Putin e Kim, patto contro l'Impero

di Mario Lombardo

La prima visita in 24 anni in Corea del Nord del presidente russo Putin ha scatenato una valanga di commenti altamente critici sulla stampa e tra i governi “democratici” occidentali. Dai pericoli legati al consolidamento dell’alleanza tra due potenze nucleari al rischio di un definitivo aggiramento delle sanzioni imposte a Pyongyang, le ragioni alla base di questa isteria collettiva sono...
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Sudafrica, il tramonto dell'ANC

di Michele Paris

Gli eventi seguiti alle elezioni generali di fine maggio in Sudafrica sono stati inevitabilmente influenzati dal peggiore risultato fatto segnare dall’African National Congress (ANC) dalla prima consultazione democratica del 1994 dopo la fine del regime di apartheid. Il partito che fu di Nelson Mandela era sceso per la prima volta sotto il 50% dei consensi ed è stato così costretto a entrare in un’inedita alleanza politica con altre formazioni, tra cui la principale è la propria nemesi dell’Alleanza Democratica (DA), tradizionale espressione delle élites bianche ed erede di fatto del Partito Nazionale al potere tra il 1948 e il 1994. Un accordo è stato trovato in tempi stretti per rispettare la norma costituzionale che prevede...
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di Michele Paris

Il 21 settembre 1976 l’automobile su cui viaggiavano l’ex ministro del governo Allende, Orlando Letelier, la sua segretaria, Ronni Moffitt, e il marito Michael, saltò in aria all’altezza dello Sheridan Circle a Washington, a meno di due chilometri dalla Casa Bianca. L’esplosione, che provocò la morte dei primi due, rappresentò forse il più eclatante atto di terrorismo internazionale eseguito in territorio statunitense fino a quel momento. I responsabili dell’attentato si erano mossi nell’ambito delle operazioni clandestine della famigerata Operazione Condor, implementata con la supervisione del governo americano.

A quasi trentaquattro anni di distanza, una serie di documenti declassificati dagli Archivi della Sicurezza Nazionale, confermano come le mani del premio Nobel per la Pace Henry Kissinger, allora Segretario di Stato nell’amministrazione Ford, siano macchiate del sangue di Letelier e della 25enne attivista del New Jersey.

Nominato ambasciatore negli USA da Salvador Allende nel 1971, Orlando Letelier ricoprì successivamente incarichi importanti nel governo riformista cileno. Ministro degli Esteri, degli Interni e della Difesa, Letelier fu uno dei primi esponenti di spicco dell’amministrazione Allende ad essere arrestato dopo il colpo di stato militare del 13 settembre 1973 guidato dal generale Augusto Pinochet. Incarcerato e più volte torturato, nel settembre 1974, in seguito alle pressioni diplomatiche della comunità internazionale, venne rilasciato e poté raggiungere dapprima Caracas e poi la capitale americana.

Qui iniziò ad insegnare presso l’American University e a lavorare per l’Institute for Policy Studies, un istituto di ricerca dedicato agli studi di politica internazionale, dove si stava appunto dirigendo la mattina della sua morte. Nel suo esilio di Washington, Letelier divenne immediatamente la principale voce critica del regime di Pinochet, rivelandone i metodi repressivi e battendosi per un boicottaggio internazionale che riuscì a impedire l’erogazione di prestiti e aiuti militari, provenienti soprattutto dall’Europa. Il 10 settembre 1976, con un decreto governativo, gli venne infine revocata la cittadinanza cilena.

Per l’omicidio di Letelier vennero indagati e poi condannati svariati individui. Il responsabile della preparazione dell’esplosivo fu individuato nell’ex agente della CIA Michael Townley, un espatriato americano alle dipendenze della DINA (Dirección de Inteligencia Nacional), la polizia segreta di Pinochet. Townley venne estradato negli USA nel 1978, con un accordo secondo il quale avrebbe rivelato solo ciò che era rilevante in relazione alla violazione delle leggi americane, omettendo qualsiasi informazione riguardante il coinvolgimento della DINA e del governo cileno, ovvero dei mandanti dell’assassinio di Letelier. Il processo a Townley si concluse con una condanna a dieci anni, ma dopo aver scontato metà della pena venne rilasciato e messo sotto la protezione del governo americano, che lo inserì in un programma federale di protezione testimoni.

