Il dovere di un No costituzionale

di Maura Cossutta

Il No al referendum costituzionale per il taglio dei parlamentari bisogna spiegarlo bene, sapendo che si va decisamente controcorrente. Prevale infatti largamente un senso comune, ben radicato e purtroppo alimentato da oggettive, valide ragioni. Parlamentari assenteisti, incapaci di fare una legge ma molto esperti a fare i lobbisti, a loro agio a fare e a essere privilegiati, non è stato certo...
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USA-Cina, i dazi fuori legge

di Mario Lombardo

La condanna dei dazi americani sulle importazioni cinesi, emessa questa settimana dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), potrebbe aprire una nuova linea d’attacco per l’amministrazione Trump contro le strutture sovranazionali e le norme che regolano gli scambi internazionali. Anche se la conclusione del tribunale del WTO...
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di Michele Paris

La prima attesissima visita ufficiale in Israele da presidente degli Stati Uniti di Barack Obama si è aperta mercoledì con l’arrivo dell’inquilino della Casa Bianca all’aeroporto internazionale di Tel Aviv, da dove ha immediatamente raggiunto Gerusalemme in elicottero per un lungo faccia a faccia ed una cena con il primo ministro, Benjamin Netanyahu.

La vigilia della due giorni in Israele è stata preceduta da ripetuti avvertimenti dei portavoce del governo di Washington a non aspettarsi nuove proposte concrete da parte del presidente democratico ai suoi interlocutori - soprattutto attorno alla questione palestinese - lasciando intendere come il vero scopo della visita non sia altro che il coordinamento tra i due alleati dell’approccio alle crisi in Siria e Iran, ma anche la dimostrazione che, nonostante i dissapori di questi anni, i due alleati rimangono fermamente sulla stessa lunghezza d’onda.

Superate più o meno agevolmente le preoccupazioni elettorali di entrambi i leader, la visita di Obama in Israele era stata programmata agli albori del suo secondo mandato principalmente per rassicurare le potenti lobbies israeliane, preoccupate per una presunta insufficiente fedeltà del presidente al principale alleato americano in Medio Oriente. Nelle parole dei comunicati ufficiali, la visita in corso sarebbe perciò l’occasione per Obama di “connettersi con il popolo di Israele”.

Su questo messaggio ha infatti insistito il presidente appena sbarcato a Tel Aviv mercoledì, sostenendo già sulla pista dell’aeroporto la sua volontà di “riaffermare il legame indissolubile e l’alleanza eterna tra le nostre due nazioni”. Obama ha poi annunciato che “la pace deve giungere in Terra Santa”, proprio mentre i due governi continuano al contrario a manovrare per la destabilizzazione della regione e a progettare nuove e rovinose guerre in Siria e in Iran.

Non a caso, il legame militare tra Washington e Tel Aviv è stato subito mostrato all’opinione pubblica internazionale con l’ispezione da parte di Obama di una batteria del sistema di difesa anti-missilistico di Israele denominato “Iron Dome”, trasportato appositamente in un hangar dell’aeroporto.

Finanziato in buona parte proprio dagli Stati Uniti, questo strumento viene presentato come un mezzo efficace per intercettare e distruggere i missili lanciati da coloro che, a Gaza e in Libano, desidererebbero l’annientamento dello stato ebraico, mentre in realtà non è altro che un sistema che dovrebbe consentire a Israele di condurre liberamente le proprie politiche aggressive e guerrafondaie nella regione limitando al minimo i danni collaterali causati dalla reazione di paesi ed entità vicine.

Quest’ultimo principio, da affermare a tutti i costi per mantenere un’incontrastata superiorità militare in Medio Oriente, è anche alla base delle continue minacce di un’aggressione militare preventiva per distruggere il programma nucleare dell’Iran, anche se per il quale non esistono prove che sia diretto alla creazione di armi atomiche.

Il nucleare iraniano è in ogni caso uno dei punti centrali del vertice Obama-Netanyahu, attorno al quale i due governi hanno una sostanziale identità di vedute. Entrambi intendono cioè sfruttare il programma nucleare civile di Teheran per giungere all’obiettivo ultimo di rimuovere l’attuale regime della Repubblica Islamica, contro il quale le rispettive agenzie di intelligence conducono da tempo operazioni clandestine di sabotaggio.

Le differenze emerse apertamente finora tra i due leader sembrano piuttosto di natura tattica, con Netanyahu che, almeno pubblicamente, ha manifestato una maggiore impazienza per l’adozione di misure estreme contro l’Iran, laddove Obama ha espresso toni relativamente più moderati, sostenendo di puntare ad una soluzione diplomatica della crisi pur mantenendo “sul tavolo qualsiasi opzione”.

