Riconosciuto nella classificazione internazionale dei reati come omicidio di una donna compiuto nell’ambito famigliare (quindi dal partner o dall’ex oppure da un parente), il femminicidio è la forma più estrema di violenza di genere. Difficile misurare il fenomeno, perché sviluppandosi soprattutto in ambito famigliare, rimane spesso sommerso sia per la vicinanza - che genera contrastanti reazioni emotive con l’autore del crimine - sia per lo scarto fra il numero di coloro che dichiarano di essere state vittime di aggressioni e quello delle denunce alle autorità competenti.



Sta di fatto che, nella rilevazione dell’Istat presentata in audizione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio nonché su ogni forma di violenza di genere, nel 2016 in Italia sono state centoquarantanove le donne vittime di omicidi: cinquantanove sono state uccise dal partner, diciassette da un ex compagno e trentatré da un parente e, sebbene nell’ultimo decennio la quota delle vittime è scesa dallo 0,6 allo 0,4, la diminuzione nel tempo ha seguito ritmi alquanto lenti ed è riconducibile più a una riduzione dei crimini per mano di sconosciuti che a un reale calo delle vittime (nel nucleo famigliare).

Tradotto: diminuisce il complesso delle violenze, tranne degli stupri, ma aumenta la loro gravità, per cui restano stabili i numeri delle vittime di violenza estrema e delle manifestazioni più efferate, senza trascurare quelle perpetrate durante la gravidanza tanto che gli episodi, in quel periodo, sono aumentati del 7 per cento circa e, nell’8 per cento dei casi, iniziate.

E c’è, nell’indagine dell’Istat, un aspetto della violenza di genere spesso trascurata e che fa poca notizia: le molestie e i ricatti sessuali in ambito lavorativo, subìti da un milione e più di quattrocentomila donne nel corso della loro vita professionale ma solo una su cinque ha raccontato la propria esperienza ai colleghi e quasi nessuna li ha denunciati alle Forze dell’Ordine. Mentre da quando, nel 2009, è entrata in vigore la legge che definisce reato lo stalking, le condanne per questo tipo di crimine sono aumentate: da trentacinque nel 2009 a mille e seicento nel 2016 e sono cresciute anche le sentenze definitive contenenti almeno un reato di violenza sessuale.

E però, oltre le perdite umane, il prezzo psichico che pagano le vittime e i costi sociali sui figli e sull’intera società in termini - per esempio - di minor contributo al sistema produttivo, la violenza di genere ha anche dei costi economici diretti riferibili alle spese per le cure mediche private, ai farmaci, a quelle legali e per danni a proprietà, gravando, pure, sul sistema sanitario nazionale e su quello giudiziario.

E sarà pure un neologismo, il femminicidio, ma il suo significato è antico come la storia dell’uomo: “E’ qualsiasi forma di violenza esercitata sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità”.

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