USA-Cina, il bastone di Hong Kong

di Mario Lombardo

Le minacce della Casa Bianca e del dipartimento di Stato americano non sono alla fine servite a impedire l’approvazione nella giornata di giovedì della nuova legge sulla “sicurezza nazionale” per Hong Kong da parte dell’annuale assemblea legislativa cinese. La decisione presa dal Congresso Popolare era stata anticipata da un annuncio clamoroso a Washington, dove l’amministrazione Trump...
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Storia di un matrimonio

di Sara Michelucci

Storia di un matrimonio, film firmato dal regista candidato all'Oscar Noah Baumbach, racconta in modo incisivo ed empatico la fine di un amore e la volontà di una famiglia di restare comunque unita. Interpretato da Scarlett Johansson e Adam Driver, il film mette in evidenza la crisi di un rapporto matrimoniale, puntando l'accento...
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di Emanuele Vandac 

Tanto tuonò che (quasi) piovve. Moody’s torna a minacciare il dogma di fede della tripla A del debito sovrano francese: il possibile persistere di un contesto caratterizzato da costi elevati di finanziamento, sostiene l’agenzia di rating, può rendere più ardua la gestione del bilancio pubblico da parte del governo, con implicazioni creditizie negative.

Il pretesto che consente a Moody’s di venire allo scoperto è quello del rialzo dello spread sui titoli di stato francesi nei confronti di quelli tedeschi, registrato nelle ultime settimane: lo scorso 17 novembre, infatti, il suo valore ha sfondato la soglia psicologica dei 200 punti base, mentre attualmente viaggia tra i 155 e i 170 centesimi (un segnale molto preoccupante, visto che, solo quattro mesi fa, il debito italiano si trovava nella stessa posizione).

In effetti, un incremento di un punto percentuale nel rendimento dei titoli di stato equivale ad un aumento di circa 3 miliardi di euro l’anno di spesa per interessi; anche le prospettive di crescita economica della République non sono incoraggianti. The Economist ricorda come il solitamente aitante ed ottimista Sarkozy abbia dovuto recentemente ammettere in un’intervista che il tasso di crescita del PIL atteso per il 2012 al massimo raggiungerà l’1% (contro l’1,75% programmato). Le previsioni delle banche, sempre secondo il settimanale britannico, sono ancora più deprimenti, e tendono a divergere sensibilmente in funzione della nazionalità dell’istituto: la francese Natixis la attesta allo 0,5%, mentre alla yankee Citigroup va la palma del pessimismo, convinta come è non andrà oltre un simbolico 0,1%.

Questo vuol dire che, per conseguire i risultati attesi in termini di taglio del deficit, sarebbero necessari, rispettivamente, altri 5 o 9 miliardi di tagli. Sarkozy però difficilmente li metterà in cantiere, considerato che la prossima primavera lo attendono le presidenziali, e che il sentiment dei francesi è di maggior disponibilità verso aumenti delle tasse rispetto che ai tagli del suo imponente apparato pubblico ad un tempo fiore all’occhiello e zavorra finanziaria del Paese. Non a caso, la gran parte dei provvedimenti che vedranno la luce l’anno venturo sono nuove imposte: IVA, tasse sulle imprese (aumenti del 5%) e sui ricchi.

Che di downgrading francese si parli sempre più spesso tra gli operatori di mercati non è un mistero. La stessa Moody’s il 17 ottobre ha minacciato di mettere il debito sovrano francese sotto negative outlook (la procedura di rivisitazione dei conteggi che potrebbe sfociare in un downgrade).

In quell’occasione, le preoccupazioni dell’agenzia si appuntavano sulla tenuta dei conti francesi dopo la crisi del 2008, che ha lasciato il governo “con uno spazio di manovra limitato”, ulteriormente compresso dal possibile sostegno al sistema europeo (erano i giorni in cui si discuteva febbrilmente del fondo di garanzia ESFS, di cui la Francia è il secondo contribuente per importanza) e/o alle sue banche (ieri e oggi molto esposte sulla Grecia).

Fu in quell’occasione che Moody’s emise quel verdetto che deve essere costato nottate insonni all’orgoglioso Sarkozy: “la Francia è il più debole tra i paesi con la tripla A.” Interessante, a questo proposito, l’incidente in cui è incappata qualche giorno fa Standard & Poor’s, che, a causa di un errore tecnico, ha dato l’impressione che la Repubblica sia in qualche modo sotto osservazione.

Insomma, se ieri il problema erano i vincoli di bilancio e gli shock provocati alla finanza pubblica dai salvataggi (passati e futuri, effettivi o potenziali), oggi la paura arriva da una possibile perdita di fiducia dei mercati nell’emittente Francia. Il Ministro delle finanze francese ha risposto alle esternazioni di Moody’s in modo piccato, con un comunicato nel quale ha spiegato che le attuali condizioni cui si approvvigiona il tesoro francese sono “molto favorevoli”.

E in effetti, sembra dargli ragione un comunicato della AFT (Agence France Trésor) che spiega che il tasso medio ponderato del debito francese a medio lungo termine si attesta sul 2,78%, uno dei livelli più bassi dalla nascita dell’euro. Secondo il ministro francese, inoltre, le misure del pacchetto di emergenza da oltre 7 miliardi del 7 novembre sono state studiate per evitare impatti negativi sulla crescita economica.

Si preannunciano tempi particolarmente difficili per Sarkozy: da un lato dovrà continuare la sua lotta maniacale per il mantenimento della tripla A, e dall’altra tenere sotto controllo i conti continuando ad aumentare la pressione fiscale senza poter toccare la spesa. In fondo, la Francia è il secondo contribuente della European Financial Stability Facilty e il suo merito di credito è uno dei pilastri del gigante dai piedi di argilla, concepito per salvare l’euro.

Dunque la Francia deve mantenere alto il suo merito creditizio per consentire al sistema di sopravvivere e di salvare, tra le altre, anche le banche francesi, zavorrate da tonnellate di titoli greci ed italiani. Fino a che non si comprenderà che la vera soluzione alla crisi è una banca centrale in grado di mettere tutta la sua forza al servizio del riacquisto del debito pubblico europeo in condizioni di crisi, ogni misura, e ogni sacrificio, rischiano di essere dolorosi ma inutili.

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