USA-Corea: tensioni e disgelo

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Pueblo

di Sara Michelucci

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di Carlo Musilli

Il modello di sviluppo della Germania è controproducente non solo per le altre economie europee, soffocate dalla corsa all'export che l'austerità impone, ma anche per lo stesso Pil tedesco, che tra il 1990 e il 2010 ha lasciato per strada il 6% di crescita potenziale a causa delle eccessive disuguaglianze fra ricchi e poveri. Lo sostiene l'economista tedesco Marcel Fratzscher nel suo ultimo libro, La battaglia dell'equità, dimostrando la tesi sulla base di dati Ocse.

Fratzscher è uno studioso molto noto in patria, se non altro per le sue posizioni eterodosse rispetto al pensiero economico dominante. Nemico dell'austerity, sostiene da anni che la Germania dovrebbe rilanciare gli investimenti e dare ossigeno alla domanda interna, messa in crisi dalle politiche di rigore. Non sorprende quindi che i centri di ricerca più influenti del Paese si siano messi in fila per confutare anche la sua ultima teoria.

Il più prestigioso è l'istituto IW di Colonia, che ha prodotto un contro-studio in cui sostiene che le disuguaglianze pesano sul Pil solo se i redditi medi sono inferiori ai 9mila dollari l'anno e se la distanza fra ricchi e poveri è già ampia in partenza, ovvero quando il coefficiente di Gini è superiore a 0,35 (dove zero indica la massima equità possibile e 1 il massimo squilibrio, come se una sola persona avesse in mano tutta la ricchezza di una Paese). Naturalmente, la Germania è sotto questa soglia.

L'IW accusa inoltre Fratzscher e l'Ocse di non valutare adeguatamente parametri come la mobilità sociale, l'istruzione, la politica interna e il livello di industrializzazione. A conti fatti, perciò, l'istituto di Colonia arriva a sostenere che tra il 1990 e il 2010 le disuguaglianze hanno assicurato al Pil tedesco una crescita aggiuntiva del 2,3%.

Da questa prospettiva, sembra quasi che i tedeschi debbano rallegrarsi del fatto che la forbice tra ricchi e poveri continua ad allargarsi. Uno studio della Bundesbank - non proprio un covo di keynesiani - dimostra che oggi in Germania il 10% dei cittadini detiene il 59,8% della ricchezza, contro il 45,1% di appena 15 anni fa. Il 50% più povero, invece, deve accontentarsi di appena il 2,5% della ricchezza nazionale.

Tobias Schmidt, uno degli esperti della Banca centrale tedesca, afferma che negli ultimi anni i ricchi hanno fatto fortuna grazie agli investimenti nel mattone, favoriti dai tassi d'interesse bassissimi. “C'è un forte legame tra il possesso di immobili e la ricchezza”, spiega Schmidt, sottolineando che “l'aumento del prezzo delle case va a vantaggio soprattutto dei più abbienti”. In Germania, tra il 2010 e il 2014, la metà dei proprietari di immobili ha visto il valore dei propri beni crescere mediamente di circa 33mila euro. Chi invece vive in affitto si è arricchito soltanto di mille euro.

Altri dati, stavolta della fondazione Ebert, rivelano che sta tornando ad allargarsi anche la forbice fra la parte orientale e quella occidentale della Germania: all'inizio dell'ultima crisi, tra il 2009 e il 2012, la differenza del Pil pro capite tra Est e Ovest è salita al 26,6%.

Insomma, un progresso invidiabile? In realtà no, e non solo per ragioni morali. Che l'aumento dello squilibrio nella distribuzione della ricchezza rallenti la crescita non è affatto un argomento nuovo: tornata al centro del dibattito accademico dopo lo scoppio della crisi nel 2008, la tesi è sostenuta oggi da moltissimi studiosi (non solo keynesiani), guidati dai premi Nobel statunitensi Paul Krugman e Joseph Stiglitz, ma anche da una stella emergente come il francese Thomas Piketty. A ben vedere, nemmeno l'istituto IW contesta l'assunto di fondo, limitandosi a criticare la metodologia usata da Fratzscher.

La novità, semmai, è nel fatto che oggi per la prima volta l'obiettivo si restringe al Paese che ha imposto a tutto il continente il proprio modello, spacciando una politica economica egoista e miope come una rivelazione divina indiscutibile e immodificabile. Sulla base di questo inganno originario è evidente che ogni critica, anche se fondata su dati Ocse, ha il sapore di un'eresia.

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