Il boomerang dell’impeachment

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Assange e l’uomo della CIA

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di Carlo Musilli

Mentre gli occhi dell'Europa sono puntati sulla Libia, un altro pezzo di Medio Oriente va a fuoco. A Sana'a, capitale dello Yemen, soltanto venerdì scorso sono morte oltre 40 persone, secondo alcune fonti 72. Circa 400 i feriti. La polizia ha sparato sulla folla riunita in Piazza del Cambiamento, nel centro della città. A premere il grilletto, probabilmente, anche alcuni miliziani in abiti civili, fedeli al governo.  Gran parte del massacro è stato opera di cecchini appostati sui tetti.

Occasione dello scontro è stata la manifestazione ribattezzata "Venerdì dell'Avvertimento", organizzata dalla coalizione anti-regime che ormai da tempo chiede le dimissioni del presidente Ali Abdallah Saleh, in carica da 32 anni. Come una sorta di parodia, i lealisti (molti dei quali armati) avevano organizzato una contro-manifestazione, il "Venerdì della Concordia".

La battaglia è proseguita ieri. Decine di migliaia di persone sono scese ancora una volta in piazza a Sana'a, secondo quanto riportato dall'agenzia tedesca Dpa. Scontri anche ad Aden, nel sud del Paese. Qui la protesta si spiega principalmente con la volontà di secessione della provincia meridionale dal resto del Paese. Anche in questo caso la polizia ha sparato sui manifestanti. Un primo bilancio parla di quattro feriti.

Ma il dispotismo di Saleh e la causa indipendentista del sud non sono le uniche ragioni del nuovo scenario yemenita. La protesta è cominciata lo scorso 12 febbraio, quando migliaia di studenti e membri della società civile si sono riuniti in un sit-in permanente nell'università di Sana'a. Spronati dall'esempio della sollevazione tunisina, hanno iniziato a credere nella possibilità di conquistare migliori condizioni di vita.

Ad oggi, la disoccupazione nello Yemen è fissa al 35% e quasi la metà della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. Il sistema politico una volta era considerato l'unico esempio di democrazia nella Penisola Arabica, ma ben presto è degenerato in un regime monopartitico e corrotto. L'opposizione formalmente esiste, ma è debolissima e non ha alcun margine d'azione.

Sempre a febbraio sono iniziate le prime grandi manifestazioni nella Capitale e ad Aden, che hanno portato con sé anche le prime vittime. Da allora, ogni giorno nel Paese si susseguono marce di protesta contro Saleh. L'opposizione al regime ha trovato appoggio non solo nel movimento secessionista, ma anche nelle due più potenti confederazioni tribali yemenite, la Hashed e la Baquil. Come estremo tentativo di evitare la mattanza, le forze anti-regime e i veritici religiosi islamici avevano proposto a Saleh un piano che prevedeva la sua graduale uscita di scena entro il 2011. Naturalmente hanno incassato un secco rifiuto.

Venerdì il presidente dello Yemen ha dichiarato lo stato d'emergenza, che durerà 30 giorno. Saleh ha anche espresso "rincrescimento" per l'uccisione dei manifestanti, considerati "martiri della democrazia", e ha annunciato l'istituzione di una commissione di inchiesta per accertare le circostanze degli omicidi. Peccato che poi abbia rivisto queste posizioni tardivamente concilianti: "La polizia non era presente e non ha aperto il fuoco - ha detto in conferenza stampa - gli scontri sono avvenuti tra cittadini e manifestanti. E' evidente che fra questi ultimi ci sono degli elementi armati". Il presidente ha anche assicurato che non si ricandiderà alle elezioni del 2013, ma per i prossimi due anni difenderà il suo potere "fino all'ultima goccia di sangue".

A livello internazionale, l'escalation nello Yemen preoccupa soprattutto gli Stati Uniti. Barack Obama, come da copione, ha espresso una "ferma condanna" delle violenze, invitando Saleh a "rispettare il suo pubblico impegno di consentire manifestazioni pacifiche". Nonostante le dichiarazioni di rito a favore di chi scende in piazza per la democrazia, l'instabilità dell'area preoccupa il presidente americano molto più della causa per i diritti civili. Nello Yemen, infatti, agisce la più attiva fra tutte le diramazioni di Al Qaeda. Fino ad oggi il regime del Paese era stato un prezioso alleato nella lotta contro il terrorismo, ricevendo da Washington una grande quantità di aiuti militari.

Difficile prevedere quello che potrebbe succedere dopo un'eventuale caduta di Saleh. La causa dell'opposizione al presidente è stata fin qui in grado di tenere uniti gruppi assai eterogenei, che in altre circostanze sarebbero stati in contrasto fra loro. Quella dello Yemen è una società tribale e ogni fazione chiede le dimissioni del presidente per ragioni diverse. Il capo della più importante confederazione tribale del Paese, Hamid al-Hamar, dopo aver aderito alla protesta nata dagli studenti, si è proposto come successore di Saleh. Il problema è che per molti yemeniti alternative di questo tipo non sono accettabili. Non ci sarebbe infatti alcuna frattura rispetto alla logica politica tradizionalmente sperimentata.

E i separatisti del sud? E' davvero difficile sperare in un futuro di pace e democrazia per lo Yemen, se si pensa che una parte significativa dell'opposizione al regime è costituita proprio dal movimento secessionista. Cacciare Saleh non basterà, non sarà la fine della violenza. Gli analisti sono più che indecisi su quale possa essere il futuro del Paese se alla fine il regime cadrà davvero. Alcuni parlano genericamente di una "lunga fase d’instabilità politica". Altri di una guerra civile prolungata.

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Fabrizio Casari
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