistai per Liberazione. Fu un incontro carico di ricordi, di testimonianze, di analisi della vita passata e di idee per la vita futura. Bulow volle, in primo luogo, sottolineare il valore nazionale della guerra di Resistenza. Ma parlò anche del sacrificio degli esiliati, dei perseguitati politici e dei carcerati antifascisti che rappresentavano - disse - una parte notevole di quel contributo dato alla causa della dignità nazionale.

“La nostra guerra di Liberazione - aggiunse - è stata guerra di libertà tesa a salvare l’unità territoriale”. Poi il discorso si spostò sull’analisi storica e sulle prospettive della società: “Più volte - aggiunse - abbiamo riconsiderato che questo secolo comprende la storia del nazifascismo, del totalitarismo, dei campi di concentramento, dei genocidi, della peste atomica. Non dimenticando che l’ultimo conflitto contro il nazifascismo ha segnato per la Resistenza europea una grande somma di sacrifici, con una partecipazione che non ha precedenti".

"Ebbene - proseguiva - non sempre sappiamo se le collettività si siano liberate da concezioni totalitarie ed avventuristiche. Sappiamo che sono in corso processi nazionali e popolari per nuove conquiste democratiche secondo loro specifici dettati costituzionali. E che per noi Resistenza e Antifascismo rappresentano l’indirizzo di fondo per l’affermazione della democrazia nel nostro paese”. E ancora: “L’analisi del fascismo e dell’antifascismo va estesa nel contesto europeo proprio nel momento in cui l’unità del Continente sta venendo sempre più avanti”.

Così era Bulow. Avrebbe meritato molti e molti altri riconoscimenti dopo aver ricevuto quella medaglia d’Oro della Resistenza. Forse qualcuno avrebbe potuto pensare anche di nominarlo Senatore a vita. Avrebbe rappresentato degnamente la società civile. Ora sappiamo che seguiva le “cose” della vita politica da quella Casa della Fraternità “Betania” a Marina Romea, gestita da un amico sacerdote, don Ugo Salvatori al quale era solito ripetere: "Noi abbiamo combattuto per quelli che c'erano, per quelli che non c'erano e anche per chi era contro...".




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