Approfittando forse anche della recente débacle elettorale di Netanyahu, costretto a formare un governo di coalizione con alcune formazioni politiche moderate, Obama ha probabilmente provato a convincere il primo ministro israeliano ad attendere che la diplomazia faccia il proprio corso prima di ricorrere ad un’opzione militare che gli USA non hanno peraltro mai escluso.

A tal proposito, un messaggio di conciliazione, anche se da qualche osservatore considerato in contrasto con la posizione di Netanyahu, era stato lanciato da Obama nei giorni scorsi in un’intervista rilasciata alla rete televisiva israeliana Channel 2. In essa, il presidente democratico aveva per la prima volta formulato un termine temporale per il raggiungimento della capacità di costruire un’arma nucleare da parte iraniana.

Anche se per Obama la data limite in questo senso cadrebbe tra un anno o poco più, a differenza di Netanyahu che riteneva più probabile la prossima estate, l’adeguamento da parte dell’inquilino della Casa Bianca alla retorica dell’alleato può essere considerato sia come un invito a superare le divisioni sia come un via libera ad un eventuale attacco israeliano unilaterale contro la Repubblica Islamica.

Pressoché identiche sono poi le vedute di USA e Israele sulla Siria, dal momento che entrambi i governi hanno deciso da tempo di mettere da parte le esitazioni e di adoperarsi per un cambio di regime a Damasco, valutando più importanti i vantaggi strategici di una tale soluzione rispetto non solo al rischio di un predominio di forze integraliste nel dopo Assad ma anche alla devastazione sociale e alle decine di migliaia di morti provocati dal conflitto in atto.

Il coordinamento delle operazioni da condurre nei prossimi mesi per garantire un esito della guerra civile il più favorevole possibile agli interessi di Washington e Tel Aviv è stato perciò con ogni probabilità oggetto di discussione tra Obama e Netanyahu.

Nel corso della conferenza stampa congiunta tra i due leader nella serata di mercoledì, il presidente statunitense ha poi ribadito l’impegno del suo paese per la sicurezza di Israele, dipingendo come al solito un quadro regionale nel quale sarebbe lo stato ebraico ad essere seriamente minacciato e non, come accade in realtà, esso stesso la principale minaccia alla stabilità mediorientale.

Di fronte alla stampa internazionale, Obama ha inoltre affermato l’interesse americano per la creazione di uno stato palestinese forte e sovrano, anche se in realtà nessun serio sforzo viene dedicato in questa visita alla riapertura dei negoziati di pace con l’Autorità Palestinese. Questo punto era stato al centro della politica estera di Obama all’inizio del suo primo mandato ma è stato sostanzialmente messo da parte fin dal 2010, quando i colloqui si sono arenati attorno alla questione del blocco degli insediamenti illegali di Israele nei territori occupati.

Pressato da esigenze interne e da un Congresso totalmente appiattito sulle posizioni più estreme della destra sionista, Obama ha ormai del tutto abbandonato ogni tentativo di spingere Netanyahu a fare qualche concessione ai palestinesi per tornare al tavolo delle trattative. Il presidente americano, inoltre, si trova ora di fronte un primo ministro che ha appena creato un nuovo esecutivo del quale fanno parte politici contrari ad una soluzione basata sulla creazione di due stati e totalmente a favore dell’espansione degli insediamenti considerati fuori legge da tutta la comunità internazionale.

Con queste premesse, è apparsa scontata la scelta della Casa Bianca di limitare al minimo indispensabile gli incontri con i vertici palestinesi nel corso della visita di questa settimana. Nella giornata di giovedì, Obama vedrà a Ramallah - dove mercoledì in centinaia hanno manifestato contro il presidente USA - il numero uno dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), e il primo ministro, Salaam Fayyad, mentre tornerà ancora in Cisgiordania venerdì per visitare la Basilica della Natività a Betlemme.

Nessuna visita è prevista invece, ad esempio, alla Moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme Est o in zone che implicherebbero il passaggio attraverso il muro che separa Israele dalla Cisgiordania, né tantomeno il governo americano ha accettato un incontro del presidente con i familiari dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane.

Dal punto di vista mediatico, il momento clou della trasferta in Israele di Obama è il discorso che terrà giovedì in un centro congressi di Gerusalemme di fronte ad una platea di studenti accuratamente selezionati. Questo evento, considerato da molti il corrispondente del noto discorso tenuto al Cairo nel 2009 davanti a studenti musulmani, è stato valutato come un’alternativa più sicura ad un intervento alla Knesset (Parlamento), dove la diffidenza nei confronti di Obama tra la destra israeliana rimane ampiamente diffusa.

Le poco meno di 48 ore trascorse in Israele si concluderanno infine venerdì, quando il presidente democratico si sposterà ad Amman per incontrare un’altra pedina fondamentale nelle strategie americane in evoluzione in Medio Oriente, il sovrano hascemita di Giordania Abdullah II.

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Yemen: i criminali della Casa Bianca

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