Arabia, l’ora della punizione

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Costa Rica: proibito scioperare

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La Costa Rica non smette mai di stupire. Presentata come la nazione latinoamericana ‘verde’, ‘ecologica’ e ‘pacifica’ per eccellenza, e collocata dall’Onu al dodicesimo posto dei paesi più felici al mondo e al primo tra quelli dell’America latina, la novella “Svizzera centroamericana” ha però parecchi scheletri...
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di Michele Paris

Una serie di vertici ad alto livello e di dichiarazioni ufficiali negli ultimi giorni hanno prospettato un prossimo intervento militare esterno da parte degli USA o dei loro alleati in Medio Oriente per rovesciare il regime di Bashar al-Assad e, apparentemente, cercare di risolvere la crisi in Siria. I segnali più significativi in questo senso sono giunti nuovamente dalla Turchia, dove, dopo la recente visita di Hillary Clinton, l’amministrazione Obama ha inviato nei giorni scorsi l’assistente al Segretario di Stato per il Vicino Oriente, Beth Jones, e alcuni esponenti dell’intelligence per pianificare i dettagli di un’operazione militare contro Damasco.

La posizione sempre più aggressiva di Washington è stata poi ribadita lunedì dallo stesso presidente Obama, il quale in una conferenza stampa alla Casa Bianca ha affermato per l’ennesima volta che Assad ha perso ogni legittimità a governare il proprio paese e deve quindi andarsene al più presto, poiché ormai non sussistono più le condizioni per una transizione politica concordata con le forze di opposizione.

Per Obama, l’impegno americano per il momento rimarrà di natura “umanitaria”, vale a dire che gli Stati Uniti continueranno a sostenere, finanziare e armare i ribelli anti-Assad. Secondo il presidente democratico, tuttavia, c’è una “linea rossa” che la Siria non deve oltrepassare e, cioè, l’utilizzo contro i civili delle armi chimiche di cui disporrebbe. Quest’ultimo scenario, così come l’eventualità in cui tali armi cadessero nelle mani sbagliate, costringerebbe gli USA a intervenire militarmente.

In sostanza, dal momento che Washington non riuscirà ad ottenere il via libera ad un attacco militare contro la Siria dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU a causa delle resistenze di Russia e Cina, le parole di Obama confermano come si stia studiano una soluzione che permetta di agire anche senza il mandato delle Nazioni Unite. L’occasione che permetterebbe tale scorciatoia sembra essere sempre più la necessità di mettere al sicuro il presunto arsenale di armi chimiche del regime di Damasco, oppure di prevenirne l’uso.

I piani di Washington sono stati in parte confermati recentemente da fonti del Dipartimento della Difesa citate dal Los Angeles Times. Il Pentagono avrebbe infatti già redatto un piano d’azione per inviare sul campo in Siria le proprie forze speciali con il compito di rispondere ad “una effettiva minaccia di guerra chimica”. L’operazione non verrebbe in ogni caso intrapresa dagli USA unilateralmente, riporta il quotidiano californiano, ma farebbe parte di uno “sforzo internazionale” coordinato con gli alleati europei e mediorientali.

Secondo i servizi di intelligence occidentali, come hanno riportato i media in questi mesi, la Siria disporrebbe di un certo numero di armi chimiche, come quelle al gas nervino (Sarin e VX) o all’iprite, stoccate in cinque depositi, situati anche in località gravemente colpite dagli scontri di questi mesi, come Hama e Homs. Nel sito di Cerin, inoltre, sorgerebbe un centro di ricerca e produzione di armi biologiche.

Il programma siriano per la costruzione di armi chimiche sarebbe iniziato negli anni Ottanta, grazie alla collaborazione con l’Unione Sovietica, per ridurre parzialmente il divario con il potenziale militare di Israele. Le notizie sono però incerte, dal momento che la Siria non è firmataria della Convenzione sulle Armi Chimiche del 1993 e perciò non è tenuta a dichiararne l’eventuale possesso.

La posizione di Damasco è stata finora quella di negare più o meno apertamente il possesso di queste armi, attribuendo le varie indiscrezioni alla propaganda occidentale. Il 23 luglio scorso è arrivata tuttavia una dichiarazione ufficiale che è stata universalmente interpretata come un’ammissione indiretta dell’esistenza di un arsenale chimico in Siria. Quel giorno, infatti, il portavoce del ministero degli Esteri, Jihad Makdissi, ha affermato che eventuali armi di distruzione di massa (WMD) della Siria non verrebbero mai usate contro i propri cittadini bensì solo in caso di invasione esterna.

L’accusa da parte di Washington ad un governo sgradito di possedere o voler utilizzare WMD non è d’altra parte nuova e il precedente più importante e rovinoso è ovviamente quello dell’invasione dell’Iraq del 2003 dopo una deliberata campagna di disinformazione orchestrata dall’amministrazione Bush. Ironicamente, Barack Obama vinse le elezioni presidenziali del 2008 proponendosi come il candidato che più si era opposto alla guerra contro il regime di Saddam Hussein, mentre ora è ad un passo dallo scatenare un nuovo conflitto in Medio Oriente sulla base di quelle stesse menzogne diffuse più di nove anni fa dal suo predecessore per operare un cambio di regime a Baghdad.

