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Siria: Erdogan e la partita di Putin

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di mazzetta 

Sarà un Venerdì particolare per l'Egitto. Secondo i piani concordati in rete dai rivoltosi, al termine della preghiera i fedeli dovrebbero uscire dalle moschee in corteo e dare vita a manifestazioni itineranti. Alcune moschee fungeranno da catalizzatore per i non praticanti e le folle di giovani che sono stati il nerbo delle proteste dei giorni scorsi. I Fratelli Musulmani hanno annunciato l'adesione alla protesta, l'ex capo dell'Agenzia Atomica Internazionale, El Baradei, è ritornato in patria da Vienna, dove si era ritirato quando ha capito che la sua candidatura alle scorse presidenziali si sarebbe risolta nella solita truffa. E infatti Mubarak ha trionfato per l'ennesima volta con percentuali bulgare tra i pochi votanti spinti a forza dal regime verso i seggi.

Prevedibilmente ci saranno in piazza molte più persone che nei giorni scorsi. La repressione governativa, per quanto spietata, è sembrata debole agli egiziani, che nel migliaio di arresti e nella decina di vittime hanno letto per la prima volta un'offesa da vendicare e non il segnale che bisogna chinare la testa.

Il regime è atteso a una specie di prova del nove, la protesta mira alla cacciata del dittatore e lo scontro dovrà avere un vincitore, soluzioni di compromesso non sembrano nell'aria. L'unità politica delle opposizioni non potrà certo allearsi con il regime, non ha il controllo della piazza e nemmeno può dirsi rappresentativa delle folle che scendono in strada. Lo stesso El Baradei, che è una personalità formalmente adatta ad incarnare un Egitto nuovo, gode di un supporto frammentato e può aspirare alla leadership solo se investito di un ruolo di garanzia e godendo di consensi che per il momento non sembra avere.

Il regime, apparentemente compatto, è bene organizzato per reprimere, ma bisogna capire che risorse abbia per agire in una situazione che non controlla alla perfezione e nella quale deve subire l'iniziativa e giocare un gioco deciso da altri. La sua tenuta è tutta da verificare, anche alla luce del velocissimo dissolvimento del regime tunisino e all'evaporazione del relativo partito unico di governo.

La rivoluzione tunisina avrà un'influenza fortissima proprio sul regime, perché offre un modello nel quale la transizione dalla dittatura a qualcosa di diverso evolve con il sacrificio minimo e per niente truculento di esponenti del vecchio regime. Non c'è dubbio che, seguendo l'esempio tunisino, la quasi totalità della burocrazia, dell'esercito e delle classi dirigenti egiziane passerebbe senza colpo ferire la prova della dissoluzione della dittatura di Mubarak e del suo partito. Questo ferisce la tenuta del potere almeno quanto la pressione della piazza, perché riduce drasticamente il numero delle persone che si vedono costrette a difendere la dittatura perché in pericolo di vita o a rischio di tragedie.

La palla è nel campo di Mubarak, nelle segrete stanze del potere egiziano: se la risposta sarà brutale si allontanerà la possibilità di una soluzione alla tunisina e la protesta potrà solo essere stroncata o radicalizzarsi, come ha già dimostrato di poter fare in reazione alla brutalità del regime, ad esempio devastando per la prima volta una sede del partito al potere come reazione agli omicidi di manifestanti a Suez.

Se l'Egitto cede alla rivoluzione, il problema per l'Occidente non è quello dei Fratelli Musulmani, che sono solo lo spauracchio con il quale Mubarak e la sua propaganda hanno giustificato le peggiori repressioni. La piccola Tunisia è già un esempio; se il gigante egiziano dovesse virare decisamente verso una democrazia pretesa dalla base popolare contro l'élite e le pressioni internazionali delle grandi e piccole potenze, molte autocrazia arabe si troverebbero a fare i conti con un drastico calo di legittimità, mentre l'Occidente si troverebbe a rincorrere e a cucire nuovi rapporti con le nuove classi dirigenti, presto costretto a pietosi mea culpa (come quello recente di Sarkozy) e a fare i conti con decenni di complicità con i peggiori regimi repressivi.

 

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