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di Michele Paris

Da lunedì scorso la Nigeria è bloccata da uno sciopero generale indefinito, proclamato per protestare contro l’improvvisa cancellazione dei sussidi governativi al prezzo dei carburanti. In seguito alla decisione presa a inizio anno dal presidente Goodluck Jonathan, il costo della benzina per i nigeriani è più che raddoppiato da un giorno all’altro, scatenando manifestazioni e scontri in tutto il paese che hanno già causato alcuni decessi e centinaia di feriti, vittime della durissima reazione delle forze di sicurezza.

Lo sciopero in corso è stato indetto dalle due principali organizzazioni sindacali del paese africano, anche se il movimento di protesta contro il taglio dei sussidi era in realtà esploso spontaneamente, autodefinendosi “Occupy Nigeria” per sottolineare, qui come in Occidente, le sempre più difficili condizioni economiche della maggior parte della popolazione e le enormi disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza.

L’annuncio dell’addio ai sussidi ai carburanti in Nigeria da parte del presidente era giunto il primo gennaio scorso, con l’immediata conseguenza di un’impennata del prezzo della benzina alle pompe, passato da 0,45 dollari a 0,94 dollari al litro. Al rialzo del costo dei carburanti si è accompagnata una raffica di aumenti sui prezzi di altri beni e servizi di prima necessità, dal cibo ai trasporti. Allo stesso tempo, la precaria rete elettrica del paese ne ha risentito pesantemente, dal momento che essa dipende in gran parte da generatori alimentati a benzina.

I sussidi soppressi dal governo rappresentano uno dei pochissimi benefici che i nigeriani ottengono dallo sfruttamento selvaggio delle enormi risorse energetiche del paese da parte delle multinazionali del petrolio. Gli effetti dell’operazione rischiano così di avere gravi conseguenze in un paese di 167 milioni di abitanti, di cui oltre i due terzi costretti a sopravvivere con meno di due dollari al giorno.

Lo sciopero iniziato lunedì ha fatto segnare un’ampia partecipazione in tutti i settori pubblici e privati, paralizzando la principale città del paese, Lagos, la capitale, Abuja, e gli altri maggiori centri abitati. Anche se un tribunale nigeriano ha emesso un ordine per porre fine allo sciopero, i sindacati hanno manifestato l’intenzione di continuare con la protesta. Gli scontri più gravi sono avvenuti per ora nella città settentrionale di Kano, dove le forze di polizia avrebbero fatto almeno tre morti dopo avere aperto il fuoco sui manifestanti che avevano assediato un edificio governativo.

Non è servito poi a calmare gli animi, né a evitare lo sciopero, l’appello lanciato in diretta TV sabato scorso dal presidente Jonathan, il quale aveva promesso una riduzione del 25 per cento del suo stipendio e di quello dei membri del suo governo. Il presidente ha in ogni caso ribadito la necessità di porre fine ai sussidi, poiché “devono essere fatte scelte difficili per salvaguardare l’economia e la sopravvivenza stessa della nazione”. In Nigeria come altrove, ovviamente, le “scelte difficili” riguardano esclusivamente gli strati più disagiati della popolazione, mentre non toccano la ristretta élite di privilegiati che controlla il potere e le ricchezze del paese.

La decisione del presidente e del suo ministro dell’Economia, l’ex dirigente della Banca Mondiale Ngozi Okonjo-Iweala, è stata presa inoltre in seguito alle pressioni degli ambienti finanziari internazionali. Lo scorso dicembre, ad esempio, la direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, era stata in visita in Nigeria, elogiando l’amministrazione Jonathan per il suo impegno a perseguire riforme orientate verso il “libero mercato”.

La Nigeria produce più di due milioni di barili di petrolio al giorno, ma il greggio estratto viene in gran parte raffinato all’estero e poi reimportato per il consumo interno. Per questo, il governo spende annualmente circa 8 miliardi di dollari - cioè un quarto del proprio budget - in sussidi per compensare la differenza tra il prezzo del petrolio sui mercati internazionali e quello con cui viene venduto nel paese. Per il presidente, l’eliminazione dei sussidi consentirà al governo di investire nell’ammodernamento delle infrastrutture che versano in condizioni disastrose. La sorte del provvedimento, tuttavia, appare in bilico, dal momento che tutti i tentativi dei precedenti governi di cancellare i sussidi si sono risolti in altrettante marce indietro, vista la massiccia resistenza popolare puntualmente incontrata.

L’impopolarità della misura, d’altra parte, è stata confermata da un sondaggio condotto da uno studio di consulenza di Abuja e citato martedì dal Wall Street Journal. Secondo i dati raccolti, il 98 per cento dei nigeriani intervistati sarebbe infatti contrario alla fine dei sussidi. In merito alle proteste esplose nel paese, il direttore dello stesso studio ha poi ammesso che “non stiamo parlando di opposizione [alla rimozione dei sussidi], ma di una rivolta generale”.

Gli scioperi in corso in Nigeria hanno intanto già contribuito all’ulteriore innalzamento della quotazione del greggio sui mercati internazionali, spaventati dall’eventualità che alle proteste possano unirsi anche i lavoratori dei pozzi petroliferi. Per il momento, tuttavia, sembra che la produzione di petrolio nel paese non abbia risentito delle tensioni.

La nuova crisi giunge nel pieno di un’ondata di violenze settarie provocate dal gruppo fondamentalista islamico Boko Haram, espressione del malcontento diffuso nelle aree più povere nel nord del paese e che ha causato 510 morti nel 2011, tra cui 49 in un attentato contro una chiesa cattolica il giorno di Natale.

La vera minaccia per la gran parte della popolazione nigeriana non viene però dalle divisioni religiose o dal terrorismo, bensì proprio da un governo centrale irrimediabilmente corrotto e al servizio dei colossi dell’industria petrolifera e della finanza internazionale. Una realtà compresa alla perfezione dai nigeriani, come confermano gli scioperi e le proteste di questi giorni, alle quali hanno preso parte indistintamente sia i cristiani che i musulmani.

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