Israele: demolizioni e apartheid

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Undine

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di Michele Paris

Mentre il governo siriano di Bashar al-Assad sembra avere finora rispettato i termini imposti dall’accordo tra Stati Uniti e Russia sullo smantellamento dell’arsenale chimico di Damasco, l’amministrazione Obama continua a manovrare dietro le quinte per riuscire a creare un pretesto che giustifichi un intervento armato nel paese mediorientale.

Se l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW) ha fatto sapere nel fine settimana che la Siria ha consegnato venerdì l’elenco delle proprie armi chimiche secondo le scadenze previste, le trattative per definire l’implementazione dell’accordo continuano ad incontrare ostacoli a causa dell’atteggiamento americano.

In particolare, la Russia da una parte e gli sponsor occidentali dell’opposizione armata siriana dall’altra non hanno ancora superato le loro divergenze sulla questione dei provvedimenti da adottare nel caso la Siria dovesse violare le procedure previste per la consegna e la distruzione delle proprie armi chimiche.

Gli Stati Uniti, assieme a Francia e Gran Bretagna, insistono cioè nell’introdurre in un’eventuale risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il riferimento al cosiddetto “Capitolo 7” della carta ONU, il quale prevede appunto l’autorizzazione all’uso della forza in caso di mancato rispetto di quanto stabilito dalla risoluzione stessa.

Come hanno riportato i media americani nei giorni scorsi, inoltre, la Casa Bianca vedrebbe con favore l’adozione di un altro meccanismo che faciliterebbe un’aggressione contro la Siria, vale a dire l’assegnazione all’OPCW dell’autorità di stabilire se Damasco ha violato o meno l’accordo sulle armi chimiche. Questa ipotesi, viene ovviamente respinta da Russia e Cina, poiché consentirebbe agli USA di agire militarmente bypassando il Consiglio di Sicurezza.

In un’intervista concessa nella giornata di domenica alla TV russa, il ministro degli Esteri di Mosca, Sergei Lavrov, ha rilasciato dichiarazioni molto pesanti nei confronti dell’amministrazione Obama, accusandola di volere “ricattare” il Cremlino. Per Lavrov, a differenza di quanto stabilito inizialmente assieme al Segretario di Stato, John Kerry, gli Stati Uniti stanno minacciando di ritirare il proprio appoggio all’accordo sulla consegna delle armi chimiche siriane se la Russia non accetterà una risoluzione che includa il riferimento al Capitolo 7 della carta ONU.

Il governo russo, così come quello cinese, è ben consapevole che la richiesta di Washington ha come scopo quello di ottenere una parvenza di legittimità per un attacco unilaterale contro la Siria. Mosca e Pechino, infatti, hanno imparato la lezione del 2011, quando la loro astensione al Consiglio di Sicurezza consentì l’imposizione di una no-fly zone sulla Libia, subito manipolata dalla NATO per condurre una campagna di bombardamenti su vasta scala e rimuovere Gheddafi dal potere.

Sempre secondo le parole di Lavrov, dunque, “gli USA non vedono nell’accordo con la Russia un’occasione per salvare il pianeta dall’uso di consistenti quantitativi di armi chimiche, bensì come un’occasione per ottenere ciò che Russia e Cina non permettono: fare approvare una risoluzione che autorizzi l’uso della forza contro il regime di Assad a tutto vantaggio dell’opposizione”.

Con un simile strumento nelle loro mani, gli Stati Uniti potrebbero così in qualsiasi momento denunciare la mancanza di collaborazione da parte di Damasco nell’applicazione dei complessi termini dell’accordo sulla distruzione delle armi chimiche e giustificare un attacco militare che, a loro dire, trarrebbe legittimità da una risoluzione ONU.

L’inaccettabilità della pretesa degli americani e dei loro alleati europei appare poi ancora più evidente dal fatto che essa si basa su un presupposto tutt’altro che appurato, vale a dire la responsabilità del regime siriano nell’attacco con armi chimiche nella località di Ghouta - presso Damasco - lo scorso mese di agosto.

Un altro aspetto del tutto trascurato dagli Stati Uniti e dall’Occidente e su cui Lavrov ha invece portato l’attenzione nella sua intervista del fine settimana, è legato alle armi o sostanze chimiche letali nelle mani dell’opposizione armata. Per il capo della diplomazia di Mosca, l’accordo prevederebbe cioè anche la consegna agli ispettori internazionali delle armi non-convenzionali detenute dai gruppi anti-Assad.

Come ha sostenuto Lavrov, gli stessi servizi segreti israeliani avrebbero infatti confermato almeno due casi nei quali i “ribelli” hanno assunto il controllo di aree dove si trovavano depositi di armi chimiche dell’esercito siriano.

