di Maurizio Coletti

All’appuntamento con la storia delle occasioni fallite non poteva mancare un ennesimo “Porta a porta” sui temi della droga. Convenuti da Vespa, politici di ambedue gli schieramenti - Livia Turco, Letizia Moratti, Paolo Ferrero e Maurizio Gasparri, accompagnati da esperti farmacologi e psicologi - hanno discettato sulle ultime novità in campo di azioni sul tema. Diciamo subito che gli esperti hanno avuto ben poco spazio per affermare le loro tesi; infatti hanno fatto appena a tempo a definirle che i politici hanno ripreso rapidamente il sopravvento. Si è parlato della pericolosità estrema delle canne, ritornata alla ribalta dopo i casi dell’autista che ha provocato un incidente con un autobus di bambini, con la insopportabile morte di due fratellini e del caso dello studente morto improvvisamente dopo, si dice, avere fumato uno spinello. Ce ne è in abbondanza per ripetere ritornelli sulle droghe tutte uguali, sul pericolo di assumerle, sui danni provocati, sulla malvagità di coloro che consumano, sull’importanza di un aumento dell’azione repressiva. Gli esperti servono solo a sottolineare preconcetti ed ideologie pre-riscaldate , che le loro opinioni (apparentemente) confermano. Nessuno che ascolti veramente il mondo scientifico che direbbe che di uno spinello (solo di cannabis, si intende) non è mai morto nessuno. Siamo alle solite: il problema droghe come palcoscenico mediatico per esternare e pretendere (o, presumere) di catturare consensi e voti. Non è dato di sapere se dopo le esternazioni a valanga, qualche partito, qualche schieramento abbia guadagnato in intenzioni di voto. Quello che è matematicamente certo è che costoro scavano, ogni volta, un pezzo di fosso tra la loro categoria e il mondo reale. Prendiamo ad esempio l’iniziativa del “kit antidroga”, che la sindaco di Milano ha lanciato. Eccepiamo, innanzitutto, sulla terminologia: il kit non ha nessuna capacità di essere “antidroga”, mostrandosi banalmente uno strumento per rivelare un consumo recente di alcune sostanze. Poi, l’operazione si rivolge alle famiglie, ai genitori per offrire loro un’occasione di scoprire “la verità” sui propri figli.

Opportunamente, Ferrero ha ricordato che la gestione del kit porta inevitabilmente allo scontro generazionale. Cosa succede dopo la scoperta? Che strumenti hanno i genitori per dialogare sui figli su questo tema dopo averli costretti a confessare? Cosa possono fare per, eventualmente, intervenire terapeuticamente? Dove andare, a chi rivolgersi? Viene in mente il pluripersonaggio di Verdone: quel film in cui un insuperabile Mario Brega scopre che il figlio è “andato a finire” in una comunità hippie e chiama a raccolta diversi personaggi (un prete, un professore di scuola, il vicino di casa; tutti interpretati da Carlo Verdone) per tentare di convincere il figlio a fare altre scelte. Un padre che, dopo la scoperta scomoda, delega qualcun altro ad un compito impossibile, con il risultato di vedere distrutte le sue aspettative e di dover riaccompagnare mestamente suo figlio sulla strada della comunità tanto biasimata.

Esistono già kit diagnostici per tante problematiche sanitarie: il diabete e l’ipertensione, tra gli altri. Certo, in questo caso, gli interessati sono davvero tali a conoscere il proprio stato di salute e non a scoprire quello di altri soggetti: ma nel caso di specie poi, che fare? Dopo la presa d’atto dell’esistenza di un problema di questo tipo sembra ragionevole avere un ventaglio di soluzioni: approfondire la diagnosi, avere accesso a centri di trattamento a diversi livelli, conoscere norme di comportamento che permettano di evitare danni ulteriori. Nel caso del kit della Moratti, invece, nulla di tutto questo è previsto. L’approccio al problema è sconosciuto e non tracciato. Se, casomai, si trovasse una disponibilità del “colpevole di consumo illegale”, sarebbe comunque inutile contattare una struttura di trattamento: si troverebbero solo le macerie di un sistema che non si regge più in piedi: servizi pubblici e di privato sociale devastati da anni di incurie e di disattenzioni, tagliati a fette dalla penuria di risorse, sempre più indifesi, bersagliati dalle mannaie dei direttori sanitari delle Asl.

Il messaggio, alla fine, è il seguente: ti offro gratuitamente il mezzo per scoprire forzosamente la realtà di un problema di tuo figlio, a cui non troverai facilmente soluzione. Si tratta di demagogia di bassa lega, alla quale il Ministro alla Sanità, apparentemente bisognoso di immagine, sembra accodarsi, dichiarando il “suo interesse” per la proposta. Tutti d’accordo, poi, sul primato della prevenzione.

Diciamo che anche questo dovrebbe essere un tentativo da smascherare. Perlomeno dai dati inoppugnabili alla portata di tutti: quasi mezzo secolo di sforzi preventivi non hanno mostrato grande efficacia, visti gli aumenti costanti ed allargati di consumi di sostanze più varie e nuove.
Kit antidroga, prevenzione, repressione del consumo: ecco tutto quello che esce da queste comparsate televisive. Testimonianza di un pensiero debole, debolissimo in materia. Mettiamo alla prova le buone intenzioni?

In attesa della celebrazione del 26 Giugno prossimo, Giornata Mondiale della Lotta alla Droga, chi si fa avanti per aumentare le risorse dedicate al settore? Chi propone, chi decide di dare dignità al settore? Chi proporrà un aiuto alle famiglie fatto di luoghi dove si possano trovare risposte efficaci e continue al problema? O si proporrà l’enesima comparsata?

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