di Sara Nicoli

Parità, dignità, laicità. Principi che qualunque Stato democratico dovrebbe dare per scontati. Ma in Italia no. In Italia si vacilla. Tant’è che ieri si sono ritrovati in piazza migliaia di coloratissimi gay, lesbiche, omosessuali, ma anche tantissimi giovani e meno giovani, uomini e donne idealmente uniti in una battaglia di civiltà, quella per la laicità dello Stato. Se si è arrivati al punto di delegare alle piazze, variamente orientate, la difesa di un principio fondante della democrazia, se si è arrivati al momento in cui la difesa dei diritti degli omosessuali è diventata una battaglia di tutti. Perché il loro isolamento politico corrisponde a quello di tutti gli altri cittadini, allora si può ritenere di aver superato la soglia del dibattito politico e di essere sprofondati in una vera e propria emergenza democratica. Conta assai poco, anzi appare quasi ridicola, la partecipazione alla battaglia della laicità innestata nel “Gay Pride” di alcuni ministri di questo traballante esecutivo. Imbarazzante sentire le dichiarazioni contro l’ingerenza clericale nella legislazione dello stato laico da parte di chi dovrebbe essere il primo difensore dei principi democratici senza pavidità ed esitazioni, puntualmente rispolverate in Parlamento in nome di equilibrismi politici che se ne infischiano bellamente delle necessità reali dei cittadini, prima su tutte l’uguaglianza dei diritti. C’erano molti esponenti politici di sinistra, ieri in piazza, quasi tutti appartenenti a quel ramo della sinistra che ha deciso di lasciare la casa madre del nascendo Partito Democratico. Sono scesi in piazza per lo stesso motivo per cui hanno deciso di strappare con Fassino e Rutelli, con Prodi e D’Alema, con Binetti e Fioroni, padri costituenti del nascendo partito democratico sempre più sbilanciato verso il Vaticano sulla lettura legislativa dei temi etici. Quella parte di sinistra in piazza, capitanata da Angius e da Salvi, ha invece idee più chiare, decisamente limpide sull’argomento.

Ma la loro attuale forza politica, quella dei numeri, non fa la differenza nella battaglia sulla laicità che si combatte comunque, quotidianamente, tra gli scranni del Parlamento, tra chi cerca di far passare l’uguaglianza dei diritti per una mera questione di minoranza, con lo scopo di far prevalere un unico modello etico e sociale di riferimento: la solita “famiglia tradizionale”, quella di stampo clericale che oggi non è proprio in maggioranza nel Paese. Basta ricordarsi la foto di famiglia politica dell’esuberante “Family day” cavalcato in grande pompa dal Cavaliere in persona giusto un mese fa, dove tutti gli esponenti politici in piazza erano separati e con seconda o terza famiglia al seguito. A parte Mastella.

La presenza di persone eterosessuali al “Gay Pride” dovrebbe aver fatto capire a questa paralizzata classe politica italiana che l’idea di elevare a modello unico di riferimento una sola mentalità e un unico modo di concepire i vincoli sentimentali davanti alla comunità civile è da considerarsi politicamente perdente. E che il proseguire nel tollerare le pressanti ingerenze della Chiesa in merito alla gestione dei costumi e dei diritti dei cittadini, può rivelarsi un boomerang devastante soprattutto per le formazioni politiche in gestazione, come appunto il Pd.

Perché ormai è chiaro che dalla legge sui Dico a quella sul testamento biologico, passando per la revisione della legge 40 sulla fecondazione assistita fino ad arrivare ad una possibile rivisitazione dei consultori familiari, non passano più solo i diritti di pochi, ma quelli di tutti. Chi si sente minacciato da una qualunque diversità è da sempre considerato un debole che vede nella libertà degli altri una sfida aperta alla propria fragilità etica. Solo le “famiglie tradizionali” deboli possono sentirsi minacciate o sminuite da scelte di convivenza diverse fatte da persone diverse.

Non c’è, insomma, giustificazione alcuna, se non appunto l’immensa fragilità di un pensiero, a voler imporre all’intera comunità nazionale regole di convivenza sociale che appartengono ormai ad una piccola e ottusa comunità di benpensanti che sta dando sponda ad una Chiesa sempre più chiusa in se stessa e per questo sempre più arrogante. In questo senso la battaglia sulla laicità dello Stato può elevarsi ancora di più. Perché in gioco, ormai, c’è un valore ancora più alto, quello della libertà.





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