Dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda e, ancor più, dopo gli anni ottanta, l’opinione pubblica si è messa il cuore in pace: gli armamenti non sono più necessari e il mondo è entrato in un processo di riduzione degli arsenali militari.

 

Effetto dell’assenza della questione nel dibattito pubblico, la percezione dell’opinione (altrettanto) pubblica risulta distorta, non solo relativamente alla gravità del fenomeno e delle sue conseguenze ma, pure, sulla sua diffusione.

 

 

Oltreché sulla produzione di armi: di fronte a una retorica politica e militare che racconta di una produzione sempre più intelligente di armamenti sempre più precisi, accarezza l’idea che gli esiti collaterali siano sempre meno letali.

 

Tutt’altro che chirurgiche, le mine antiuomo, le bombe a grappolo, le munizioni all’uranio impoverito, le bombe atomiche, le armi chimiche e batteriologiche fino alla recente MOAB - sganciata dall’amministrazione americana in Afghanistan nell’aprile scorso - hanno, piuttosto, lo scopo (non dichiarato) di colpire indistintamente, e non solo gli obiettivi militari.

 

Invece, complice il contesto globale, costellato di conflitti e rapporti diplomatici altalenanti, le esportazioni italiane di armi hanno registrato, nel 2016, un’impennata dell’86 per cento rispetto al 2015, per un incasso pari a più di quattordici miliardi di euro contro gli otto dell’anno precedente. Così, a spanne, ripartiti: circa sette miliardi sono derivati dall’acquisto da parte del Kuwait di vent’otto aerei da difesa prodotti dalla Leonardo spa - tra le prime dieci industrie del mondo per la produzione di armi e servizi militari.

 

Di queste il ministero dell’Economia e delle Finanze ne è il maggior azionista, con una quota del 30 per cento; circa nove miliardi li ha garantiti la vendita di “bombe, siluri, razzi, missili e accessori”, si legge nel report Futuro minato, redatto dalla Caritas. Di quella gravissima crisi umanitaria in corso dello Yemen, l’Italia è responsabile per l’invio di bombe prodotte in Sardegna, a Domusnovas.

 

All’ottavo posto nel mondo per produzione e commercio di armi e munizioni, controllando dal 2012 al 2016 il 2,7 per cento del mercato globale, l’Italia esporta in ottantadue paesi. I migliori clienti, la Turchia, gli Emirati Arabi e l’Algeria. Di segno positivo (si fa per dire) anche le importazioni: rispetto al 2015 sono cresciute del 168 per cento, annoverando tra i principali fornitori gli Stati Uniti, il Canada e la Svizzera.

 

Sono made in Italy anche le mine antiuomo ritrovate, nel tempo, in giro per il mondo: in Afghanistan, in Angola, in Argentina, nella Repubblica Democratica del Congo, in Egitto, nel Kuwait, in Iran, in Iraq, in Libano, in Marocco, nel Mozambico, in Pakistan, in Somalia, in Sudafrica e nel Sudan, avendo potuto contare su un’industria composta da tre società - Valsella e Misar a Brescia e Tecnovar a Bari - e sul sostegno di banche e autorizzazioni a esportare direttamente.

 

Un movimento cessato solo dopo la legge 374/1997 e con l’adesione dell’Italia alla Convenzione di Ottawa che decretava la definitiva distruzione di tutti gli arsenali italiani. Quanto alle bombe a grappolo, non è dato conoscere la misura in cui le imprese nostrane abbiano contribuito alla loro produzione e se il Belpaese ne conservi ancora uno stock precedentemente fornitole dagli Usa.

 

Di certo si sa che, nel 2015, l’Italia ha completato l’eliminazione del suo arsenale composto da quasi cinquemila bombe a grappolo e poco meno di tre milioni di submunizioni. E che, a scanso di equivoci, nell’ottobre del 2017, è stato approvato un provvedimento di legge “per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici di mine antiuomo, di munizioni e submunizioni a grappolo”. Meglio premunirsi (di leggi), non si sa mai.

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