Dovremmo organizzarci per la distribuzione dei vaccini (siamo già in ritardo). Dovremmo scrivere il piano su come utilizzare i 209 miliardi del Recovery Fund (anche su questo siamo già in ritardo). Eppure, ci ritroviamo a parlare di rimpasto. Come sempre accadde nella Prima Repubblica e sempre accadrà nella Seconda, a un certo punto la maggioranza si illude di rafforzarsi con un cambiamento dei ministri. Proposito velleitario ma anche falso, visto che la logica del rimpasto non ha a che vedere con l’interesse del Paese. È il solito gioco di palazzo, alimentato da arrivismi personali, sete di rivalsa delle correnti, ambizioni di controllo da parte delle segreterie.

 

Come da copione, fioccano le smentite. Palazzo Chigi nega “categoricamente” che nel governo si discuta di rimpasto. Luigi Di Maio parla di “fantascienza”, Renzi di “stucchevole chiacchiericcio”. Ma nessuno di loro è credibile. La verità è che di rimpasto si parla eccome: non certo in una prospettiva immediata, ma aspettando gennaio, dopo l’approvazione della legge di Bilancio. 

Gli schemi possibili sono due: una crisi pilotata, con pochi interventi mirati a sostituire i tre o quattro ministri più deboli; oppure un riassetto più ampio, con l’ingresso nel governo dei pezzi grossi rimasti fuori 15 mesi fa.

Ad esempio Matteo Renzi, che di giorno finge di angustiarsi per la collettività e di notte trama per sostituire alla Difesa Lorenzo Guerini, suo ex fedelissimo che non ha alcuna intenzione di farsi da parte ed è molto amato dai generali che contano.

Difficile anche l’ingresso nell’Esecutivo di Nicola Zingaretti. È lo stesso numero uno dei Dem a smarcarsi: “La mia segreteria ha rimesso il Pd al centro della scena politica e ora possiamo tornare ad essere il primo partito – ha detto ai suoi – ma io sono anche il presidente della seconda regione italiana per Pil. E il voto dei cittadini si rispetta”.

Dietro a questa posizione c’è anche un calcolo politico elementare. Se Zingaretti lasciasse l’incarico da Governatore, in primavera si voterebbe sia per il Comune di Roma sia per la Regione Lazio. E un’eventuale sconfitta del Pd su entrambi i fronti (tutt’altro che impossibile) non potrebbe che far cadere l’attuale segreteria.

Per questo il leader del Pd manda avanti il suo vice, Andrea Orlando, che punta al ministero dello Sviluppo economico. Una poltrona fondamentale in vista del Recovery Plan da scrivere e attuare, su cui al momento siede Stefano Patuanelli, grillino di scarso peso politico ma vicino al Premier Conte, che con ogni probabilità cercherà di proteggerlo.

Le uscite più sicure sono quelle di due ministre: la titolare dei Trasporti, Paola De Micheli, e a quella del Lavoro, Nunzia Catalfo. La loro sostituzione non farebbe strappare i capelli a nessuno, ma è comunque difficile ipotizzare che entrambe siano disponibili a farsi da parte senza combattere, ossia rassegnando le dimissioni.

È quasi certo, quindi, che il rimpasto richiederebbe una crisi formale in Parlamento, con il reincarico a Conte da parte del Presidente della Repubblica. Ma proprio il Quirinale consiglia prudenza, perché i numeri della maggioranza sono precari al Senato e non è questo il momento di esporsi a brutte sorprese.

Ed è vero. In effetti, questo sarebbe il momento di occuparsi dei vaccini e del Recovery Plan.

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