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Mentre l'Europa guarda Atene, che rischia il default per 1,6 miliardi di euro, la Cina brucia 2.800 miliardi di dollari, circa 10 volte il Pil della Grecia. A tanto ammonta il valore di mercato perso nelle ultime tre settimane dalle Borse di Shanghai e Shenzhen, che insieme costituiscono la più grande piazza azionaria del mondo dopo quella degli Stati Uniti. Il crollo aggregato è di circa il 30% rispetto al picco del 12 giugno, giorno in cui la bolla speculativa cresciuta nei mesi precedenti ha iniziato a sgonfiarsi.

La recente corsa alle vendite arriva infatti subito dopo il più lungo rally borsistico della storia cinese, che - favorito dal regime di Pechino - ha portato Shanghai e Shenzhen a guadagnare in un anno rispettivamente il 150 e il 190%.

Una decina di giorni fa la Banca centrale cinese ha tagliato i tassi d'interesse per la quarta volta da novembre, ma la mossa - che nei primi tre casi aveva incoraggiato gli speculatori - non è riuscita a rianimare le quotazioni. Sono arrivate quindi altre contromisure: è stato permesso ai fondi pensione di comprare azioni e ai singoli investitori di usare gli immobili come garanzie sui prestiti chiesti per operare in leverage. Non solo: sono stati anche ridotti i requisiti di capitale per alcune banche e tagliate le commissioni sul trading.

Intanto, la China Securities Regulatory Commission - la Consob cinese - ha annunciato indagini su una "sospetta manipolazione dei mercati" con vendite allo scoperto, mentre Pechino ha bloccato le Ipo (quelle in calendario erano 28), impedendo agli investitori di vendere le azioni che hanno in portafoglio per puntare sulle società di nuova quotazione (secondo gli analisti, le aziende in attesa dello sbarco in Borsa potrebbero attrarre fino a 645 miliardi di dollari).

Da oggi, inoltre, è operativo un fondo da 120 miliardi di yuan (circa 19,3 miliardi di dollari) costituito dalla Securities Association of China, che riunisce i 21 principali broker cinesi. Questo nuovo veicolo, appoggiato dal governo, investirà nel mercato azionario acquistando Etf sulle blue-chip, con l'obiettivo di stabilizzare i listini. Il problema è che la sua dotazione potrebbe bastare solo per poche sedute di Borsa. Una volta esaurita, dovrebbe entrare in gioco il colossale fondo sovrano cinese.

Ma come si è arrivati a questo punto? Secondo la rivista Caixin, la responsabilità delle pesanti perdite subite nelle ultime settimane dagli investitori ricade "in primo luogo su coloro che hanno eccitato il pubblico". Nel mirino ci sono le istituzioni finanziarie statali cinesi, che hanno concesso un fiume di prestiti a 90 milioni d'investitori, per la maggior parte dilettanti abbagliati dalla prospettiva di guadagni facili e rapidi in Borsa (solo nello scorso mese di maggio sono stati aperti più di 14 milioni di nuovi account per il trading). Questo esercito di scommettitori muove l'80-90% delle transazioni sui mercati azionari cinesi e opera in modo spregiudicato (se non sprovveduto), puntando a guadagni nel breve termine.

Quanto alle potenziali conseguenze che un'eventuale disfatta finanziaria cinese avrebbe sulle Borse occidentali, occorre fare una distinzione. Il rischio di un contagio diretto non esiste, perché le Borse di Shanghai e Shenzhen non sono aperte al mercato globale.

Le autorità puntano a una maggiore liberalizzazione per attrarre nuovi capitali, ma al momento i non-cinesi possono investire solo tramite fondi o Etf e i limiti sulle proprietà straniere nel Paese sono molti. Di conseguenza gli investitori occidentali sui mercati cinesi sono pochi e ciò ha evitato che gli avvenimenti delle ultime settimane avessero riflessi disastrosi anche su Wall Street e sulle Borse europee.

C'è però anche una prospettiva più ampia da tenere in considerazione. Come si legge in una recente apertura del Financial Times, gli investitori globali temono che il crollo prolungato delle azioni possa avere effetti di portata sistemica sull'economia cinese, aggravando la fase di rallentamento già in corso. Se così sarà, smetteremo di preoccuparci solo della Grecia.

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