Time: i “Guardiani” e i dimenticati

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India: avvertimento a Modi

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A pochi mesi da un’elezione generale che appariva scontata fino a poco tempo fa, il partito nazionalista indù BJP al potere in India ha fatto segnare un pericoloso arretramento in almeno tre recenti consultazioni locali, i cui risultati sono stati resi noti questa settimana. Il primo ministro, Narendra Modi, deve essere in...
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di Michele Paris

Il governo di centro-destra della Bulgaria mercoledì è diventato vittima delle crescenti proteste popolari contro le misure di austerity che stanno causando la devastazione sociale nel continente europeo. Una serie di imponenti manifestazioni, andate in scena negli ultimi giorni in tutto il paese per chiedere la riduzione dei costi dell’energia elettrica, hanno infatti finito per travolgere il sempre più impopolare esecutivo guidato dal premier Boyko Borisov, nonostante una serie di misure messe in atto nel tentativo di placare gli animi dei suoi concittadini e rimanere al potere fino alle elezioni della prossima estate.

A fare esplodere definitivamente la rabbia tra una popolazione bulgara già provata da provvedimenti che, qui come altrove, hanno peggiorato in maniera sensibile le condizioni di vita dei cittadini, sono state le pesanti bollette energetiche in questo rigidissimo inverno nel paese est-europeo. Nella giornata di domenica, decine di migliaia di manifestanti hanno così paralizzato la capitale, Sofia, e le principali città delle altre regioni della Bulgaria, chiedendo la riduzione delle tariffe ma anche le dimissioni del governo, già al centro di polemiche per una serie di scandali e accuse di corruzione.

Ben consapevole che la ragione principale del profondo malcontento diffuso nel paese risiede, più in generale, nelle politiche di austerity, adottate un po’ ovunque in Europa in risposta alla crisi economica, il primo ministro Borisov aveva estromesso dal proprio governo il ministro delle Finanze, l’ex funzionario della Banca Mondiale Simeon Djankov, universalmente identificato come il principale artefice del rigore imposto in questi anni ai cittadini bulgari.

L’allontanamento di un ministro che aveva frequentemente ricevuto gli elogi delle istituzioni europee e degli ambienti finanziari internazionali ha però fatto ben poco per stemperare le tensioni, così che Borisov il giorno successivo è ricorso ad un ulteriore annuncio populista, promettendo un taglio dell’8% delle tariffe elettriche a partire dal primo marzo prossimo. Queste stesse tariffe erano state aumentate di circa il 14% nel corso del 2012.

Dal momento che le proteste popolari hanno preso di mira anche una delle compagnie che gestiscono le forniture di energia elettrica in Bulgaria - la ceca CEZ - il premier ha inoltre minacciato di privare quest’ultima del permesso per operare in un paese che rappresenta il suo secondo mercato per fatturato. Borisov ha però respinto le richieste dei manifestanti di nazionalizzare il settore dell’energia elettrica, ormai totalmente in mano ad aziende straniere.

La decisione ha prevedibilmente suscitato le proteste dei vertici di CEZ e del governo di Praga, il quale controlla il 70% della compagnia, anche perché quest’ultima era già stata penalizzata lo scorso mese di gennaio dalla revoca della licenza per operare in Albania, dove detiene ugualmente un’importante fetta del mercato energetico.

Le manovre di Borisov non hanno comunque avuto gli effetti desiderati e, infatti, ancora martedì le proteste si sono intensificate, con le forze di sicurezza che hanno duramente affrontato i manifestanti, facendo alla fine 15 feriti e 25 arresti a Sofia. Mercoledì, il premier ha così deciso di rassegnare le proprie dimissioni, motivandole assurdamente con la sua presunta volontà di “non far parte di un governo sotto il quale la polizia picchia i cittadini”.

Nel suo discorso di fronte al parlamento bulgaro, Borisov ha poi avanzato l’altrettanto assurda pretesa di volere “restituire il potere al popolo dopo che il popolo ce lo ha consegnato”, nonostante i suoi anni di governo siano stai segnati da politiche dettate interamente dagli ambienti finanziari internazionali e che hanno causato un impoverimento diffuso nel paese già più disagiato tra quelli che fanno parte dell’Unione Europea.

La caduta del governo guidato dal partito di Borisov - Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria (GERB) - costringerà ora il presidente Rosen Plevneliev, anch’egli del GERB, ad assegnare un nuovo incarico per un esecutivo provvisorio che, con ogni probabilità, sarà chiamato a traghettare il paese verso elezioni anticipate in primavera, mentre la scadenza naturale della legislatura era prevista per il mese di luglio.

Il rapido deteriorarsi della situazione in Bulgaria ha in ogni caso rimescolato le carte a Sofia, visto che il partito del premier uscente, nonché già sindaco di Sofia ed ex guardia del corpo del dittatore Todor Zhivkov prima del crollo dell’Unione Sovietica, ha visto svanire il vantaggio che i sondaggi gli assegnavano fino a pochi mesi fa e che gli aveva permesso di conquistare chiare vittorie nelle elezioni presidenziali e locali nell’autunno del 2011.

Da più di un anno, tuttavia, i segnali del malcontento popolare sono iniziati ad emergere, in seguito all’approvazione di leggi di bilancio nelle quali era stato deciso, tra l’altro, l’innalzamento delle tasse e dell’età necessaria al raggiungimento della pensione, licenziamenti e tagli alla spesa e agli stipendi dei dipendenti pubblici. Queste misure di rigore si sono innestate su una situazione complessiva già segnata da gravi carenze nei servizi pubblici, risultato del processo di privatizzazione seguito al crollo del regime stalinista.

Nonostante le pesanti conseguenze sulla popolazione bulgara delle politiche messe in atto in questi anni, da Bruxelles e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) non erano state risparmiate lodi per il governo di Boyko Borisov, in grado di ridurre il deficit di bilancio allo 0,5% del PIL nel 2012 rispetto al 2% nel 2011, ma anche di far registrare modesti tassi di crescita dell’economia del paese negli ultimi tre anni.

A differenza delle vicine Romania e Ungheria, le quali avevano dovuto fare riscorso all’intervento di UE e FMI per salvare le proprie economie dal tracollo, la Bulgaria è stata spesso additata a modello per l’Europa Orientale e per i paesi più in affanno all’interno dell’unione, anche se le conseguenze della gestione Borisov sulle condizioni di vita della popolazione sono risultate altrettanto drammatiche e non hanno impedito l’esplosione di tensioni sociali come quelle a cui si sta assistendo in questi giorni.

Uno scenario, quello bulgaro, che conferma ulteriormente come le direttive imposte a paesi sovrani dalle classi dirigenti europee e dalle élite finanziare internazionali per evitare la rovina del sistema si scontrino frontalmente, al di là della retorica, con i bisogni fondamentali delle popolazioni, producendo un susseguirsi di governi che diventano ben presto impopolari e che, frequentemente, finiscono con l’essere costretti alle dimissioni sotto la spinta di oceaniche manifestazioni di protesta.

La crisi del gabinetto Borisov, perciò, sembra aprire ora la strada al ritorno al potere del Partito Socialista (BSP), secondo alcuni sondaggi già in testa al gradimento degli elettori nonostante negli ultimi due decenni sia stato protagonista di esperienze di governo caratterizzate dalle stesse politiche di rigore e di liberalizzazione dell’economia che hanno prodotto la situazione esplosiva che sta vivendo in questi giorni la Bulgaria.

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