La crisi accelera, ma l’Europa rallenta. Dopo settimane d’incertezza, Bruxelles ha annunciato che la proposta della Commissione europea sul nuovo Recovery Fund arriverà il 27 maggio, cioè in ritardo di 21 giorni rispetto a quanto assicurato dopo il Consiglio europeo del 23 aprile. Nato come compromesso dopo la bocciatura degli Eurobond, il Fondo per la Ripresa sarà agganciato al bilancio Ue 2021-2027 e finanziato con bond emessi dalla Commissione. Darà soldi agli Stati sotto forma di prestiti e di trasferimenti a fondo perduto, diventando così la quarta e più importante gamba di un pacchetto che già comprende il Mes (240 miliardi), i nuovi prestiti della Banca europea per gli investimenti alle imprese (200 miliardi) e il fondo “Sure” (100 miliardi), che darà vita a una sorta di cassa integrazione comunitaria.

 

Il problema è che le tre misure approvate finora dai leader europei non bastano nemmeno lontanamente a fronteggiare la crisi innescata dal coronavirus, che sta già piegando le economie ma colpirà con il massimo della violenza solo fra qualche mese, in autunno. Per arginare la frana è essenziale che i soldi del Recovery Fund arrivino il prima possibile, ma su questo punto l’Europa ripropone la solita spaccatura.

In teoria, il legame con il nuovo bilancio Ue (su cui i governi litigano da oltre due anni) implica che il Fondo possa diventare operativo al più presto dal primo gennaio 2021. Per questo i Paesi del Sud (Italia, Francia, Spagna, Grecia e Portogallo) chiedono una soluzione-ponte che permetta di accedere alle risorse con qualche mese di anticipo. Si parla di settembre, in modo da poter iscrivere la pioggia di miliardi in arrivo dal Fondo prima nella nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza e poi nella legge di bilancio da redigere e approvare entro fine anno.

Dall’altra parte della barricata, il Fronte del Nord (capitanato dalla Germania) non ha alcun interesse ad accelerare i tempi. Al contrario - con l’aiuto della tedesca Ursula von der Leyen, presidente della Commissione - sta portando avanti una strategia dilatoria. L’obiettivo è ridurre al minimo la condivisione dei rischi e al tempo stesso consentire a Berlino & Co. di trarre il massimo profitto dalla loro rendita di posizione. I Paesi meno indebitati, infatti, hanno a disposizione una leva fiscale più ampia rispetto agli altri Paesi europei (concorrenti, prima che alleati). Questo significa che possono permettersi di spendere di più senza ricorrere all’aiuto dell’Europa e senza pagare il conto sui mercati, dove i rendimenti dei loro titoli di Stato continueranno a essere più bassi di quelli del Sud. Non solo: nel frattempo, come certifica la Banca centrale europea, un fiume di capitali esteri sta migrando dai Paesi meridionali a quelli del Nord: a marzo dall’Italia sono usciti 492 miliardi e dalla Spagna 407, mentre in Germania ne sono approdati 935.

In questo scenario, a rischiare più di tutti è proprio il nostro Paese, zavorrato da un rapporto debito-Pil inferiore soltanto a quello della Grecia e che nei prossimi mesi arriverà ben oltre la soglia del 150 per cento. Visti i soldi già stanziati in deficit per i decreti Cura Italia, Liquidità e Rilancio, al momento il governo non ha spazio per fare altri debiti senza rischiare un pesante contraccolpo sui mercati. Questo significa che, se dopo l’estate non riceverà nulla dal Recovery Fund, il nostro Paese avrà serie difficoltà a scrivere la nuova manovra e a contenere il disastro economico, che proprio in quei mesi arriverà al picco. Non solo: Giuseppe Conte ha bisogno al più presto del Fondo anche per tenere insieme la maggioranza: puntare tutto sul nuovo strumento vorrebbe dire archiviare i litigi sul Mes, che rischiano di spaccare il Movimento 5 Stelle e far cadere il governo.

Fra tante incertezze, un segnale incoraggiante è arrivato venerdì scorso, quando il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione in cui si legge che il nuovo Fondo dovrà avere una portata “di 2mila miliardi di euro” e che le risorse andranno “erogate principalmente attraverso sovvenzioni” a fondo perduto piuttosto che mediante prestiti (come vorrebbero i Paesi del Nord). Purtroppo, la sensazione è che questa risoluzione sia l’ennesima dichiarazione d’intenti un po’ ruffiana, l’ennesima pacca sulla spalla partorita solo per tenere buono chi sta per rimetterci.

La verità è che i passaggi istituzionali sono ancora molti e l’accordo fra i governi rimane lontano. Quando la Commissione avrà finalmente prodotto una proposta, questa dovrà passare al vaglio dell’Eurogruppo, per poi approdare sul tavolo del Consiglio europeo. Senza contare che sul bilancio comunitario l’Europarlamento è co-decisore e, se non dovesse essere soddisfatto della proposta, potrebbe porre il veto.

Ora, è verosimile che una matassa del genere si sbrogli entro l’estate? Non ci rimane che sperare nell’ennesimo compromesso. Al ribasso, come sempre.

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