USA-Cina, il bastone di Hong Kong

di Mario Lombardo

Le minacce della Casa Bianca e del dipartimento di Stato americano non sono alla fine servite a impedire l’approvazione nella giornata di giovedì della nuova legge sulla “sicurezza nazionale” per Hong Kong da parte dell’annuale assemblea legislativa cinese. La decisione presa dal Congresso Popolare era stata anticipata da un annuncio clamoroso a Washington, dove l’amministrazione Trump...
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Iran e Venezuela, sfida a Washington

di Mario Lombardo

Nel fine settimana è approdata indisturbata in un porto del Venezuela la prima delle cinque petroliere inviate dal governo iraniano per sopperire alla cronica carenza di carburante del paese latinoamericano sottoposto alle feroci sanzioni di Washington. Una seconda imbarcazione è già entrata nelle acque venezuelane e, per il...
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di Fabrizio Casari

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha condannato con 186 voti a favore, due contrari e due astenuti, il blocco statunitense contro Cuba. Per la ventesima volta, i governi di tutto il mondo hanno ribadito l’inaccettabilità, sul piano del diritto internazionale, dell’aspetto palese della guerra di Washington contro L’Avana. Per la ventesima volta, da quando, nel Novembre del 1992, venne calendarizzata nei lavori dell’Assemblea Generale dell’Onu, la mozione presentata da Cuba, dal titolo “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti d’America contro Cuba” ha rappresentato quindi una sonora sberla per la politica statunitense.

I voti contrari sono stati quelli degli Stati Uniti e Israele, mentre gli astenuti sono le Isole Marshall, Micronesia e Palau; se si accantona il giudizio sull’autonomia e lo spessore politico dei tre isolotti, il voto statunitense e israeliano sembra sinistramente suonare come una conferma indiretta del fatto che il blocco sia in primo luogo una violazione gigantesca dei diritti umani, oltre che una mostruosità giuridica.

Gli Stati Uniti, nel tentativo di difendere l’indifendibile, hanno sostenuto che il blocco è in realtà un embargo e che, come tale, è una scelta di politica interna statunitense, con ciò indicando una supposta inabilità dell’Onu al giudizio. Ma è facile constatare come la pretesa nordamericana sia del tutto fuori luogo. Perché se pure è vero che la scelta d’istituire il blocco è frutto di scelte di politica interna statunitense, le innumerevoli conseguenze dello stesso riguardano invece l’intera comunità internazionale, colpita dall’extraterritorialità delle disposizioni previste dalle leggi Torricelli e Helms-Burton, che sono la cornice giuridico-legislativa all’interno della quale l’aggressione all’isola caraibica si estende anche al resto della comunità internazionale. La legge Torricelli e la Helms-Burton hanno infatti esteso all’intera comunità internazionale il blocco Usa contro Cuba, azzerandone così qualunque dimensione bilaterale per trasformarla in questione internazionale.

Proprio quindi per la sua extraterritorialità, oltre che per l’ossessivo minuzioso dettaglio delle sanzioni (a Cuba e a terzi) oggetto dei numerosi dispositivi ad esse collegate, definire il blocco come embargo è falso; come minimo è perniciosamente riduttivo, incongruo rispetto alle dimensioni, la durata e l’extraterritorialità dei provvedimenti e alle conseguenze che ha provocato e che provoca tanto all’isola come al resto della comunità internazionale. E il fatto che le misure siano prese ai danni di un paese con il quale formalmente non vige uno stato di guerra, rende il tutto solo più vigliacco, vergognoso e ingiustificabile. Per i suoi obiettivi, per la sua portata e per i mezzi impiegati per ottenerli, il blocco degli Stati Uniti contro Cuba si qualifica come un atto di genocidio in base a ciò che sancisce la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio del 9 dicembre 1948, e come un atto di guerra economica, in base alla Conferenza Navale di Londra del 1909.

L’embargo, infatti, è solitamente usato come misura esclusivamente commerciale a carattere temporaneo, mentre nel caso di Cuba il blocco si regge su un insieme di leggi, decreti presidenziali e misure amministrative interne ed estere che comportano una guerra di tipo politico, commerciale, finanziario e giuridico sull’intero teatro internazionale, cui si aggiungono operazioni d’intelligence, militari e di sostegno diretto e dimostrato ad attività terroristiche. E anche sotto il profilo riguardante le operazioni commerciali e finanziarie, si deve ricordare che qualunque paese al mondo che intrattenga relazioni finanziarie e commerciali con Cuba viene coinvolto.