Gli esecutori materiale dell’omicidio provenivano dagli ambienti anti-castristi operativi sul suolo statunitense con l’appoggio della CIA. Al progetto dell’operazione contribuì in maniera determinante l’organizzazione CORU, fondata da Luis Posada Carriles. Carriles era (ed è tutt’ora) anch’egli al soldo dell’intelligence a stelle e strisce e implicato in numerose azioni terroristiche, tra cui l’esplosione in volo di un aereo civile della Cubana de Aviaciòn sui cieli delle Barbados, che causò la morte di 76 persone. Posada Carriles è responsabile, oltre a numerosi atti di terrorismo contro personale cubano in ogni dove del continente americano, anche dell’organizzazione di una serie di attentati a L’Avana nel 1997. In uno di questi, una bomba collocata nella hall dell’hotel Copacabana, uccise il cittadino italiano Fabio Di Celmo e altre undici persone risultarono ferite.

A dare l’ordine dell’uccisione di Letelier furono invece i vertici del regime cileno, nelle persone del capo della DINA, generale Manuel Contreras, e dello stesso Pinochet. Secondo quanto confessato da Contreras ad un giudice in Cile nel 2005, l’assassinio di Washington venne portato a termine grazie al supporto della CIA, degli esuli cubani e di membri del servizio segreto venezuelano (DISIP). Lo stesso vice-direttore della CIA dell’epoca, Vernon Walters, avrebbe informato direttamente Pinochet della pericolosità di Letelier, impegnato a Washington nella formazione di un governo cileno in esilio.

Il governo americano aveva d’altra parte rivolto la propria attenzione al Cile da tempo. Lo stesso Kissinger considerava l’instaurazione di un governo socialista in questo paese un pericoloso esempio per il resto del continente e non solo. Sotto la sua supervisione, immediatamente dopo le elezioni del 1970, la CIA aveva manovrato senza successo negli ambienti militari cileni per impedire l’insediamento di Allende alla presidenza. Nei tre anni successivi, tuttavia, Kissinger fece di tutto per indebolire il nuovo governo con l’obiettivo di rimuovere il legittimo presidente dal potere, manovrando gli ambienti interni al Dipartimento di Stato americano che si opponevano ad un intervento diretto degli Stati Uniti negli affari cileni.

del resto, l’8 settembre 1974, il New York Times rivelava che, secondo una testimonianza resa il 22 aprile dello stesso anno da William Colby, direttore della Cia, di fronte alla Sottocommissione dei servizi armati sull’intelligence della Camera dei rappresentanti, l’amministrazione Nixon avrebbe stanziato oltre otto milioni di dollari per le attività della Cia contro il regime del presidente Salvador Allende. Le operazioni di intervento, secondo Colby, erano state approvate in blocco dalla Commissione dei quaranta, un quadro di comando di alto livello addetto all’approvazione dei piani di sicurezza guidati da Henry Kissinger, segretario di Stato degli Stati Uniti, e furono considerate come prova schiacciante delle tecniche di sovvertimento di altri governi attraverso lo stanziamento di fondi.

Per Kissinger, in sostanza, la “questione era troppo importante per essere lasciata al giudizio degli elettori cileni”. Allo stesso tempo giudicava impensabile che la sua amministrazione restasse a guardare “un paese diventare comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo”. Rimanere indifferenti agli eventi politici in corso a Santiago sarebbe stato interpretato nel resto dell’America Latina come un segnale di debolezza che avrebbe potuto scatenare una reazione a catena insostenibile per gli interessi americani. Gli sforzi di Kissinger culminarono così nel golpe contro Allende e proseguirono nei mesi e negli anni successivi quando venne il momento di reprimere il dissenso contro il nuovo regime sia in patria che all’estero.

