Israele: demolizioni e apartheid

di Mario Lombardo

Se l’epidemia di Coronavirus ha fatto poco o nulla per ridurre ingiustizie, disuguaglianze e violenze in tutto il mondo, in Palestina la gravissima emergenza sanitaria di questi mesi si è accompagnata a un’ancora più odiosa intensificazione degli abusi e delle operazioni illegali di cui è responsabile lo stato ebraico occupante. Alcuni rapporti di organismi autorevoli hanno infatti...
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Undine

di Sara Michelucci

Una storia d'amore densa, intensa, costruita all'interno di una Berlino carica di fascino e storia. Undine, firmato dal regista Christian Petzold, racconta la storia di questa donna che lavora come storica presso il Märkisches Museum di Berlino: il suo compito è spiegare ai visitatori i plastici che raffigurano la città nei suoi...
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di Giuliano Luongo

Ormai con Gheddafi in fuga chissà dove, per i mass media la Libia - nonostante i rigurgiti endemici dei lealisti violenti - va sempre più a divenire un ameno paradiso gas-petrolifero per i democratici vincitori atlantisti. Mentre il mondo viene distratto da questo “gioioso” banchetto a base di risorse energetiche che vanno a rimpinguare le casse dell’occidente, sono molti gli eventi non proprio edificanti che vanno a sporcare l’immagine di combattenti per la libertà dei fautori della rivoluzione.

Uno dei fatti più oscuri, tanto rilevante quanto ignorato da gran parte dei mezzi di comunicazione, è quello del sequestro a Tripoli di Thierry Meyssan - giornalista francese freelance e fondatore del Réseau Voltaire - e di alcuni suoi colleghi da parte dell’esercito ribelle con l’appoggio di militari NATO. Dopo numerose peripezie, l’equipe di reporters è riuscita a mettersi in salvo grazie all’aiuto dei membri della Croce Rossa Internazionale, in data 29 agosto. Ebbene, se già di per sé l’evento non fosse sospetto, quanto dichiarato nei giorni scorsi all’IRIB dallo stesso Meyssan (e dal suo collega Julien Teil, anch’egli tra i sequestrati) contribuisce ad aprire numerosi altri spiragli per altrettanto numerose ombre sull’azione rivoluzionaria.

Il primo nodo da sciogliere riguarda i motivi del sequestro, del quale Meyssan spiega la dinamica. Più che un “sequestro”, Meyssan ha definito l’incidente come una sorta di stallo: durante l’assedio di Tripoli, Meyssan si era trovato bloccato all’interno dell’hotel Rixos assieme a dei colleghi di CNN e BBC più alcuni funzionari libici lealisti e due inviati americani (definiti da lui “una sorta di negoziatori”). L’albergo era praticamente assediato dall’armata rivoluzionaria e difeso dai volontari della Jamahiriya, intenti ad impedire l’entrata dei ribelli nell’albergo, temendo vittime civili innocenti.

La NATO sembrava alquanto interessata ai funzionari lealisti, ma non poteva bombardare vista la presenza di cittadini americani: ergo, il tutto rimaneva nelle mani dei soldati ribelli; non proprio dei giovani patrioti indipendenti, stando a quanto detto da molte testimonianze. Si è sospettato, infatti, che le truppe attaccanti l’albergo erano in maggioranza formate da militanti di Al-Qaida, ma guidati da ufficiali francesi e provenienti dal Qatar..

Per aggiungere ulteriore danno alla beffa, anche dall’interno provenivano numerose minacce per l’integrità fisica dei giornalisti del Réseau Voltaire, causa le scoperte fatte dallo stesso Meyssan durante il periodo libico. Il giornalista ha dichiarato di aver scoperto - pur non avendo più con sé le prove - la presenza di spie di CIA e Mossad tra le fila dei giornalisti responsabili della copertura mediatica dell’avanzata ribelle.

L’intervento mediatico sarebbe andato ben oltre i telegiornali faziosi: fonti vicine alla NATO, stando a Meyssan - che già in precedenza aveva denunciato gli eccessi di ribelli e Alleanza Atlantica - avrebbero ammesso l’uso di nastri audio registrati per scatenare il panico a Tripoli, mentre sembra concreta la pista della ricostruzione in studio della presa della Piazza Verde, girata “a tavolino” in Qatar, stile Capricorn One.

