di Maura Cossutta

Nei giorni scorsi è uscita la notizia dell’appello choc di una donna al Presidente della Repubblica, decisa ad abortire perché il suo reddito familiare, lei commessa e il marito precario, arriva a mille e duecento euro al mese. Una denuncia cruda di un conflitto solitario che è anche dramma collettivo di ogni donna di fronte alla scelta di essere o non essere madri, che ha guadagnato giustamente le prime pagine dei giornali, ma su cui - assai meno giustamente - si è subito tuffato il Movimento per la vita per ribadire l’attacco alla legge 194. E’ uscita poi, sempre nei giorni scorsi, un’altra notizia, della nuova Relazione sull’attuazione della legge 194 presentata dal ministro Livia Turco al Parlamento, che però pari attenzione non ha meritato. Su questa occorre allora tornare, anche perché, alla vigilia ormai prossima dell’insediamento del nuovo governo delle destre, riparlare di aborto non è scontato. E’ anzi già un atto di opposizione consapevole. Infatti, se è vero che la lista Ferrara ha dimostrato come troppo a sproposito si regala ai neofiti il credito dell’intelligenza e se è vero che nella campagna elettorale hanno prevalso la sicurezza e le tasse, sull’aborto Berlusconi qualcosa certo si inventerà, perché i voti concessi dall’elettorato cattolico alla fine chiederanno conto. Dall’opposizione sarà anche incalzato dall’UDC di Casini, che continuerà la sua crociata, oggi certo più rincuorato perché nel suo drappello di parlamentari è stato ripescato all’ultimo minuto il portavoce instancabile delle gerarchie vaticane, on.Volontè. Anche la Binetti a suo modo insisterà, ma il suo voto sarà questa volta certo meno influente, dal momento che le destre possono contare di una larga autosufficienza numerica. E la sua voce, all’interno dell’opposizione democratica (in altro modo, come è noto, oggi non è più possibile chiamarla), sarà meno stentorea dopo quanto scritto in questa Relazione. A meno di non provocare, da subito, un ulteriore ed esiziale bagarre all’interno del partito di Veltroni. Infatti la legge 194 per il ministro Livia Turco non è vecchia, superata e non serve – come si dice più ipocritamente - neppure “un tagliando”, ordinaria amministrazione insomma, per migliorarla. Le evidenze riportate parlano chiaro: non di una sua modifica c’è bisogno, ma di un impegno concreto delle Regioni nella sua attuazione.

I dati preliminari relativi al 2007, con un totale di 127.038 IVG, dimostrano che continua a diminuire il ricorso all’aborto (-3% rispetto al 2006). Tra le donne italiane, i dati definitivi del 2006 evidenziano 90.587 IVG, con una riduzione del 3.7% rispetto al 2005 e del 61% rispetto al 1982, anno in cui più numerose sono state le IVG. Tra le donne straniere, si conferma il trend di crescita, con 40.431 IVG nel 2006 (+4.5% rispetto al 2005), pari al 31.6% del totale (nel 2005 erano il 29.6%).Rispetto all’aborto effettuato dopo i 90 giorni, la situazione resta invariata (dopo le 21 settimane, 0.7%). Una buona legge, quindi, che “con la legalizzazione dell’aborto ha favorito la sostanziale riduzione della richiesta di IVG, grazie alla promozione di un maggiore e più efficace ricorso a metodi di procreazione consapevoli, alternativi all’aborto” - ha scritto Livia Turco - e “che ha permesso un cambiamento sostanziale del fenomeno abortivo nel nostro paese, nonostante la sua applicazione possa essere ulteriormente migliorata”. L’applicazione, quindi, non la legge va migliorata.

Non è solo la criticità delle IVG tra le donne straniere, ma soprattutto il dato relativo all’obiezione di coscienza che viene sottolineato. Rispetto a questa, infatti, i numeri sono impressionanti. Quest’anno, con i dati finalmente aggiornati (in alcuni casi risalivano addirittura al 1999), l’obiezione aumenta ovunque, ma in alcune Regioni persino raddoppia. A livello nazionale, per i ginecologi si passa dal 58.7% al 69.2%: per gli anestesisti, dal 45.7% al 50.4%; per il personale non medico (anche gli ausiliari!), dal 38.6% al 42.6%. Nel Sud l’aumento è ancora maggiore: in Campania, l’obiezione per i ginecologi passa dal 44.1% all’83%, per gli anestesisti dal 40.4% al 73.7%, per il personale non medico dal 50% al 74%. In Sicilia l’obiezione arriva all’84.2 per i ginecologi, al 76.4% per gli anestesisti, all’84.3% per il personale non medico. Ma anche nel Veneto, il livello di obiezione è altissimo: per i ginecologi arriva al 79.1%.

