Time: i “Guardiani” e i dimenticati

di Michele Paris

La rivista americana Time ha scelto come “Persona dell’anno” 2018 un gruppo di giornalisti di varie nazionalità e una testata americana in segno di riconoscimento dell’importanza e dei pericoli della loro professione in un clima internazionale sempre più pericoloso e oppressivo.   Nell’articolo che ha accompagnato la notizia della decisione, la direzione del Time ha anche citato...
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India: avvertimento a Modi

di Mario Lombardo

A pochi mesi da un’elezione generale che appariva scontata fino a poco tempo fa, il partito nazionalista indù BJP al potere in India ha fatto segnare un pericoloso arretramento in almeno tre recenti consultazioni locali, i cui risultati sono stati resi noti questa settimana. Il primo ministro, Narendra Modi, deve essere in...
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di Giuliano Luongo

Da qualche anno a questa parte, come tristemente sappiamo, i paesi del cosiddetto “nord” del mondo stanno sviluppando una sempre più crescente fobia con tendenze violente verso la figura dell’immigrato, clandestino o meno. Questa categoria di soggetti “pericolosi, inquietanti e sovversivi” viene respinta con i modi strategicamente e politicamente più fantasiosi. Di recente è in voga una tattica alquanto stupefacente nella sua semplicità, o idiozia: quella dei muri. Ha iniziato Israele, per tener lontani i palestinesi; ha continuato l’Egitto, per tenere lontani un po’ tutti, sub-sahariani compresi; ci hanno pensato anche gli Stati Uniti, per tenere lontano i messicani.

Ora è il turno della Grecia. Esatto, la Grecia. Dopo aver deliziato la Comunità con una crisi leggendaria, raggiunta con un abile mix di politiche domestiche incompetenti e sgambetti da oltreoceano, il governo di Atene ha deciso, con l’inizio dell’anno nuovo, di far costruire un muro lungo “appena” 13 kilometri (e alto 3 metri) sul confine turco; per essere più precisi, sul quel tratto di confine con la Turchia ove il transito di migranti clandestini è maggiore e - almeno a quanto si dice dai palazzi del potere dell’ex-patria della dracma - eccessivo e incontrollabile.

Parole d’insofferenza hanno testimoniato lo stato dell’umore degli ufficiali greci nei confronti dell’immigrazione dalla Turchia (“ La Grecia non ne può più”) che hanno caratterizzato la lapidaria dichiarazione del Ministro per la protezione dei cittadini Christos Papoutsis, che ha spiegato al mondo il perché di quest’azione di forza, o almeno ci ha provato. In pratica, le motivazioni ufficiali comprendono un aumento del livello di cooperazione con l’Unione Europea nella lotta all’immigrazione clandestina e la volontà di placare la “voce del popolo”, stanco dell’irrefrenabile flusso di migranti che finisce per intasare le coste elleniche. Mah.

Invero, va detto che la migrazione clandestina che usa la Turchia come paese di transito ha raggiunto livelli elevati: si pensi che da gennaio a novembre 2010 hanno saltato il confine quasi 128mila sans papiers. E’ vero inoltre che la “questione di confine” greco-turca continua a far male dal 1919, e che il confinante dell’Asia Minore ha sempre rappresentato una sorta di rivale ed avversario non solo politico-economico, ma soprattutto sociale e culturale; ma in ogni caso ci troviamo di fronte ad una misura di carattere estremo che mal si concilia con lo spirito di un paese teoricamente democratico ed europeo.

 E la cosa diviene ancor più comica di fronte alla realtà della tragica mancanza di competenza in fase di preparazione e messa in atto di qualsivoglia attività di sorveglianza: ogni aspetto della gestione delle frontiere faceva - e fa tutt’ora, muri o meno - acqua da tutte le parti, tant’è che da Bruxelles erano già state prese misure di supporto dalla fine di ottobre 2010. L’Unione ha infatti già attivato il Frontex per supportare i pattugliamenti frontalieri nelle aree greche più a rischio, tra cui appunto quella a sud del fiume Evros, dove sorgerà l’infame ammasso di mattoni. Con circa un paio di mesi di sorveglianza congiunta si è arrivati ad ottenere un abbassamento del 44% delle migrazioni clandestine: risultato oggettivamente spettacolare, ottenuto con sole 200 unità di personale competente extra. Unico neo: l’Unione voleva “impegno degli stati (Grecia e Turchia appunto)” per migliorare la situazione, ed in ogni caso il ritiro delle truppe avverrà a febbraio.