Su questa condizione avanzata dalla Russia, in ogni caso, gli Stati Uniti non si sono ancora pubblicamente espressi ma è improbabile che Washington acconsenta ad introdurla nell’accordo. Nonostante i molti indizi emersi circa la disponibilità da parte dei “ribelli” di armi e sostanze tossiche in quantità sufficiente per condurre attacchi come quello del 21 agosto grazie all’assistenza dei governi che li sostengono, gli USA continuano ad affermare il contrario.

La fermezza americana su questo punto consente d’altra parte all’Occidente di continuare a negare qualsiasi ipotesi che implichi i “ribelli” nei fatti di Ghouta e a promuovere la versione - propagandata da quasi tutti i media “mainstream” - che il rapporto degli ispettori ONU assegni sia pure implicitamente al regime di Assad la responsabilità degli attacchi con armi chimiche.

Il rapporto, in realtà, non identifica gli autori dell’attacco ma i vari governi che sostengono l’opposizione siriana avrebbero dedotto da alcuni dati tecnici in esso contenuti che almeno due dei missili esplosi il 21 agosto sarebbero stati lanciati da un’area della città sotto il controllo delle forze del regime. Inoltre, la quantità relativamente consistente di sarin impiegato era tale che sarebbe stato impossibile per i “ribelli” venirne in possesso.

Questa versione è stata però messa in discussione da molti esperti e analisti, tra i quali alcuni sostengono come l’attacco su “larga scala” descritto dagli ispettori ONU avrebbe dovuto fare migliaia o forse decine di migliaia di vittime se il gas sarin lanciato con più missili si fosse propagato nell’ambiente come si deduce dalla versione ufficiale dei fatti.

Alla luce delle conseguenze provocate, appare più ragionevole ad esempio l’ipotesi, avanzata qualche settimana fa da una testata on-line americana, dell’esplosione accidentale delle armi in mano ai “ribelli” dopo che questi ultimi le avevano ricevute dai servizi segreti sauditi.

Ancora, qualche media alternativo ha messo in discussione la credibilità stessa del capo della missione ONU in Siria, lo svedese Ake Sellstrom, i cui indizi seminati nel rapporto hanno consentito a Washington, Parigi e Londra di puntare il dito contro Assad.

Come ha fatto notare qualche giorno fa un giornalista investigativo giapponese sul sito web globalresearch.ca, ad esempio, Sellstrom lavora in un centro di ricerca presso un’università svedese sponsorizzata dal ministero della Difesa di Stoccolma e i finanziamenti ricevuti da essa per vari progetti di studio sono finanziati dai fondi dell’Unione Europea destinati alla “lotta contro il terrorismo”. La stessa università di Sellstrom collabora poi con un istituto di ricerca di Tel Aviv che, a sua volta, mantiene stretti contatti con le forze armate e i servizi segreti israeliani.

Quasi mai preso in considerazione è infine il calcolo strategico del regime di Assad nel decidere un attacco con armi chimiche proprio mentre erano presenti in territorio siriano ispettori ONU giunti dietro invito di Damasco. Alla luce delle minacce lanciate da oltre un anno da parte dell’Occidente in caso di ricorso ad armi chimiche, per il governo l’utilizzo di questo genere di armi sarebbe stato un autentico suicidio, oltretutto dopo avere sostanzialmente ribaltato gli equilibri sul campo e avere messo alle corde i “ribelli” in molte aree del paese.

In questa prospettiva, l’ipotesi forse più plausibile per spiegare i fatti di Ghouta continua ad essere quella di un’operazione messa in atto più o meno intenzionalmente dai “ribelli” stessi, con l’intenzione di incolpare il regime e provocare un intervento militare esterno.

Questo piano, verosimilmente concordato con gli Stati Uniti e i loro alleati, era stato sul punto di dare i risultati sperati nei giorni successivi all’attacco. L’amministrazione Obama si è però trovata a fare i conti con una inaspettata opposizione popolare ad un nuovo conflitto, vedendosi costretta dapprima a chiedere l’autorizzazione all’uso della forza al Congresso e, di fronte alla prospettiva di subire un’umiliante sconfitta vista la contrarietà anche di molti deputati e senatori democratici, ad abbracciare l’iniziativa russa sullo smantellamento delle armi chimiche di Assad.

Come dimostrano i contrasti con Mosca di questi giorni e l’insistenza americana per una risoluzione ONU che contempli l’ipotesi militare, tuttavia, la minaccia di guerra è solo rimandata e l’accordo in fase di finalizzazione, per l’amministrazione Obama, non è altro che un ulteriore mezzo per giungere finalmente alla rimozione con la forza di un regime ostile ai propri interessi in Medio Oriente.

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