L’Isis in Ucraina al fianco di Kiev

di Lorenzo Poli

A seguito della calamità naturale che colpì le regioni di Turchia e Siria, verificatasi nella notte fra il 5 e il 6 febbraio 2023, gli Stati Uniti decisero di esentare per sei mesi dalle sanzioni tutte le transazioni finanziarie relative alla fornitura di soccorsi alla Siria. “Voglio chiarire che le sanzioni statunitensi in Siria non ostacoleranno gli sforzi per salvare la vita del popolo...
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Georgia, gli 'agenti' dell’Occidente

di Mario Lombardo

Il parlamento georgiano ha approvato questa settimana in prima lettura una controversa legge sugli "agenti stranieri", nonostante le proteste dell'opposizione e gli avvertimenti di Bruxelles che la legislazione potrebbe mettere a rischio le ambizioni del paese di aderire all’Unione Europea. La misura, ufficialmente nota come "Legge sulla trasparenza dell'influenza straniera", ha ricevuto l'appoggio di 83 membri su 150 del parlamento di Tbilisi. L'opposizione ha scelto di boicottare il voto. Diversi deputati contrari al provvedimento sono stati espulsi dall'aula dopo essersi ribellati nel corso del dibattito. Il primo ministro georgiano, Irakli Kobakhidze, sembra essere irremovibile nel sostenere che il partito al potere (“Sogno...
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di Michele Paris

NEW YORK. In concomitanza con l’aggravarsi della situazione in Siria e con la crescente minaccia di una soluzione militare esterna per rovesciare il regime di Damasco, la retorica bellicista del governo israeliano nei confronti dell’Iran, il principale alleato del presidente Assad, negli ultimi giorni sta assumendo toni sempre più minacciosi. Anche se importanti esponenti dell’apparato militare e dell’intelligence israeliana si sono mostrati contrari ad un attacco unilaterale contro le installazioni nucleari della Repubblica Islamica, il premier Netanyahu e il suo ministro della Difesa, Ehud Barak, sembrano intenzionati a ricorrere all’uso della forza in tempi brevi.

Un’operazione militare contro l’Iran, tuttavia, secondo molti analisti non risulterebbe nell’annientamento delle capacità di Teheran di giungere alla realizzazione di un’arma nucleare, bensì ritarderebbe questo processo di un periodo compreso tra sei mesi e un anno. Dal momento che Israele non dispone del potenziale bellico per raggiungere l’obiettivo finale, vale a dire il cambio di regime a Teheran con il pretesto dell’inesistente minaccia nucleare, il governo di estrema destra guidato da Netanyahu punterebbe dunque a trascinare in un conflitto con l’Iran gli Stati Uniti, cioè l’unica potenza teoricamente in grado di assestare danni permanenti a questo paese.

Per raggiungere questo scopo di fronte ad un’amministrazione Obama che non intende intraprendere nuove avventure militari prima del voto di novembre, secondo un articolo apparso martedì sul quotidiano israeliano Haaretz, il governo Netanyahu starebbe studiando un piano ben preciso. In sostanza, nell’immediata vigilia delle elezioni presidenziali americane, verosimilmente in una situazione di equilibrio tra Barack Obama e Mitt Romney, Israele potrebbe decidere di sferrare un attacco contro l’Iran.

In questo modo, l’inevitabile risposta iraniana causerebbe numerose vittime civili tra gli israeliani, costringendo il presidente democratico ad intervenire nel conflitto per non essere accusato dal suo sfidante di abbandonare a se stesso un alleato così importante e, con ogni probabilità, finire per perdere le elezioni.

Nel caso invece Obama decidesse di non mobilitare le proprie forze armate contro l’Iran, la scommessa di Netanyahu prevede appunto la vittoria elettorale del repubblicano Romney, il quale una volta insediato alla Casa Bianca si affretterebbe a concludere le operazioni militari contro Teheran.

L’impazienza del premier israeliano è risultata d’altra parte evidente da svariate dichiarazioni e prese di posizione nel recentissimo passato. La settimana scorsa, ad esempio, Netanyahu ha riferito al Segretario alla Difesa americano, Leon Panetta, che la strategia delle sanzioni non è stata in grado di fermare il programma nucleare iraniano e che ora sono necessarie azioni concrete.

Lo stesso concetto era stato anticipato qualche giorno prima dallo stesso Netanyahu a Romney nel corso della visita di quest’ultimo in Israele. In un’intervista televisiva, inoltre, il primo ministro conservatore ha affermato di non tenere in grande considerazione le resistenze dei vertici delle forze di sicurezza israeliane ad un’aggressione contro l’Iran, poiché in ultima istanza è il governo che deve prendere una decisione finale sulla questione.

Nonostante la sicurezza mostrata da Netanyahu, il parere contrario ad un intervento armato di personalità come il capo di stato maggiore, Benny Gantz, o il numero uno del Mossad, Tamir Pardo, nonché quello del presidente Shimon Peres, potrebbe pesare sulle decisioni del governo. Le differenze di vedute tra Netanyahu e Barak da una parte e i vertici militari e dell’intelligence dall’altra non vanno però sopravvalutate, dal momento che, oltre al fatto che questi ultimi hanno assicurato di volersi sottomettere all’autorità civile, la loro opposizione è più che altro di natura tattica. La contrarietà espressa nei confronti di un attacco contro l’Iran non sembra infatti di principio, visto che un’aggressione militare sarebbe vista positivamente, ad esempio, se concordata e messa in atto assieme agli Stati Uniti.

La stessa amministrazione Obama, inoltre, ha sempre sostenuto che riguardo alla questione iraniana “ogni opzione rimane sul tavolo”, compresa quella militare, e nei vertici sul nucleare degli ultimi mesi tra i rappresentanti di Teheran e quelli dei cosiddetti P5+1 (USA, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania) gli Stati Uniti si sono adoperati per far naufragare ogni possibilità di negoziato, così da prolungare la situazione di stallo e giustificare un’eventuale prova di forza contro la Repubblica Islamica.

L’intera vicenda costruita attorno al programma nucleare dell’Iran sta assumendo toni sempre più paradossali, dal momento che Teheran è da tempo il bersaglio di una incessante campagna mediatica del tutto fuorviante volta a dipingere il paese mediorientale come una minaccia imminente alla sicurezza di Israele e degli stessi USA.

In realtà, oltre a condurre una campagna di destabilizzazione più o meno segreta, questi ultimi stanno perfezionando un vero e proprio accerchiamento militare del territorio iraniano, mentre Israele, come è noto, è l’unico paese della regione a disporre di un arsenale nucleare, sia pure non dichiarato, senza mai aver sottoscritto il Trattato di Non Proliferazione, come ha invece fatto l’Iran.

La strategia americana nei confronti dell’Iran è da mettere in relazione alla crisi siriana in corso e fa parte di un più ampio disegno volto a sostituire governi che non intendono piegarsi ai diktat di Washington con regimi meglio disposti verso le mire egemoniche statunitensi in un’area fondamentale per il controllo di buona parte delle risorse energetiche del pianeta.

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