Grazie anche alle precisazioni degli americani, Meyssan e i suoi erano quasi certi che, in caso di presa dell’albergo da parte dei ribelli, per loro non ci sarebbe stato scampo visto il carnet di nozioni “antiamericane” ottenute. Teil ha ricordato quanto riportato da Donatella Rovera di Amnesty International, la quale ha sostenuto più volte la falsità dell’uso di mercenari da parte di Gheddafi.

Una volta tornato in patria, Meyssan è riuscito a mettere assieme e pubblicare online un interessante report sullo stato delle infiltrazioni di Al-Qaida in Libia. Stando a quanto scoperto dal giornalista, il responsabile dell’organizzazione dell’esercito anti-Gheddafi - nonché attuale governatore della Tripoli “libera” - risponde al nome di Abdelhakim Belhadj, lietamente impegnato da anni in politica come leader libico di Al-Qaida. Bene. Costui ricopre la carica di leader del LFIG (Gruppo Islamico Combattente in Libia) dal 2004: quest’organizzazione nasce ufficialmente nel 1995 come struttura organizzata dei jihadisti libici finanziati dalla CIA e addestrati nei compounds di Bin Laden.

Il LFIG, tra le sue recenti “apparizioni di rilievo”, fa contare quella del 2005 a Londra, assieme a dei rappresentanti delle fazioni islamiste libiche note come la Confraternita dei Senoussi e la Fratellanza Musulmana. Questo meeting, organizzato dalle agenzie d’intelligence occidentali, mirava sostanzialmente al raggiungimento di tre obiettivi: il rovesciamento di Gheddafi, il controllo della Libia per un anno (sotto la denominazione “Consiglio Nazionale di Transizione” ed il ripristino della monarchia costituzionale come nel ’51), più l’adozione dell’Islam come religione di stato.

Si noti comunque che Belhadj, come altri jihadisti libici, è stato in carcere in quanto noto collaboratore di Bin Laden fino all’inizio del 2011; eppure la sua presenza - come quella di altri noti jihadisti poco amici dell’occidente - non sembra sconcertare i leaders militari della NATO. A dirla tutta, ricordiamo anche che il generale Carter Ham (comandante dell’Africom) ha visto subentrare al suo posto la NATO ed i suoi ufficiali dopo aver espresso forte preoccupazione per la presenza di affiliati di Al-Qaida tra i ribelli. La NATO non è sembrata per nulla preoccupata dal fatto che Belhadj abbia fatto liberare numerosi membri della nota organizzazione terroristica per “supportare i combattenti per la libertà”.

Meyssan e la sua équipe hanno inoltre aperto un interessante scenario transnazionale coinvolgente anche l’Algeria: stando alle loro fonti, sono molti gli elementi che lasciano pensare che l’annunciato movimento rivoluzionario algerino che dovrebbe partire il 17 settembre sarà appoggiato dall’esterno dalla Libia “libera” più alcune ormai note altre influenze internazionali.

Sembra dunque che dopo aver supportato il terrorismo islamico negli anni ’80 a fini antisovietici e dopo tragedie e sberleffi militari subiti contro gli stessi terroristi di cui sopra, gli USA hanno deciso che dopotutto è meglio tenersi buona Al-Qaida ed hanno lasciato correre in questa occasione. Anche per questo, forse, è arrivato l’ok all’apertura di un ufficio di rappresentanza dei Talebani in Qatar.

Operazioni funzionali anche a vecchie logiche di politica di accaparramento delle risorse accanto al sempre amato containment, facendo fuori in un colpo solo un vecchio nemico nonché alleato tendenziale della Russia (Gheddafi, appunto), accaparrandosi allo stesso tempo un bel po’ di risorse energetiche e pavoneggiandosi davanti al mondo come i liberatori di una popolazione oppressa.

E probabilmente la stessa sceneggiatura prevista per l’Algeria. Rimane un unico problema: per l’ennesima volta nella storia, le varie potenze atlantiste sembrano dimenticare i rischi di giocare a Risiko “a grandezza naturale”: la strategia è sempre la stessa, quella di fare clamorose mosse politico mediatiche senza minimamente pensare al concetto di conseguenze a medio-lungo termine. Ma sguinzagliare terroristi di Al-Qaida per tutto il nord Africa è come impugnare un boomerang.

 

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