Quella del primo governo Conte è stata una politica dell'accoglienza programmaticamente contraria all'inclusione. A dirlo, il rapporto La sicurezza dell'esclusione, scritto da Actionaid e da Openpolis, che specifica perché il sistema di accoglienza è diventato un privilegio per pochi, per i soli rifugiati o titolari di forme residuali di protezione. Per gli altri, l'integrazione non è più un obiettivo, depennato con l'introduzione dei nuovi CAS, dove i migranti attendono l'esito delle domande d'asilo che nell'80 per cento dei casi sarà negativo.

Conseguenze: caduta nell'irregolarità ed esplosione dell'emergenza, dei fenomeni di disagio sociale e dello sfruttamento. Risultato: aumento del conflitto sociale e del razzismo.

D'altronde con un Decreto (sicurezza) dove i servizi di integrazione vengono concepiti come una voce su cui risparmiare, ridotti a uno spreco da ridurre, sono stati tracciati un percorso di esclusione e una linea politica orientata a intercettare il consenso immediato.

Le nuove regole delle gare d'appalto per la gestione dei centri di accoglienza, volute per razionalizzare il sistema e tagliare i costi, si scontrano con le critiche dei gestori di farvi fronte e delle prefetture di applicarle: tanti i bandi andati deserti o quelli che non riescono a coprire il fabbisogno. Dopo il Decreto sicurezza, il taglio dei finanziamenti per i centri di accoglienza più piccoli è stato del 30 per cento, le gare messe a bando 428 e 134 sono stati i contratti in affidamento diretto. Cosicché la gestione diventa un affair per imprenditori in grado di realizzare grandi economie di scala, penalizzando l'approccio con vocazione sociale e con personale qualificato. Ed è per questo che questo comparto del terzo settore è stato infiltrato da albergatori, titolari di servizi di pulizie e fonte Onlus che si sono improvvisati operatori dell'accoglienza.

Gli Sprar sono stati fortemente ridimensionati e sostituiti con il Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati (Siproim): i centri più numerosi sono incentivati, penalizzando l'inclusione, finanziando il trattenimento (nei Casi, che dà risposta all'emergenza sbarchi sono diventati soluzione definitiva) e le espulsioni. Alla riduzione di spesa destinata ai centri di accoglienza di circa 150 milioni di euro fa da contraltare l'aumento di quella per i centri per il rimpatrio, per i quali sono stati stanziati 3,8 milioni di euro ma ne sono stati spesi ben 28.

Oltre alla soppressione dello Sprar, il decreto sicurezza poggia su un altro provvedimento: l'abolizione della protezione umanitaria. Sebbene le richieste si siano dimezzate nell'ultimo anno, passando da più di 134mila nel 2018 a 63mila nel 2019, la misura (non necessaria) esaspera l'emergenza reale, quella degli irregolari che lo stesso sistema contribuisce a generare. L'impatto dell'eliminazione della protezione umanitaria è immediato: si traduce nell'aumento della percentuale dei dinieghi che passano dal 67 per cento del 2018 all'80 per cento del 2019, anno in cui il totale di questi sarà intorno a 80mila che andranno a ingrossare le file degli irregolari, diventando più di 680mila. Con l'unica alternativa di essere spediti nei Cpr per poi essere forzatamente rimpatriati. Solo che i posti nei Cpr sono poco più di mille e la media dei rimpatri non supera le 5mila e 600 unità. Occorrerà, dice il rapporto, oltre un secolo e oltre 3,5 miliardi di euro per rimpatriarli tutti. Nel frattempo, rimarranno in strada invisibili.

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