Uno scandalo, che certo il futuro Ministro della Salute avrebbe volentieri insabbiato, ma che per fortuna oggi è per tutti una verità alla luce del sole. Il governo delle destre non può smentire: i dati sono schiaccianti e indecenti. Se è vero che l’obiezione è riconosciuta e garantita dalla legge 194, è altrettanto vero che una legge dello Stato, confermata dal voto popolare dei referendum, non può essere sabotata. Di questo si tratta. Tutta la propaganda di questi mesi sulla sbandierata prevenzione, intesa come sostegno alle donne per rimuovere le cause che potrebbero indurle ad abortire, viene smascherata. Alla crociata contro l’aborto, più che aiutare concretamente le donne in difficoltà economica e sociale (come d’altra parte la legge stessa impone e come nessuno si è mai sognato di negare) serve - molto più concretamente - che la legge venga smantellata, resa inapplicabile, fatta fallire.

L’obiezione è il nuovo comandamento, che non prefigura d’altra parte un premio per il regno dei cieli, ma più prosaicamente un aumento di carriera, di reddito, di ruolo, di profitto. I medici che diventano primari sono infatti ormai quasi per principio solo obiettori e i posti letto degli ospedali religiosi (o delle case di cura religiose accreditate) dove non si effettuano le IVG, non vengono mai contati nel momento dei tagli delle programmazioni regionali. Un sistema a delinquere, sulla pelle delle donne, ma anche di quegli operatori che restano (questi sì, per coscienza!) in trincea, inchiodati per anni e anni al loro servizio, senza gratificazioni di aggiornamenti professionali o di scatti di carriera, presi di mira dalle denunce dei “militanti della fede”.

Uno scandalo, che in un paese civile dovrebbe essere normalmente evitato dalla buona amministrazione di ogni Direttore generale, con normative di incentivazione per chi opera per garantire l’applicazione di una legge, con l’organizzazione adeguata dei servizi, con la mobilità del personale. Ma anche dalle scelte politiche di ogni Regione che, dopo la modifica del Titolo V della Costituzione, è appunto titolare del governo del sistema, a partire dai criteri utilizzati per la nomina dei primari. E a chi chiede, come per esempio i radicali, di abolire invece l’obiezione di coscienza, con una esplicita modifica della legge, è meglio ricordare che è proprio questo quello che si aspetta. Che anche dall’opposizione (sempre quella ormai solo democratica) venga posta all’ordine del giorno questa richiesta, per calendarizzare finalmente per il dibattito parlamentare anche tutte le altre proposte di modifica già pronte: con i numeri questa volta sarebbe una vera passeggiata!

Un’opposizione consapevole dovrebbe avere allora mantenere la bussola, avere le idee chiare e i principi solidi. Per esempio, rivendicare non “assegni per non abortire” ma serie e concrete politiche pubbliche a favore del desiderio di maternità di ogni donna, per ottenere un lavoro, un reddito, una casa, un nido (come ha drammaticamente chiesto la giovane donna che si è rivolta al Presidente Napolitano). Rivendicare cioè il “valore sociale” della maternità, che mai può essere confuso con il “controllo sociale” sulle scelte delle donne. Per un’altra idea di morale pubblica, che nulla ha a che fare con l’etica metafisica che si impara nei confessionali, ma che riconosce le donne come soggetti morali, capaci di scegliere. E allora, magari proprio il 22 maggio, a trent’anni di distanza, la difesa della legge 194 potrebbe essere un buon inizio: dal parlamento, quelle e quelli che sono rimasti; fuori dal Parlamento, tutte le persone che non si arrendono, senza aspettare congressi o rese dei conti, semplicemente per continuare almeno a sperare.


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