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22 Ottobre 2017
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L'8 Marzo, come nel 1917 in Russia

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di Vincenzo Maddaloni

Tra gli ultimi irritanti giudizi sulle donne primeggia quello dell'eurodeputato polacco Janusz Korwin Mikke, il quale durante un dibattito in riunione plenaria al Parlamento europeo sul divario retributivo tra uomini e donne, aveva affermato che siccome "le donne sono più deboli, meno intelligenti, devono guadagnare meno". Sicuramente se l’avesse avuto di fronte, Aleksandra Kollontaj non gli avrebbe risparmiato una mazzata tra capo e collo, come usa dire.

Tutto lascia credere che non avrebbe esitato l’operaista Aleksandra Michajlovna Demontovich, in prime nozze sposata Kollontaj, che divenne ministro all’Assistenza sociale assegnatale da Lenin nell’ottobre 1917, e che poi fu la prima ambasciatrice donna in Europa e nel mondo. Ella è passata alla Storia per essere stata tra le prime a tentare di coniugare rivoluzione operaia e rivoluzione sessuale.

Era maestosamente convinta che la discriminazione della donna si sarebbe facilmente risolta con il suo ingresso nel mondo del lavoro, "dove la donna della classe operaia è padrona dei mezzi di produzione e di distribuzione, partecipa alla loro gestione e ha l'obbligo di lavorare alle stesse condizioni di tutti i membri della società lavoratrice”. Naturalmente, “questa uguaglianza è realizzabile soltanto dopo la distruzione del sistema capitalista e la sua sostituzione con forme economiche comuniste”.

La Storia dimostrerà che nel Paese dei Soviet questo primato non sarà raggiunto, poiché l'opinione pubblica - se così si può dire - non era stata educata al nuovo ruolo della donna. Nemmeno era stato approfondito il problema della parità nel campo della distribuzione dei compiti domestici. Tuttavia, siccome il grado d'istruzione e di occupazione femminili erano molto alti, s’era diffusa nel mondo la convinzione che la donna sovietica avesse ottenuto la piena uguaglianza.

Così non era. Anzi per essere nel vero, s’era esasperato il divario tra l’emancipazione della donna nel mondo del lavoro, e la sua condanna ad essere l’angelo del focolare, come la tradizione russa impone. Sicché anche nell'URSS il tema della compatibilità tra famiglia e tempi di lavoro era rimasto un nodo difficile da sciogliere. Tant’è che i sociologi sovietici - già negli anni Settanta - dovettero ammettere che il socialismo non era ancora riuscito ad avviare una "trasformazione radicale della vita domestica".

La Storia ricorda che ancora nel 1926, morto Lenin e con la Kollontaj ambasciatrice nel lontanissimo Messico, l’Unione Sovietica era riuscita a dotarsi di un avanzatissimo diritto di famiglia, che all'epoca non aveva uguale nel mondo. Esso fu definitivamente seppellito nel 1944 da Stalin, al quale con la Russia invasa dai tedeschi fu facile abolire l’aborto, riposizionare la famiglia tradizionale alle fondamenta dello Stato, esaltare le funzioni materne e condannare gli omosessuali alla damnatio in vita.

Insomma, è bastata la minaccia racchiusa negli ukaze di Stalin per dimostrare come le leggi, seppure necessarie e seppure emancipatrici sul ruolo della donna come quelle emanate dai legislatori sovietici, non riescono ad assicurare mutamenti duraturi se non si radicano nella rivoluzione dei costumi, come Aleksandra Kollontaj andava predicando cento anni fa. Resta comunque il fatto che l’esperienza dell’Unione Sovietica rappresenta il contributo storico concreto più importante tra i movimenti di liberazione della donna.

Naturalmente, dai tempi della Rivoluzione d’Ottobre passi ne sono stati compiuti nel mondo Occidentale, ma il percorso delle donne verso una parità di genere è ancora un quadro in movimento sull’intero pianeta e, tutto sommato, non ancora definito in Italia come altrove. E’ un problema di cultura tuttora insoluto che riguarda – un esempio tra i tanti - il tasso di presenza delle donne nella politica, nel mondo delle istituzioni, nel mercato del lavoro.

