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Nella quasi totale indifferenza dei media e dei governi occidentali, da qualche giorno è in atto un sanguinoso assedio alla città libica di Bani Walid ad opera di alcune delle milizie armate che imperversano nel paese nord-africano. Nella località, situata a poco meno di 200 chilometri a sud-est di Tripoli, troverebbero rifugio fedelissimi del precedente regime di Gheddafi, presi di mira dagli ex ribelli in seguito alla morte di un loro membro che svolse un ruolo fondamentale nella cattura e nel brutale assassinio del rais quasi un anno fa a Sirte.

Il bilancio degli scontri nella sola giornata di mercoledì è stato di almeno undici morti tra la popolazione di Bani Walid, colpita, come ha riferito un residente della città all’agenzia di stampa AFP, da intensi bombardamenti provenienti da tre postazioni, con gravi danni inflitti ai quartieri residenziali.

Secondo i resoconti dei media occidentali, Bani Walid non sarebbe mai stata completamente “liberata” dai guerriglieri, nonostante la città fosse stata dichiarata libera dalle forze legate al regime il 17 ottobre dello scorso anno, tre giorni prima dell’esecuzione di Gheddafi.

Le tensioni a Bani Walid erano in ogni caso tornate a riaccendersi pericolosamente lo scorso 25 settembre, quando il parlamento di Tripoli (Congresso Generale Nazionale) aveva ordinato ai ministri della Difesa e degli Interni di trovare, anche con l’uso della forza, i responsabili del rapimento e dell’uccisione del 22enne Omran ben Shaaban.

Quest’ultimo era un ex ribelle che aveva individuato Gheddafi a Sirte dopo che il suo convoglio era stato colpito da un bombardamento NATO mentre cercava di lasciare la città sotto assedio. Shaaban era stato rapito a luglio a Bani Walid e, nel tentativo di fuggire ai suoi sequestratori, era stato raggiunto da due colpi di arma da fuoco. Successivamente Shaaban è stato liberato grazie all’intervento del presidente del Congresso, Mohamed Magarief, ma è comunque deceduto in un ospedale francese dove era stato trasferito.

Dai primi di ottobre, dunque, le milizie di Misurata e di altre località libiche hanno cominciato a circondare la città, mettendola sotto assedio dopo il fallito tentativo di trovare un accordo con i capi tribali. Le milizie hanno a lungo impedito le forniture di beni di prima necessità, così come l’evacuazione dei civili, mentre la Croce Rossa ha ottenuto il via libera per accedere agli ospedali solo il 10 ottobre scorso.

I toni minacciosi provenienti dai leader delle milizie e dal governo non promettono nulla di buono per Bani Walid. Come riportato dalla stampa locale nei giorni scorsi, infatti, le autorità di Misurata hanno lanciato un appello per una massiccia operazione militare contro la città, definita il “cancro della Libia”, che ospiterebbe i nostalgici di Gheddafi da “eliminare con la forza” per evitare che le forze anti-rivoluzionarie si propaghino in tutto il paese.

Nella giornata di giovedì, poi, la stampa locale ha riferito che l’esercito libico si sarebbe messo in marcia verso Bani Walid in seguito agli ordini del capo di Stato maggiore, generale Yusuf Mangush e in attuazione della già ricordata risoluzione del Parlamento.

La punizione indiscriminata inflitta alla popolazione di una città che ha rappresentato una roccaforte del regime di Gheddafi fino alla fine testimonia ancora una volta la natura delle forze sulle quali i paesi occidentali hanno fatto affidamento per rovesciare il rais. I presunti “liberatori” della Libia, come hanno messo in luce svariate ricerche sul campo condotte dalle più autorevoli organizzazioni umanitarie, si erano infatti ben presto distinti per le innumerevoli violazioni dei diritti umani commesse, comprese esecuzioni sommarie, torture e detenzioni di massa senza accuse né processi.

A sollevare sospetti inquietanti sui metodi impiegati dagli ex ribelli a Bani Walid sono stati alcuni medici che operano negli ospedali della città, i quali hanno raccontato l’arrivo nelle loro strutture di feriti civili che presentavano sintomi tali da far pensare all’uso da parte delle milizie di armi con gas velenosi.

Le operazioni in corso a Bani Walid sono anche l’ennesima prova del caos che regna in Libia e la quasi totale assenza di controllo sulle milizie armate da parte del nuovo governo centrale, tanto che un paio di giorni fa, nel pieno dell’assalto alla città, un portavoce dell’esercito regolare affermava ancora che da Tripoli non era partito nessun ordine di assediare la città.

I governi occidentali che hanno appoggiato il cambio di regime a Tripoli per ragioni esclusivamente geo-strategiche continuano a mantenere un imbarazzante silenzio sui fatti di Bani Walid, consapevoli che un dibattito su quanto sta accadendo in questi giorni e, più in generale, sulle condizioni della Libia del dopo-Gheddafi corrisponderebbe a smascherare gli interessi che hanno portato all’intervento della NATO nel marzo 2011 in appoggio di forze reazionarie propagandate come combattenti per la democrazia.

Lo stesso governo italiano non sembra intenzionato a fare alcuna pressione su Tripoli, nonostante nei giorni scorsi ci siano stati contatti diretti con le autorità libiche. Martedì, ad esempio, il premier Monti si è congratulato telefonicamente con il neo-primo ministro, Ali Zidan, ribadendo la fiducia di Roma “nel futuro della Libia”. Un paio di giorni prima era stato invece il ministro degli Esteri, il fedelissimo di Washington Giulio Terzi di Sant’Agata, a felicitarsi con Zidan, esprimendo la speranza di un prossimo vertice bilaterale.

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