“La povertà non è solo quella che chiede l’elemosina agli angoli delle strade e che necessita di un piatto caldo ma assume sfaccettature che si intrecciano con la vita apparentemente normale del nostro vicino di casa”, si legge nel dossier La povertà a Roma: un punto di vista, redatto da Caritas Roma.

 

Spesso, fuori dalle statistiche ufficiali che non sempre sono capaci di “registrare l’incubazione e il travaglio di situazioni limite”. Sono gravi fragilità interstiziali, sfuggenti e che hanno “bisogno di cose diverse da quello che potrebbe sembrare il loro bisogno più urgente”. Che la desertificazione dell’umanità lascia ai margini e le esigenze del sistema sovrastano quelle delle singole persone.

 

 

La mancanza di un tetto e di una formazione, l’isolamento volontario di un giovane, le mancate cure per una malattia grave o mentale sono le nuove povertà. Roma è una città caratterizzata da marcate disuguaglianze per la sua complessa articolazione: quartieri vulnerabili presenti anche nelle aree del centro si affiancano a zone difficili, prossime al Grande Raccordo Anulare. Nel centro storico, per esempio, gli anziani rappresentano la fascia d’età più consistente e contribuiscono a caratterizzarne l’habitat sociale. E non si tratta, certo, di anziani benestanti: hanno redditi inadeguati e si concentrano, soprattutto, nel quinto e nel settimo Municipio, seppure siano distribuiti in tutti e quindici Municipi.

 

Centoquarantesette mila ultrasessantacinquenni con risorse economiche stentate – al massimo undicimila di reddito annuo – a dover (prima o poi) fare i conti con criticità legate all’età e a una metropoli che frappone troppe distanze (anche dagli affetti). Con l’aumentare della popolazione anziana si sta, anche, modificando la condizione di fragilità economica a cui si lega quella abitativa. Per cui il territorio e la casa stanno significativamente riducendo il loro ruolo di ammortizzatori sociali e di luogo di cura affettiva e relazionale.

 

Cosicché “la prassi dell’attenzione di vicinato, di sostegno solidale, di territorio a forte connotazione storico-ambientale, hanno lasciato il passo a un ritiro socio-culturale, basato su un forte individualismo, su intolleranza e indifferenza nelle relazioni corte, sul concetto di proprietà esclusiva ed escludente”. Facendo emergere la marginalità domestica sia nei territori periferici sia in quelli centrali della Romabene, in cui si osservano realtà di isolamento sociale, con forme estreme di trascuratezza degli ambienti domestici, al limite dell’emergenza socio-sanitaria.

 

Definito “barbonismo domestico”, quello degli anziani isolati è un mondo vissuto alla stregua della mostruosità di un’istituzione totalizzante. In molti domicili mancano servizi essenziali e presupposti minimi di igiene: mancano gas, luce, acqua, mobili necessari per una vita dignitosa e ci sono sporcizia, animali indesiderati, bagni fatiscenti, cucine improponibili e letti inutilizzabili. Persone laureate, professori universitari, impiegati, lavoratori di tutti i livelli: totalmente soli, come se fossero internati, invisibili al mondo. Dentro case con enormi quantità di oggetti e di rifiuti come se le cose potessero offrire un rapporto e riempire il vuoto della solitudine. Che costituisce la cifra di ogni fenomeno di esclusione, insieme alla mancanza di una rete primaria e al disagio psichico.

 

“Nell’evaporazione dell’altro rimangono solo le molteplicità delle voci interiori dell’essere umano, voci che parlano, che dialogano con il femminile e con il maschile, la rabbia e la rassegnazione, con la disperazione e l’impotenza”. Per l’insignificanza sociale, partendo dal presupposto che “l’altro è (dovrebbe essere) testimone del nostro vissuto e tutte le cose che nella vita abbiamo fatto le facciamo perché uno sguardo le accoglie e le testimonia”. Solo “il riconoscimento di esserci rimette in condizione la persona di riattivare capacità e risorse tenute fino ad allora prive di possibilità”.

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