Giappone: Abe e la vittoria a metà

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Se le elezioni di domenica per il rinnovo della metà dei seggi del Senato giapponese hanno premiato come previsto il Partito Liberal Democratico (LDP) di governo, il primo ministro Shinzo Abe ha visto sfumare uno degli obiettivi principali dell’appuntamento con le urne. I risultati hanno confermato l’attuale maggioranza alla camera alta (Camera dei Consiglieri) del parlamento di Tokyo...
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UE-Turchia, la guerra del gas

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Nelle acque del Mediterraneo orientale continua a non trovare soluzione la disputa sui diritti di esplorazione di nuovi giacimenti di gas naturale che oppone la Turchia e l’auto-proclamata Repubblica Turca di Cipro del Nord da una parte alla Repubblica di Cipro riconosciuta internazionalmente, alla Grecia e all’Unione Europea...
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di Mario Braconi

Quando una persona si macchia di delitti di particolare crudeltà, il nostro riflesso automatico è dirci che si è comportata in quel modo “perché è cattiva”. Una spiegazione semplicistica che ovviamente non può soddisfare uno scienziato come Simon Baron-Cohen, professore di Psicopatologia dello Sviluppo presso l’Università di Cambridge e grande esperto di autismo. In un’intervista pubblicata sul sito di The New Scientist del 13 aprile, Baron-Cohen ripercorre assieme al giornalista i temi del suo ultimo libro (Zero Degrees of Empathy, ovvero Zero gradi di empatia), in uscita in questi giorni in Gran Bretagna.

Secondo il professore, da un punto di vista scientifico, per trovare una spiegazione (e una cura?) per il Male, il concetto di “mancanza di empatia” funziona molto meglio di quello di “cattiveria”. A differenza del Male (o del Bene, se è per questo) l’empatia di un individuo può essere misurata in modo scientifico, così com’è possibile studiare i fattori che la influenzano, in positivo o in negativo; secondo l’opinione scientifica correntemente accreditata, infatti, all’empatia sono deputate una decina di regioni del cervello interconnesse (un’area che Baron-Cohen definisce “circuito dell’empatia”).

In effetti, quella di empatia non è un’idea semplice: più che altro si può definire un termine sotto il quale va ricompreso un intero processo; come minimo, si può distinguere tra empatia cognitiva (ovvero la capacità di comprendere gli stati d’animo altrui) ed empatia affettiva (cioè la capacità di agire una risposta emotiva a quanto accade al proprio prossimo). Secondo Cohen, se distribuissimo su un diagramma le frequenze con cui si riscontrano nell’universo umano i livelli di empatia distribuiti lungo lo spettro (dalla persona a “empatia zero” al “super-empatico”), avremmo una distribuzione “normale”, o “a campana”: una grande massa delle frequenze rilevate a fronte di livelli di empatia medi, con i casi estremi caratterizzati da frequenze molto basse.

Inoltre, gli individui che negli appositi test mostrano livelli di empatia “zero” non possono essere considerati tutti alla stessa stregua. Baron-Cohen distingue infatti tra “zero negativi” e “zero positivi”. Alla prima categoria appartengono i casi difficili (disturbo borderline della personalità, psicopatici conclamati, schizofrenici), che possono eventualmente migliorare la loro condizione solo tramite trattamento; al secondo, gli autistici, che spesso accompagnano qualche talento specifico al loro inesistente livello di empatia.

Ma quali sono i fattori che influenzano i livelli di empatia di una persona, l’ambiente in cui nasce e ci si sviluppa o i geni che ci si ritrova? Baron-Cohen ritiene che a questa domanda non si possa dare una risposta netta. In effetti, il livello effettivo di empatia riscontrabile in ogni individuo in un determinato istante è funzione della complessa interazione tra geni e ambiente. Benché il professore rifiuti nettamente l’etichetta di sostenitore di un “determinismo biologico spinto”, egli conferma i geni possono avere un ruolo (anche rilevante) nella determinazione del livello di empatia di un soggetto.

Ciò premesso, i bambini che crescono non potendosi fidare degli adulti perché sono stati picchiati, o quelli che non hanno idea di quando vedranno i propri genitori la prossima volta hanno ottime probabilità di crescere come individui “zero negativi” e di sviluppare gravi disturbi quando non di diventare persone pericolose per sé e per gli altri. Niente di nuovo dunque: la ricerca scientifica ribadisce ciò che ogni persona con un po’ di buon senso capisce intuitivamente: l’amore e l’attenzione sono una medicina (o una vitamina) molto potente e costituiscono il seme di una società sana.

Eppure occorre prestare attenzione ai guai della propaganda politica, la cui funzione è spesso quella di degradare l’uomo, trasformando l’avversario in “nemico” e il nemico in “cosa”, non più persona (un fenomento che Baron-Cohen definisce “erosione dell’empatia”). Nè si può trascurare il fatto che, anche se la predisposizione genetica alla bassa empatia non è una sentenza inappellabile, i tentativi di rettificarla comporta sforzi intensi e risultati incerti.

Questo, in qualche modo sembra contraddire le premesse di Baron-Cohen: a questo punto bisogna infatti ammettere che esistono individui “cattivi”, o se si preferisce, dotati di bassa propensione all’empatia, non per colpa propria, ma per la storia scritta nel loro DNA. La buona notizia, invece, è che una persona con alta empatia tende a mantenere la sua naturale tendenza anche in presenza di meccanismi sociali e culturali dissuasivi.

Insomma, conclude Baron-Cohen, sviluppare l’empatia può davvero migliorare la società meglio di quanto riescano a fare la legge, il sistema carcerario e le armi: senza contare che l’empatia è gratis e che, a differenza delle religioni, non opprime nessuno. Se solo i nostri politici e i nostri intellettuali potessero far proprio e diffondere qualcuno di questi concetti, forse potremmo essere testimoni di un cambiamento autentico.

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