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L’amministrazione Obama ha ottenuto qualche giorno fa la prima condanna di un membro dell’apparato della sicurezza nazionale americana coinvolto nel programma di interrogatori con metodi di tortura, introdotto da George W. Bush più di un decennio fa, ai danni di presunti sospettati di terrorismo. In linea con la condotta tenuta in questi quattro anni dal presidente democratico, tuttavia, la condanna dell’ex agente della CIA John Kiriakou non è giunta per le sue eventuali responsabilità in queste pratiche abusive, bensì per averle rivelate al pubblico americano.

Secondo le carte del processo a suo carico, il 48enne della Virginia era finito nei guai per avere rivelato ad un giornalista nel 2008 il nome di un collega della CIA ancora sotto copertura e che aveva preso parte agli interrogatori. Inoltre, allo stesso giornalista e ad un reporter del New York Times, Kiriakou aveva fatto il nome anche di un altro agente dell’intelligence che aveva partecipato alla cattura di Abu Zubaydah, cittadino saudita ritenuto erroneamente membro di alto livello di Al-Qaeda e uno degli organizzatori degli attacchi dell’11 settembre.

Da parte sua, Kiriakou ha sempre sostenuto di non sapere che gli agenti di cui aveva smascherato l’identità erano ancora attivi sul campo e che, se ne fosse stato al corrente, non lo avrebbe fatto.

Il tribunale federale che ha presieduto al suo caso ha comunque accettato venerdì scorso il patteggiamento raggiunto tra Kiriakou e la pubblica accusa, infliggendogli 30 mesi di carcere. Il giudice distrettuale ha poi respinto il tentativo della difesa di caratterizzare le azioni del proprio assistito come quelle di un “insider” che aveva cercato di fare luce sulle pratiche illegali del governo, aggiungendo che la condanna è a suo dire “fin troppo leggera”, dal momento che Kiriakou “ha tradito la solenne fiducia” della CIA, “mettendo a rischio gli agenti e la capacità dell’agenzia stessa di raccogliere informazioni”.

Come ammonimento ad evitare future rivelazioni, i pubblici ministeri hanno poi affermato che il caso appena discusso in aula è solo “la punta dell’iceberg” e che l’analisi della corrispondenza dell’accusato ha evidenziato come egli avesse passato a svariati giornalisti i nomi di altre decine di agenti sotto copertura. Per l’accusa, Kiriakou avrebbe operato in questo modo per ottenere una qualche notorietà mediatica, così da incrementare le vendite di un suo libro sulla guerra al terrore, uscito nel 2010.

Al di là degli effettivi danni causati da John Kiriakou agli agenti esposti, il suo caso è di fatto una vera e propria vendetta messa in atto dall’amministrazione Obama per altre rivelazioni che egli stesso aveva fatto in precedenza. Nel dicembre del 2007, infatti, Kiriakou aveva rilasciato un’intervista a ABC News, nella quale con una certa ambiguità aveva raccontato della cattura di Abu Zubaydah e del ricorso da parte della CIA nei confronti di quest’ultimo alla pratica del “waterboarding”, o annegamento simulato.

La sua rivelazione fu la prima ammissione pubblica da parte di un funzionario del governo circa l’esistenza di un programma di interrogatori basato sulle torture e sanzionato dai vertici di Washington.

Le parole di Kiriakou, così, hanno inevitabilmente messo in moto la macchina della vendetta del governo, dal momento che esse hanno coinvolto in seri crimini numerosi membri al suo interno. Per quanto riguarda Zubaydah, inoltre, venne in seguito appurata la sua estraneità ai fatti dell’11 settembre e alla stessa organizzazione fondata da Osama bin Laden, non prima però che il detenuto venisse sottoposto in almeno 83 occasioni a “waterboarding” e ad una lunga serie di altre torture che gli hanno causato la perdita di un occhio e danni cerebrali permanenti.

Se le rivelazioni di Kiriakou, supportate anche da quanto descritto nel sul libro di memorie (“The reclutant spy: my secret life in the CIA’s war on terror”), hanno contribuito a fare luce sulle pratiche illegali del governo, così come ad identificare alcuni dei responsabili materiali, negli Stati Uniti di Bush e Obama a finire sotto processo non sono stati però questi ultimi, ma l’autore delle rivelazioni stesse, permessosi di mettere in piazza i crimini commessi in nome della guerra al terrore.

L’attuale presidente, d’altra parte, oltre ad avere garantito la prosecuzione di molte attività extra-giudiziarie inaugurate dal suo predecessore, si è adoperato assiduamente per evitare che un solo responsabile di esse venisse sottoposto a processo. Per scoraggiare qualsiasi rivelazione imbarazzante, oltretutto, l’amministrazione Obama ha avviato una campagna senza precedenti per punire i cosiddetti “whistleblower”.

Durante la sua presidenza, infatti, il Dipartimento di Giustizia ha aperto un numero record di processi contro funzionari che hanno divulgato informazioni riservate sui crimini dell’imperialismo americano. Quello di John Kiriakou, il primo ad essere condannato in 27 anni per avere violato l’Intelligence Identities Protection Act, è il sesto caso per il quale il governo ha deciso l’incriminazione di un “whistleblower” dal 2009 a oggi, vale a dire il doppio di quelli perseguiti da tutte le precedenti amministrazioni combinate.

La relativa lievità della pena inflitta all’ex agente della CIA non deve in ogni caso far passare in secondo piano l’atteggiamento intimidatorio del governo, i cui pubblici ministeri avevano minacciato Kiriakou con una possibile condanna fino a 45 anni di carcere. Quest’ultimo si è perciò alla fine accordato per 30 mesi, ammettendo le sue responsabilità in crimini di minore gravità, per scrupolo nei confronti della sua famiglia, secondo i media d’oltreoceano costretta per un certo periodo a fare affidamento su buoni alimentari e gravata da qualcosa come mezzo milione di dollari di spese legali.

Qualche sparuto commentatore ha infine fatto notare la disparità di trattamento riservata dal governo a John Kiriakou e, ad esempio, all’ex capo di gabinetto dell’ex vice-presidente Dick Cheney, Lewis “Scooter” Libby, anch’egli condannato per avere rivelato l’identità dell’agente della CIA Valerie Plame, la cui vicenda è stata tra l’altro raccontata nel 2010 dal film Fair Game di Doug Liman.

Libby aveva smascherato l’identità della spia americana come gesto di ritorsione per le dichiarazioni del marito di quest’ultima, l’ex ambasciatore Joseph Wilson, il quale aveva denunciato pubblicamente l’infondatezza delle accuse rivolte dall’amministrazione Bush a Saddam Hussein di possedere armi di distruzione di massa alla vigilia dell’invasione dell’Iraq nel 2003.

Nel giugno del 2007 l’ex funzionario della Casa Bianca venne condannato a 30 mesi di carcere, una pena però interamente amnistiata da George W. Bush nemmeno un mese più tardi.

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Fabrizio Casari
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