di Sara Nicoli

La posta è alta perché in gioco ci sono milioni di voti di un elettorato spaesato, spaventato, culturalmente fragile, maschio e desolatamente nostalgico. Per chi ancora non se ne fosse accorto, è in atto da mesi una mostruosa campagna misogina portata avanti dal Papa e delle alte gerarchie cattoliche e supportata dalla maggior parte dei partiti politici di destra che mira a riportare le donne italiane in condizione di inferiorità giuridica. Come ai “bei tempi” - invocati da preti e da alcuni mezzi uomini direttori di fogli semiclandestini di oggi – in cui esisteva ancora il delitto d’onore e il diritto di famiglia era ancora tutto da discutere. L’ultima, vergognosa aggressione all’autodeterminazione femminile e alla laicità delle leggi dello Stato, è arrivata sabato dai direttori sanitari delle cliniche di Ostetricia e Ginecologia di tutte e quattro le facoltà di Medicina delle università romane, La Sapienza, Tor Vergata, la Cattolica e il Campus Biomedico. Che, forse, in questo modo, hanno voluto pagare pegno alla presunta offesa portata a Ratzinger per la sua mancata visita alla Sapienza. Gettando alle ortiche la credibilità e l’autonomia di tutti e tre gli atenei, nonché il loro onore di scienziati, questi cattedratici si sono spinti oltre ogni prudenza, affermando che “un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio, e assistito adeguatamente”. Fin qui non ci sarebbe nulla da dire. Ma è il proseguo della lettera a destare scandalo. “Con il momento della nascita – si legge - la legge attribuisce la pienezza del diritto alla vita e, quindi, all'assistenza sanitaria”, ma di fatto, nel caso in cui un feto nasca vivo dopo un’interruzione di gravidanza, il neonatologo deve intervenire per rianimarlo, “anche se la madre è contraria, perché prevale l’interesse del neonato”. In pratica, si è arrivati al sovvertimento puro delle ragioni per le quali la legge 194 prevede il ricorso all’aborto terapeutico, ovvero quelle legate principalmente alla salute della donna, in particolare sul fronte psicologico. Che senso ha, ci si chiede, consentire ad una donna di abortire oltre i 90 giorni previsti per l’interruzione volontaria di gravidanza se poi, rasentando l’accanimento terapeutico, le se impone comunque di diventare madre di un feto malato che si fa sopravvivere per legge? Certo, obietteranno i soliti ipocriti cattolici: la donna ha il diritto di non riconoscerlo, se sopravvive, affidandolo alla struttura sanitaria. E chi se ne frega, poi, di come sopravvive invece lei, la donna costretta in catene a diventare madre con un parto indotto prematuramente? Siamo alla follia pura.

Dopo poche ora dall’appello, ecco che Ratzinger, all’Angelus di ieri, non ha mancato di soffiare sul fuoco. La vita, ha detto, dev’essere “tutelata” e “servita sempre, ancora più quando essa è fragile e bisognosa di attenzioni e cure, sia prima della nascita che nella sua fase terminale”. La posta in gioco per il Papa, che notoriamente se ne frega delle donne, sono i voti della parte peggiore e codina della nostra società , che passa attraverso la messa in discussione della 194. Il processo è graduale: prima si comincia con minare i suoi paletti per poi raggiungere l’obiettivo ultimo di promuovere decisioni antiabortive a livello di Stato centrale. Quindi contro le donne. E su questo una cosa va riconosciuta alla Chiesa: la coerenza nei secoli. Dall’Inquisizione in poi non è cambiato molto e sul fronte delle donne sono rimasti a Salem. Con grande convinzione.

Senza voler entrare nel merito di questioni tecnicistiche, su quale sia o meno la settimana più giusta per consentire senza problemi l’Interruzione Volontaria di Gravidanza – su questo si è già espresso il Consiglio Superiore di Sanità e ci basta il suo parere – vorremmo soffermarci sul quanto questa battaglia porta con sé e quali sono i reali obiettivi politici del tentativo, ormai aperto e palese, di ritornare alla clandestinità dell’aborto e alla sua abiura collettiva attraverso la revisione, in senso enormemente restrittivo, della sua applicabilità. All’estero chi vieta nel nome di Dio è chiamato Talebano e guardato come un troglodita antimoderno e ignorante. Da noi, che non riusciamo a liberarci di una antica subalternità culturale verso i cosiddetti “detentori della verità”, ossia i preti, le medesime pratiche, seppur espresse meno rozzamente, sono ammantate da cornici di grande ponderatezza e saggezza, come se, come al solito, l’occhio orbo di Dio vedesse meglio degli occhi (tanti) della ricerca scientifica e della maturazione delle società.