Se, infatti, una qualunque impresa, di qual si voglia paese, dispone di filiali  o consociate nel territorio statunitense o, comunque, realizza iniziative imprenditoriali con imprese statunitensi, ove commerci anche con Cuba rischia di vedersi congelati i fondi e persino l’arresto dei suoi manager (legge Helms-Burton). Dunque, l’unico elemento di verità nelle dichiarazioni statunitensi è che il blocco è un insieme di leggi, norme e disposizioni interne degli Stati Uniti e, in questo senso, il fatto che si estendano al resto del mondo non ne muta la genesi; ma l’originaria disposizione di embargo decisa da Kennedy nel 1962 con il Proclama 3447, che ampliò le restrizioni commerciali varate da Eisenhower nell'ottobre 1960, è profondamente mutata nel corso dei decenni, assumendo un’aperta ed illegale connotazione extraterritoriale che la connota da anni come un fulgido esempio di pirateria internazionale. Questo per sottolineare la coerenza nei difensori del libero scambio..

Sull’aspetto interno agli Usa del blocco contro Cuba ci si potrebbe chiedere perché, dati i cinquanta e passa anni di vigenza del blocco e reiterata la sua inutilità nei confronti dei fini dichiarati, procedere ancora, infischiandosene della mancanza di risultati e persino della riprovazione internazionale oltre che dei danni provocati alle stesse imprese Usa che si vedono private di relazioni commerciali in un’area territorialmente vicina? Perché - e questo è l’unico elemento di verità nella posizione Usa - il blocco contro Cuba rappresenta sì un aspetto importante della politica interna: la vittoria elettorale in Florida, stato decisivo per le elezioni alla Casa Bianca, è legata al livello di alleanza tra i due partiti con la lobby terroristico-mafiosa cubano-americana con sede a Miami. E le centinaia di milioni di dollari veicolati dalla NED, dall’USAID e dalla stessa CIA che corrono sull’onda dei progetti spionistici contro Cuba definiti elegantemente come “fondi per la democrazia a Cuba”, fanno gola al piccolo esercito di politici e affaristi della Florida che ne utilizzano buona parte per incrementare i loro collegi elettorali.

Ma non si tratta solo di questo. Ad un livello diverso, peraltro maggiormente preoccupante, risulta ulteriormente determinante nel mantenimento del blocco l’intreccio ricattatorio tra le agenzie militari e spionistiche statunitensi e le organizzazioni terroristiche dei fuoriusciti cubani, manovalanza storica delle covert action degli Stati Uniti in Centro e Sud America. Un’eventuale inversione di rotta degli Usa che riportasse l’interesse nazionale al centro della politica regionale, comporterebbe in automatico una presa di distanza dal conglomerato blocco terroristico-mafioso cubano-americano, il quale non esiterebbe a reagire, scoperchiando il velo di segretezza che copre le nefandezze spionistiche e terroristiche di Washington nel continente e non solo. Dallas ha insegnato qualcosa.

D’altra parte, le organizzazioni dei fuoriusciti cubani rappresentano la manovalanza più affidabile per le operazioni segrete proprio perché l’intreccio di convenienza reciproca - che vede la loro sopravvivenza come risultato della benevolenza della Casa Bianca e di Langley - si sposa perfettamente con la convenienza del governo Usa nell’utilizzo della manovalanza terroristica per le sue politiche di “contenimento del comunismo”, come definiva eufemisticamente Kissinger operazioni come il colpo di stato in Cile. Difficilissimo rompere quel vincolo senza prima ripensare una linea politica che non scambi gli interessi statunitensi di dominio dell’area con una politica regionale di dialogo e integrazione. Fantascienza allo stato attuale.

E a rappresentare anche simbolicamente la relazione tra la politica estera della Casa Bianca e i gusanos di Miami, c’è (tra gli altri) Ileana Ros-Lehtinen, detta “la lupa feroce”. Nota per non essere proprio una cima, è esponente della destra più oltranzista, amica del golpista hondureno Micheletti e amica intima e sostenitrice del terrorista Luis Posada Carriles, definito negli Usa il “bin Ladin delle Americhe”. Proprio in virtù di quest’amicizia, la Lehtinen è stata anche la presidentessa d’onore del “Fondo Legale Luis Posada Carriles”, nato con l’obiettivo di riscuotere fondi per il terrorista che organizzò l’attentato contro un aeroplano civile cubano dove morirono 73 persone.

La signora Lehtinen, eletta nel Partito Repubblicano con il voto della lobby cubano-americana, negli ultimi giorni ha chiesto a Obama rispettivamente di: bombardare Cuba come la Libia; proibire l’esibizione negli Usa della compagnia teatrale di bambini “La Colmenita” di Cuba, definendo i piccoli attori come “spie di Castro”; minacciare la Spagna per la presenza della Repsol nelle perforazioni petrolifere a Cuba.

L’equilibrio mentale della signora è da sempre oggetto di curiosità tra gli osservatori politici negli Stati Uniti, ma forse non è un caso che sia diventata Presidente della Commissione Esteri del Congresso Usa, riferendo in ciò implicitamente il valore assoluto dell’istituzione legislativa statunitense. Il blocco contro Cuba, che é nato, vive e prospera nel rapporto torbido che intercorre tra terroristi cubano-americani e Casa Bianca, trova nel ruolo della signora Lehtinen una sintesi simbolica perfetta.

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Fabrizio Casari
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