Ai documenti già resi noti da qualche anno, nei quali veniva rivelato come Pinochet avesse manifestato a Kissinger le sue preoccupazioni per le attività di Letelier negli Stati Uniti, ottenendo tutta la “comprensione” del governo americano, le carte desecretate pochi giorni fa mettono in luce piuttosto il ruolo dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Nixon nell’avallare l’Operazione Condor. Il 3 agosto 1976, alcuni funzionari del Dipartimento di Stato indirizzarono a Kissinger una nota nella quale veniva criticato il programma di assassini predisposto dai governi sudamericani con il beneplacito di Washington. L’appoggio americano a queste operazioni rappresentava, infatti, un grave motivo di imbarazzo di fronte alla comunità internazionale.

Il 30 agosto, la sezione del Dipartimento di Stato che si occupava dell’American Latina redasse così un documento ufficiale da inoltrare a sei governi, con particolare enfasi per Uruguay, Argentina e Cile. Nel documento li si ammoniva circa la prosecuzione della campagna di omicidi diretta contro gli oppositori dei loro regimi all’estero, in quanto avrebbe creato “seri problemi di ordine morale e politico”. Mentre è risaputo da tempo che tale comunicazione non venne mai recapitata ai destinatari, le nuove carte pubblicate indicano proprio in Henry Kissinger il responsabile della soppressione del documento.

E’ ormai acclarato, infatti, che il 16 settembre 1976, cinque giorni prima dell’omicidio di Letelier, da Lusaka, in Zambia, dove si trovava in quel momento, Kissinger recapitò un messaggio al suo assistente per gli affari inter-americani, Harry Shlaudeman. Riferendosi appunto alla nota del dipartimento di Stato del 30 agosto precedente, circa l’Operazione Condor, il Segretario di Stato negò la sua approvazione all’invio di essa a Montevideo, la capitale dell’Uruguay, lasciando di fatto via libera al proseguimento di assassini e repressioni nell’intero continente.

Quattro giorni più tardi, lo stesso Shlaudeman, dal Costa Rica, confermò la decisione in un telegramma al suo vice a Washington, William Luers, informandolo di “dare istruzioni agli ambasciatori americani in America Latina di non intraprendere nessuna ulteriore azione, dal momento che non sussistono indicazioni che nelle prossime settimane verrà riattivato il piano Condor”. Precisamente il giorno successivo, in una strada trafficata della capitale americana, Orlando Letelier e Ronni Moffitt persero la vita.

L’omicidio di Letelier a Washington aveva seguito una già lunga striscia di attacchi terroristici a scopo repressivo messi in atto dai regimi di destra che presero il potere in Sudamerica tra il 1964 e il 1976 con l’appoggio degli Stati Uniti. Con l’Operazione Condor, le dittature militari di questi paesi adottarono un programma di sterminio indirizzato sia verso la resistenza alla dittatura nei singoli paesi sudamericani, sia verso quegli oppositori che avevano trovato rifugio all’estero e da dove proseguivano nel loro attivismo politico.

Prima di Letelier, altre due personalità di spicco della politica cilena in esilio erano state bersaglio dell’Operazione Condor. Nel settembre 1974 a Buenos Aires a saltare in aria fu il generale Carlos Prats, ex ministro della Difesa di Allende, mentre l’anno successivo l’ex vice-presidente cileno Bernardo Leighton scampò ad un attentato a Roma. Secondo stime parziali, complessivamente l’Operazione Condor fece tra i cinquanta e i sessantamila morti.

Nonostante le rivelazioni delle responsabilità dirette del governo americano, alla pratica dell’assassinio al di fuori del diritto internazionale di oppositori veri o presunti, gli USA continuano ampiamente a farvi ricorso anche dopo oltre tre decenni. Alla categoria dei “sovversivi” di sinistra si è sostituita ora quella dei “nemici combattenti”, bersagli indiscriminati della guerra totale al terrorismo lanciata da George W. Bush e fatta propria senza scrupoli - e senza significativi risultati, almeno per ora - dall’amministrazione Obama.

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