Nel corso degli ultimi trent’anni, alcune battaglie politiche e due leggi dello Stato hanno consentito alla società di uscire dalle ipocrisie e dalle gabbie in cui la costringeva una visione patriarcale e clericale della società stessa, sedimentata nel corso dei secoli per ragioni di ignoranza e arretratezza culturale. Con il divorzio prima e con la legalizzazione dell’aborto poi si sono rotti i due principali cordoni che obbligavano le donne ad essere moglie a vita e madre per forza, obblighi culturali a cui si aggiungeva quello – non scritto, ma socialmente non meno coercitivo – di rimanere in casa a servire il marito il cui unico vero obbligo (spesso disatteso) era quello di portare i soldi a casa per mantenere dignitosamente la famiglia. Solo molto di recente le donne si sono affrancate da questa condizione subalterna rispetto agli uomini e sono andate a lavorare, anche per necessità derivanti dalle nuove congiunture economiche mondiali, che non hanno graziato nessuno, specie le regioni industriali con poche materie prime come la nostra. Oggi, insomma, le donne sono un po’ ovunque, anche se ancora ben lontane da una parità con gli uomini rispetto al potere decisionale nei centri nevralgici della società. In Italia, se vogliamo, questo divario è ancora più pesante rispetto ad altri Paesi d’Europa. E certamente non si tratta di un caso.

Quello che, insomma, sembra emergere come mira della Chiesa e dei suoi servitori politici e parlamentari, è quello di far ritornare l’Italia ad un modello di società ben distinto per genere, nei compiti e nei ruoli. Questo consentirebbe alla Chiesa anche di tornare a coprire l’ampio spazio della manipolazione delle coscienze, ricoperto fino al dopoguerra e oggi lasciato nuovamente vuoto dalla pesantissima inadeguatezza della classe politica, incapace di proporre esempio e valori laici da contrapporre alle loro pseudo verità assolute.

Il problema è che, però, le persone sono cambiate e il popolo non è più così “bue” come un tempo. E oggi, davanti ad una prossima, pesante campagna elettorale, questa incertezza di campo può essere controproducente, soprattutto per chi, come il Pd di Veltroni, vuole presentarsi come la vera novità politica del momento a sinistra: tacere colpevolmente davanti ad attacchi così pesanti della gerarchia cattolica nelle leggi-conquista di questo Stato può far piacere a qualche cattolico di sinistra, ai più provoca solo ribrezzo. Ma soprattutto: le donne sono stanche di vedere il loro cuore, la loro pelle e la loro stabilità emotiva essere ancora elemento di scontro politico come se questo Paese non riuscisse mai a trovare una maturità etica e civile, continuando a considerarle solo come “cose” oggetto di repressione sociale. Vista la straordinaria forza con cui la Chiesa profonde nella società il suo attacco misogino, sarebbe opportuno che i partiti di sinistra, nell’approssimarsi delle elezioni, facessero i conti anche sul voto femminile, oltre ad aver sempre paura di perdere quello cattolico. Partendo da un presupposto imprescindibile: sui diritti civili non si fanno sconti.

C’è infatti da credere che le donne difficilmente voteranno per chi, ovviamente a sinistra, continuerà a tergiversare mantenendo nelle proprie liste persone come Paola Binetti, che si è fatta primo soldato contro le leggi che tutelano quel genere a cui lei stessa appartiene, ovviamente senza convinzione, né consapevolezza. Quello che ci vorrebbe, soprattutto adesso che una simile presa di posizione politica può fare una differenza in positivo nelle urne, sono parole chiare rispetto a diritti delle donne e, più in generale, su un’intransigenza netta rispetto alla laicità dello Stato e ai valori espressi dalla Costituzione. Non se ne può più di preti che si riempiono la bocca di parole per insegnare agli altri i “Veri Valori” quando loro non pagano neppure le tasse. E, soprattutto, ne abbiamo piene le tasche dei partiti degli atei devoti o dei quelli di sinistra ma “anche” di qualcos’altro. Quello di cui abbiamo bisogno adesso è di qualche parola chiara sulla difesa di queste leggi che tutelano principalmente la salute delle donne. In palio c’è molto di più di una vittoria alle prossime elezioni, c’è una nuova pietra miliare nella consapevolezza democratica del Paese e nella sua crescita. A sinistra, queste sono cose che contano, altrochè. Sarà bene che tutti ne tengano conto.




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