Inoltre, Obama e gli uomini a lui vicini, anche grazie ai media, parlano come se l’opinione pubblica fosse all’oscuro dei fatti che stanno accadendo in Siria. Quando cioè il presidente sostiene di voler evitare che le armi chimiche siriane finiscano nelle mani sbagliate si riferisce ai gruppi estremisti attivi da tempo in Siria. Questi stessi gruppi legati ad Al-Qaeda, tuttavia, sono sostenuti direttamente o indirettamente proprio dagli Stati Uniti e dai loto alleati, i quali li ritengono utili in questa fase della crisi per dare una spallata ad Assad che, di fronte alle sole forze ribelli sunnite, in gran parte disorganizzate e indisciplinate, avrebbe garantita una lunga permanenza al potere.

In altre parole, mentre è stata precisamente la politica americana di destabilizzazione nei confronti di Damasco a gettare le basi per l’afflusso in Siria di operativi di Al-Qaeda dai paesi vicini, gli USA affermano ora che il timore che questi stessi estremisti possano entrare in possesso di armi di distruzione di massa potrebbe spingerli ad intervenire militarmente.

Una simile posizione, oltretutto, fornisce credito a quanto ripetuto fin dallo scorso anno da Assad, secondo il quale le sue forze di sicurezza stanno combattendo dei terroristi armati e non civili siriani che si battono per la democrazia. Rigorosamente allineati alla propaganda dei governi occidentali e dei regimi sunniti del Golfo, però, i media “mainstream” si astengono dal sottolineare tale contraddizione.

La retorica di Obama e degli altri leader impegnati sul fronte anti-Assad nasconde a malapena la vera ragione che li spinge ad appoggiare i ribelli siriani, anche se pesantemente infiltrati da membri di Al-Qaeda, e cioè la volontà di rimuovere con la forza il regime di Damasco, tassello fondamentale per l’asse di resistenza mediorientale che comprende anche l’Iran e Hezbollah in Libano. Ciò che guida la politica statunitense sono dunque esclusivamente i propri interessi nella regione, da perseguire anche con una nuova guerra, senza alcun riguardo per gli effetti devastanti che avrebbe su una popolazione civile già duramente provata o per la quasi certa esplosione di un conflitto settario le cui avvisaglie si stanno da qualche tempo osservando drammaticamente in Libano.

La questione delle armi chimiche, possibile casus belli per giustificare un’aggressione contro Assad, è stata discussa intanto anche mercoledì nel corso di un colloquio telefonico tra Obama e il premier britannico, David Cameron. La conversazione è stata ben propagandata dai media che stanno contribuendo allo sforzo dei governi occidentali di preparare l’opinione pubblica per un prossimo attacco contro la Siria.

I due leader hanno concordato nell’affermare che l’uso o la minaccia dell’uso di WM da parte di Damasco è “del tutto inaccettabile”, perciò una tale mossa da parte di Assad li “obbligherebbe a rivedere l’approccio mantenuto finora” sulla crisi siriana.

Queste dichiarazioni allarmate si scontrano con quanto riportato invece dal quotidiano russo Kommersant, secondo il quale il Cremlino ritiene che la Siria non abbia alcuna intenzione di usare armi chimiche nel conflitto interno e che il governo è in grado di proteggere adeguatamente il proprio arsenale.

Rassicurazioni in questo senso la Russia le avrebbe ricevute nel corso di “colloqui confidenziali” con le autorità di Damasco. Lo stesso punto lo ha ribadito poi venerdì anche il vice-ministro degli Esteri russo, Gennady Gatilov, in un’intervista alla Associated Press. Quest’ultimo ha affermato che le autorità siriane stanno collaborando con Mosca per mantenere le armi chimiche al sicuro ed esse rimarranno negli attuali siti che le ospitano.

Il pretesto delle armi chimiche ha come previsto provocato l’ulteriore irrigidimento dei governi vicini a Damasco, a cominciare dalla Cina, aumentando le probabilità di un coinvolgimento delle principali potenze del pianeta in un eventuale conflitto. Nella giornata di mercoledì, infatti, l’agenzia di stampa di Pechino, Xinhua, ha pubblicato un duro editoriale che sembra riflettere il pensiero dei vertici del regime.

L’articolo critica apertamente Obama, accusato di aver utilizzato la presunta pianificazione da parte della Siria dell’uso di WMD come giustificazione per intervenire militarmente. Per Xinhua le parole di Obama sono “pericolosamente irresponsabili”, poiché potrebbero causare un aggravamento della situazione in Siria e allontanare ulteriormente le residue possibilità di trovare una soluzione pacifica alla crisi.

Le accuse cinesi all’amministrazione Obama si allargano fino a comprendere l’intera strategia americana in Medio Oriente e altrove, dal momento che gli Stati Uniti, “con il pretesto dell’intervento umanitario, hanno sempre cercato di rovesciare governi considerati come una minaccia ai propri interessi nazionali per rimpiazzarli con altri meglio disposti” nei loro confronti. Questo, avverte Pechino, è il copione che Washington sta seguendo anche in Siria, dove l’obiettivo ultimo è il cambio di regime, da ottenere con o senza il via libera della comunità internazionale.

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