E da qui, l’idea del governo di Atene: non perseverare nell’uso di milizia addestrata, ma avviare la costruzione di un bunker egeo. Sono state miste le reazioni dal continente: mentre da Bruxelles sono state numerose le perplessità al riguardo - benché non incanalate in una critica mirata, unita o quantomeno decente - da Parigi e Berlino è giunto un discreto apprezzamento per l’iniziativa greca: atto molto utile a mostrare tanto il livello di divisione dell’Unione quanto la volontà di dare un ennesimo segnale ai turchi di stare fuori dalla territorio comunitario. Interessante notare come nemmeno da Ankara si siano levate voci rabbiose: nonostante in ambito governativo siano state sollevate alcune perplessità - specie riguardo accuse indirette di facilitare l’immigrazione clandestina - la risposta alla costruzione del muro è stata un rilassato “no problem”.

Proprio il leader Erdogan, infatti, ha dichiarato che “sarebbe sbagliato chiamare la struttura progettata “un muro, è solo una barriera”, per poi aggiungere che entrambe le parti hanno fiducia l’una nell’altra. Ma torniamo a tre parole fa: “non è un muro, è una barriera” che tipologia di commento è? Nessuna, non è nemmeno un commento. Meglio: non ha senso. D’accordo che, dopo aver visto i dati sull’immigrazione dal suo paese si è preoccupato, ma fingere di usare sinonimie e sottigliezze semantiche non è certo un commento politico sensato. O meglio: è il commento politico di un leader che vuole mostrare “benevolenza” verso l’organizzazione regionale nella quale brama di far entrare da tempo il suo paese, ed al contempo che vuole dare un segnale contro l’immigrazione, senza andare troppo per il sottile.

Ma almeno una voce fuori dal coro c’è stata, proveniente da sede ONU: l’UNHCR (Alto Commissariato per i Rifugiati) ha dichiarato forti perplessità in merito, con riferimento ai possibili danni ai rifugiati politici, i quali finirebbero per subire lo stretto trattamento dei clandestini, e soprattutto in merito al fatto che la via più sensata sarebbe stata quella di continuare con azioni di polizia (come del resto il Frontex aveva mostrato possibile). Subito da Atene c’è stata risposta: il governo greco “non ci sta” alla “ipocrisia” di Bruxelles e delle Nazioni Unite, adducendo poi altre motivazioni bislacche che per decenza evitiamo di riportare. Fatto sta che la decisione, in data 19 gennaio, sembra essere ufficialmente passata e, pertanto, tempo qualche mese, avremo davvero questa “barriera che non è un muro”, pronta a rinsaldare le mura di cinta di quella che la stampa indipendente già da anni chiama “fortress Europe”.

E’ chiaro che, dopo l’innegabile contributo al fallimento dell’economia europea, la Grecia ha ben cercato di “riscattarsi”, “aiutando” l’Unione su di un tema spinoso, quello dell’immigrazione eccessiva. Da Atene stanno cercando di mostrare non solo i muscoli a turchi e migranti, ma anche la loro disponibilità a mostrarsi qualcosa di diverso da un paese periferico inutile, buono solo a risucchiare fondi strutturali.

Assurdo a dirsi, i due colossi free riders dell’Unione hanno dato il loro appoggio, galvanizzati dal mettere un’ennesima barriera - stavolta fisica - tra l’Europa e gli “invasori musulmani”. Siamo davanti all’ennesimo assurdo di propaganda di politica forte e delle “azioni ad effetto”, che non vede come soluzioni meno “clamorose” siano di fatto più efficaci: bastava poco ad adottare strategie del Frontex, assumere guardiani invece di “muratori” ed il gioco sarebbe stato fatto, senza ulteriori effetti in tema di immagine internazionale. Sullo sfondo, rimane il tema dello spauracchio che viene dal Vicino Oriente, nella forma dell’infiltrazione islamica, che deve ricevere dei respingimenti da ogni dove e in qualunque modo.

 

 

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