Le donne scarseggiano a livello locale e nelle leadership di partito, indice di una presenza in politica ancora poco radicata. Nel mondo del lavoro ci sono non pochi ostacoli allo sviluppo dell’occupazione femminile, che vanno dalla carenza dei servizi di sostegno alle madri che lavorano, ai salari differenziati tra le donne e gli uomini che si sviluppano nonostante i divieti di discriminazione, ma che hanno come effetto quello di influenzare le scelte di distribuzione dei carichi di incombenze all’interno della famiglia.

E' tutto a svantaggio della donna, come accadeva nel secolo scorso. Forse addirittura di più. Almeno così  lo è per molte donne dell'ex Unione Sovietica costrette a prendere in considerazione - nella “Russia capitalista” - persino il mercato della prostituzione domestica, semplicemente per arrotondare le entrate o per accedere ad alcuni beni di consumo.

Pertanto, l’affermazione dell’eurodeputato polacco Janusz Korwin Mikke non va soltanto interpretata come  la battuta di un demente, peraltro eletto al Parlamento europeo con i voti  di migliaia di polacchi che la pensano come lui. Essa fa tornare alla mente la poverty feminization, la femminilizzazione della povertà, che si diffonde - è acclarato - in maniera esponenziale in tutto il mondo con l'avanzare del processo di globalizzazione. Il quadro è impressionante se si limita all'analisi dei fattori socio-demografici (età, titolo di studio, sesso).

Diventa tragico nei paesi del capitalismo avanzato, ogni qualvolta l’informazione libera porta alla luce nuove realtà sociali. Come quella delle donne - single, madri e anziane sole, vedove, separate o divorziate - che devono provvedere autonomamente al proprio sostegno e a quello dei figli o di altri componenti del nucleo familiare.

E' risaputo che le donne - più degli uomini - sperimentano la precarietà con la conseguenza di più basse retribuzioni e d'instabilità economica. Anche in Italia sono più  numerose le donne che sono in stato di precarietà da almeno cinque anni. Inoltre, la percentuale di lavoratori a bassa paga è più alta tra le donne, raggiunge il 12,5 per cento e il 37 per cento per le giovani fino a 24 anni.

Infine, sempre in Italia, sono diminuite le richieste per le professioni tecniche e aumentate quelle non qualificate. Basta pensare che l’unico settore che ha visto un segno di crescita occupazionale durante la crisi è stato quello dei servizi alle famiglie.

Pertanto, se la povertà è il risultato dei processi di esclusione sociale, economica e politica fra gli esseri umani, lo si deve alle politiche liberiste e devastanti delle economie globalizzate, dove le donne sono le  più colpite, sicché la femminilizzazione della povertà non è uno slogan bensì una realtà anche nel secondo millennio.

Siccome l’impoverimento non casca dal cielo poiché non si nasce poveri, come si nasce donna o uomo, bianco, nero o giallo, impoveriti si diventa. Le donne ne rappresentano la maggioranza, poiché sono esse per prime a subire gli effetti dei diktat delle principali istituzioni della mondializzazione - Fmi, Wto, Banca mondiale - che non sradicano la povertà, anzi l'accentuano.

Una beffa la loro ancor più malvagia se si pensa che “l’arricchimento sempre più scandalosamente elevato dei supermiliardari rispetto ai 3,6 miliardi di persone appartenenti alla metà della popolazione mondiale la più povera, legittimato dalle politiche dei dominanti, induce quest’ultimi ad esaltare i miliardari filantropi come i benefattori dell’umanità (Warren Buffet, Bill Gates, i fratelli WalMart…)!”, come ricorda l'economista Riccardo Petrella.

Naturalmente, il vero responsabile di quanto sta accadendo strutturalmente è il sistema finanziario creatosi dopo l’implosione dell’Unione Sovietica. Esso ha frantumato il legame fondamentale tra lavoro, reddito, benessere, dignità, da una parte, e diritti sociali, civili e politici, dall’altra parte. Nel contesto attuale il risultato è che, con il licenziamento si è spalancata l’entrata dei processi di impoverimento e di esclusione sociale. Le donne – s'è visto – sono le prime vittime.

E' partita da qui l'idea della giornata dello “sciopero globale delle donne” proclamata per l’8 marzo, alla quale hanno aderito quaranta Paesi, e durante la quale ogni donna singolarmente, ma anche ogni categoria professionale e sindacale deciderà in che modo esprimersi. L’intento è di dimostrare che se le donne si fermano, si ferma anche il mondo. Aleksandra Kollontaj cento anni fa aveva cominciato così.

 

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