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di Marco Montemurro

Ore decisive in Thailandia. Circa 40.000 camicie rosse thailandesi si sono radunate l'altro ieri nella zona commerciale della capitale Bangkok, preparandosi alla "battaglia finale" per rovesciare il premier Abhisit Vejjajiva, appoggiato dall'esercito. "Useremo la zona di Rachaprasong come campo di battaglia finale per rovesciare il governo", ha detto oggi ai giornalisti il leader della protesta, Nattawut Saikua. "Non ci saranno altri negoziati".

Continua quindi la mobilitazione che ormai da diverso tempo tiene il Paese col fiato sospeso. Da settimane, la mobilitazione delle camicie rosse ha generato lo scontro politico più acuto nella storia thailandese recente. La fase più acuta dello scontro tra rivoltosi e governo si é avuta sabato 10 aprile, quando per la prima volta, il conflitto è sfociato in scontri violenti che hanno causato la morte di 21 persone. L’esercito ha scelto di non rimanere inerte e, per cercare di ristabilire l’ordine, ha aperto il fuoco nel quartiere di Bangkok dove sono insediati i manifestanti. Il bilancio è stato drammatico: sono stati uccisi 16 civili, 4 militari e un giornalista giapponese; un numero di vittime che i thailandesi non contavano dal 1992, anno in cui avvenne l’ultimo intervento cruento dell’esercito.

Da oltre un mese a Bangkok sono accampati i sostenitori dell’United Front for Democracy against Dictatorship (UDD) poiché, provenendo in molti dalle province, hanno scelto di rimanere nella capitale finché non sarà raggiunto il loro obiettivo, vale a dire lo scioglimento del governo di Abhisit Vejjajiva e le conseguenti elezioni anticipate. Accusano l’attuale primo ministro di non aver alcun consenso popolare, in quanto nel 2008 il suo partito è andato al potere senza essere stato eletto, e difendono l’ex premier in esilio, Thaksin Shinawatra, ricordato con benevolenza poiché condusse politiche a favore delle popolazioni rurali più disagiate.

Per mettere in difficoltà Abhisit, le camicie rosse (così chiamate per differenziarsi dai “gialli” leali alla monarchia) da oltre un mese organizzano incessantemente manifestazioni presso i luoghi nevralgici del paese. Il 15 marzo, ad esempio, hanno svuotato intere taniche di sangue davanti i palazzi del governo, del primo ministro e del partito di maggioranza Democrat Party, un’iniziativa che ha conquistato l’attenzione dei media internazionali. All’inizio di aprile, poi, le proteste, condotte sempre in modo pacifico, per cinque giorni si sono spostate nei distretti turistici di Bangkok, causando la chiusura dei centri commerciali e disagi agli alberghi di lusso. Dopodiché, il 7 aprile, i rossi si sono diretti verso il Parlamento, occupando il cortile del palazzo e costringendo il primo ministro Abhisit a fuggire tramite un elicottero.

Considerata la gravità dell’azione, la mattina seguente il Premier ha emanato lo stato di emergenza e, da quel momento, nel paese sono limitate le libertà civili, sono proibite le adunanze pubbliche e si possono censurare i media. Quel giorno stesso il premier Abhisit ha dovuto anche annullare il suo viaggio in Vietnam e, non potendo così recarsi al vertice dei paesi Asean, ha mostrato sul piano internazionale quanto sia critica la situazione in Thailandia.

Applicando il decreto per la sicurezza nazionale, è stato subito oscurato il canale televisivo People Channel, una rete vicina all’United Front for Democracy against Dictatorship (UDD), accusata dal governo di incitare alla violenza. Per difendere l’informazione e contestare la censura, le camicie rosse, sfidando le misure di emergenza, il giorno successivo hanno protestato presso la sede dell’emittente, la Thaicom, società che fu fondata dal loro benamato Thaksin.

Durante le scorse settimane, dunque, il conflitto è stato caratterizzato da rilevanti avvenimenti. La tensione è via via cresciuta e, una volta dichiarato lo stato di emergenza, sabato 10 aprile l’esercito, che finora non aveva mai represso le proteste, ha sparato colpi di fucile contro i dimostranti. La crisi non sembra attenuarsi, anzi, l’UDD è sempre più determinato nel chiedere le dimissioni di Abhisit, considerato adesso come un assassino con le mani sporche di sangue.

Le camicie rosse sono risolute nel perseguire il loro obiettivo, anche perché il Democrat Party, attualmente al governo, è sotto inchiesta dalla commissione elettorale, accusato di irregolarità durante la campagna elettorale del 2005. Sembra che il partito abbia ottenuto 258 milioni di bath dalla società Tpi Polene (azienda produttrice di manufatti in cemento), contravvenendo così la legge, poiché nel paese le forze politiche non possono ricevere in donazione oltre 10 milioni di Bath. Preso atto del reato, la Corte Suprema dovrà inevitabilmente sentenziare lo scioglimento del partito e l’esclusione dei suoi vertici dall’attività politica. Tale processo, pertanto, rafforza ulteriormente le forze antigovernative le quali, in attesa del verdetto, hanno già manifestato lo scorso 5 aprile presso la sede della commissione elettorale per sollecitare le indagini in corso.

Il primo ministro Abhisit è indubbiamente in difficoltà e, per cercare una soluzione, il 28 marzo ha concesso per la prima volta un incontro, perfino in diretta televisiva, con i rappresentanti delle camicie rosse. Nessun accordo però è stato raggiunto. Benché il premier si sia mostrato disponibile a indire elezioni anticipate entro il mese di dicembre, l’opposizione non ha voluto far compromessi, ferma nel pretendere dimissioni immediate. Per il momento dunque non s’intravede una soluzione tra le controparti e, inoltre, il conflitto sembra peggiorare, considerate le vittime dei recenti scontri.

Presto il governo dovrà decidere come poter risolvere questa crisi e anche le camicie rosse dovranno formulare concrete proposte politiche, dato che aspirano a governare il paese. Finora l’United Front for Democracy against Dictatorship si presenta solo come un movimento. Vi sono diverse correnti all’interno e, durante le proteste, sono numerosi i leaders che si alternano per parlare alle folle. Alle lotte partecipa infatti una popolazione eterogenea, composta da cittadini di Bangkok, studenti universitari, contadini delle province, monaci buddisti e comunisti. I programmi politici pertanto appaiono frammentati e, di conseguenza, ciò comporta una situazione dalla quale facilmente potrà trarre vantaggio Thaksin, l’ex primo ministro sostenuto dal movimento. Probabilmente i dimostranti dovranno valutare l’ipotesi di costituirsi come un partito e, in tale caso, potremmo intravedere il futuro del paese.

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