Giappone: Abe e la vittoria a metà

di Michele Paris

Se le elezioni di domenica per il rinnovo della metà dei seggi del Senato giapponese hanno premiato come previsto il Partito Liberal Democratico (LDP) di governo, il primo ministro Shinzo Abe ha visto sfumare uno degli obiettivi principali dell’appuntamento con le urne. I risultati hanno confermato l’attuale maggioranza alla camera alta (Camera dei Consiglieri) del parlamento di Tokyo...
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UE-Turchia, la guerra del gas

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di Carlo Musilli 

Lo hanno battezzato il "Giorno della Rabbia", ma per ma per molti è stato soprattutto "Il Giorno dell'Angoscia". Le manifestazioni organizzate ieri in Arabia Saudita hanno generato preoccupazioni di diversa natura. Politiche, sul fronte interno. Economiche, per il resto del pianeta. Le dimensioni della protesta non contano. Era assolutamente scontato che i sauditi non potessero organizzarsi in oceani di manifestanti furibondi stile Egitto o Tunisia. Tantomeno era lecito aspettarsi uno scontro armato alla maniera libica.

In Arabia, infatti, il cuore della rivolta è costituito dalla minoranza sciita, che rappresenta appena il 10% della popolazione. Fatto sta che il monarca assoluto del Paese, re Abdullah, non aveva mai dovuto fronteggiare un'opposizione del genere in precedenza.

Il bilancio fino ad ora é di tre manifestanti sciiti feriti ad al Qatif, nell'est dell'Arabia saudita, dalla polizia che ha aperto il fuoco per disperdere una manifestazione. “Gli spari sono arrivati quando fra 600 e 800 manifestanti sciiti, fra cui delle donne, marciavano ad al Qatif per chiedere la liberazione di nove detenuti sciiti”, ha riferito un testimone all'Afp. “Quando la marcia stava per terminare nel centro della città, dei soldati hanno cominciato a sparare sui dimostranti e in tre sono rimasti feriti”, ha aggiunto la stessa fonte. Le autorità saudite hanno ribadito più volte negli ultimi giorni che le manifestazioni erano vietate nel Regno e che la polizia era autorizzata ad intervenire per far rispettare la legge.

Ma nonostante la violenta repressione dell'esercito, i manifestanti non mollano. Spalleggiati dai correligionari del vicino Bahrein, anch'essi in rivolta da circa un mese, continuano a chiedere riforme politiche. Vogliono la monarchia costituzionale, un governo eletto liberamente, la liberazione dei prigionieri politici e il riconoscimento dei diritti delle donne. Il contenuto della protesta ha trovato appoggio anche fuori dalla comunità sciita, fra i sauditi più liberali, che vorrebbero sfruttare il momento di crisi del sistema per realizzare le proprie aspirazioni di cambiamento.

In questo senso, fino ad ora diverse petizioni e lettere aperte sono state indirizzate a re Abdullah. Com'è ovvio, il sovrano non ha risposto a nessuno pubblicamente, ma durante la settimana ha incontrato in privato i leader tribali sciiti e sunniti. Quello che succederà nelle prossime settimane è difficile da prevedere. Ma bisogna tener presente che difficilmente vedremo una nuova piazza Tahir. La popolazioni saudita è molto più ricca di quella nordafricana e le casse del re sono abbastanza piene da raffreddare a suon di dollari più di una testa calda.

Veniamo al resto del mondo. Numero uno fra gli esportatori di petrolio, l'Arabia Saudita è il paese arabo più vicino agli Stati Uniti. Negli ultimi tempi ha svolto il ruolo di baluardo per la stabilità dei mercati energetici mondiali, innalzando la produzione di greggio in modo da sopperire al mancato apporto di barili dalla Libia, circa 750 mila al giorno. La paura più grande è proprio che la rivolta possa compromettere la produttività petrolifera del Paese. Gli sciiti sono infatti concentrati nella provincia orientale dell'Arabia Saudita, la più ricca di idrocarburi e di compagnie petrolifere. Qui sono custodite le più grandiose riserve d'oro nero che il pianeta conosca. Qualcosa come 260 miliardi di barili.

Se la situazione degenerasse e la ribellione si trasformasse in vera e propria rivoluzione, il prezzo del petrolio arriverebbe a toccare delle vette che finora gli economisti non avevano ipotizzato nemmeno nei loro incubi più neri. Per questo i trader di tutto il mondo hanno iniziato una speculazione a rotta di collo sui futures del petrolio.

Negli ultimi giorni si sono moltiplicati gli investitori pronti a scommettere che le vicende interne dell'Arabia Saudita faranno schizzare il prezzo di ogni singolo barile oltre la soglia siderale dei 200 dollari. E' un po' come scommettere sul collasso economico della Terra. Il record, fino ad oggi, è di 147 dollari al barile. Si è registrato nell'estate 2008, quando si cominciava a vedere il fungo atomico della crisi finanziaria mondiale.  Rispetto ad allora, secondo quanto riportato recentemente della Cnn, il fervore speculativo è oggi talmente elevato che i grandi istituti finanziari detengono il doppio dei contratti di lungo periodo sul petrolio.

Tanto per rendere le prospettive ancora più buie, la Goldman Sachs ha accusato l’Arabia Saudita di truccare i dati sul livello reale di produzione di petrolio. Secondo la banca d'affari statunitense, i sauditi "dallo scorso novembre stanno producendo da mezzo milione a un milione di barili di petrolio al giorno in più rispetto alle cifre ufficiali. Questo vuol dire che la loro capacità in eccesso è significativamente più bassa dei numeri ufficiali". Se l'ipotesi di Goldman Sachs fosse vera, la capacità in eccesso dell'Opec scenderebbe sotto i 2 milioni di barili al giorno. Un livello così basso é stato raggiunto l'ultima volta nella famigerata estate del 2008.

Tutto questo accade in un momento in cui diversi paesi europei fanno ancora molta fatica a finanziare i propri debiti pubblici. La gara a collocare titoli di Stato sul mercato è già abbastanza estenuante. Una crisi petrolifera delle proporzioni paventate potrebbe significare l'armageddon economico. Certo, è una possibilità non facile a realizzarsi. Ma rimane una possibilità.

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