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Per la prima volta dall’inizio delle rivelazioni di Edward Snowden sui programmi da stato di polizia dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana (NSA), questa settimana un giudice federale ha sentenziato quello di cui tutti erano a conoscenza nonostante la propaganda del governo, cioè che la raccolta indiscriminata dei dati telefonici di centinaia di milioni di persone è indiscutibilmente una pratica illegale e contraria al dettato della Costituzione degli Stati Uniti.

Il parere del giudice Richard Leon del tribunale distrettuale federale del Distretto di Columbia, a Washington, è stato accompagnato da considerazioni pesantissime sulla condotta del governo in merito alla sorveglianza dei propri cittadini. Inoltre, il giudice nominato da George W. Bush alla vigilia dell’11 settembre 2001 ha ordinato la fine delle intercettazioni telefoniche ai danni dei querelanti e la distruzione dei dati finora raccolti su di essi dall’NSA. L’ingiunzione è stata però immediatamente sospesa, in attesa quanto meno di un sentenza d’appello che arriverà non prima di sei mesi.

Il caso in questione - “Klayman contro Obama” - era scaturito dalla denuncia di due attivisti conservatori, Larry Klayman, fondatore dell’organizzazione di tendenze libertarie Freedom Watch, e Charles Strange, padre di un “Navy Seal” ucciso durante una missione in Afghanistan. Basando la propria istanza sui documenti di Snowden, i due sono riusciti a convincere il giudice distrettuale dei loro requisiti legali per avviare un procedimento contro l’NSA. In precedenza, altri tribunali avevano respinto simili richieste affermando che, dal momento che l’NSA non rende pubblica l’identità delle persone intercettate, nessuno avrebbe la facoltà di citare l’agenzia in giudizio.

Per il giudice Leon, al contrario, i querelanti hanno questa facoltà, poiché è “altamente probabile” che le loro telefonate siano state intercettate come quelle di chiunque altro e finite nel “vasto archivio di metadati” telefonici dell’NSA, la cui esistenza è stata ammessa dal governo stesso.

Come già anticipato, l’amministrazione Obama è subito ricorsa in appello, così che il programma di intercettazioni potrà proseguire sia ai danni di coloro che hanno denunciato l’NSA in questo caso di fronte al tribunale del Distretto di Columbia sia, a maggior ragione, del resto degli americani e di virtualmente qualsiasi cittadino di qualsiasi paese del mondo. Al di là della sentenza di appello, la questione finirà per approdare con ogni probabilità alla Corte Suprema in un procedimento che potrebbe esaurirsi tra svariati anni.

Ciò che il più influente tribunale distrettuale degli Stati Uniti ha stabilito con la sentenza di lunedì rappresenta comunque uno schiaffo per il governo e l’NSA - ma anche per i media ufficiali e i membri del Congresso, tutti più o meno concordi nel giudicare sostanzialmente legittimi i programmi di sorveglianza nonostante gli “eccessi” - la cui flagrante violazione delle basilari norme democratiche americane è stata esposta pubblicamente e con toni insolitamente duri.

In 68 pagine, infatti, il giudice Leon ha affermato, tra l’altro, che non è possibile “immaginare un’invasione [della privacy] più indiscriminata e arbitraria di questa sistematica raccolta e archiviazione di informazioni personali riguardanti virtualmente ogni singolo cittadino… senza una preventiva autorizzazione giudiziaria”. Senza alcun dubbio, prosegue il testo della sentenza, il programma di intercettazioni dell’NSA “contravviene a quel livello di privacy che i [Padri] Fondatori hanno inteso garantire con il Quarto Emendamento [alla Costituzione]”.

Per questa ragione, ha poi aggiunto il giudice federale, è lecito ipotizzare che “l’autore della nostra Costituzione, James Madison, il quale ci ha messo in guardia dalla limitazione della libertà del popolo dovuta alle graduali e silenziose intrusioni di coloro che governano, resterebbe inorridito” di fronte allo scenario attuale.

Il rispetto del Quarto Emendamento - che garantisce contro arresti, perquisizioni e confische arbitrarie - non è nemmeno assicurato dalle delibere del cosiddetto Tribunale per la Sorveglianza dell’Intelligence Straniera (FISC), l’organo chiamato ad autorizzare le richieste di intercettazione presentate dalle varie agenzie governative. Il FISC, infatti, si riunisce in segreto e all’insaputa degli individui interessati dai programmi dell’NSA, i cui rappresentanti legali, ovviamente, non presenziano alle sue sedute.

Come se non bastasse, il giudice Leon ha anche espresso “seri dubbi circa l’efficacia” del programma dell’NSA, visto che il governo non è stato in grado di citare “un solo caso nel quale la raccolta di massa di metadati telefonici abbia effettivamente impedito un attacco terroristico imminente”.

La sentenza ha inoltre respinto il presupposto legale sul quale il governo si è finora basato per giustificare il controllo delle comunicazioni elettroniche, cioè una decisione della Corte Suprema del 1979 (“Smith contro Maryland”) che aveva escluso i metadati telefonici dalle garanzie del Quarto Emendamento. I cosiddetti metadati includono i numeri telefonici digitati o la data e la durata delle conversazioni ma non il loro contenuto e, secondo il governo, in merito ad essi i cittadini non possono aspettarsi di essere protetti dal diritto alla privacy, visto che, ad esempio, queste informazioni sono a disposizione delle compagnie telefoniche.

Per il giudice Leon, invece, la sentenza del 1979 - che si riferiva al caso di un solo individuo intercettato dalle forze di polizia - non è applicabile alla situazione odierna relativa all’NSA, sia perché in ballo c’è la raccolta indiscriminata di dati appartenenti a centinaia di milioni di individui sia perché il ruolo che svolgono oggi i telefoni e, più in generale, la tecnologia, non è paragonabile a quello di oltre tre decenni fa.

Il verdetto emesso lunedì è stato accolto positivamente anche dallo stesso Snowden. L’ex contractor dell’NSA ha rilasciato una dichiarazione tramite il giornalista americano Glenn Greenwald, al quale erano stati consegnati i documenti riservati pubblicati nei mesi scorsi. Snowden ha ricordato come le sue azioni erano scaturite dalla “convinzione che i programmi di sorveglianza di massa dell’NSA non avrebbero potuto superare nessuna prova di costituzionalità e che gli americani meritavano una possibilità di vedere tali questioni approdare di fronte ad un tribunale pubblico”.

Se la sentenza di questa settimana è la conseguenza delle rivelazioni dei crimini dell’NSA da parte dello stesso Snowden, il governo e l’apparato della sicurezza nazionale americano continuano ad operare per mantenere in vita i programmi di sorveglianza appena dichiarati incostituzionali. Proprio lo scorso fine settimana, ad esempio, una speciale commissione nominata da Obama aveva anticipato le proprie raccomandazioni al presidente ufficialmente per “riformare” l’NSA ma, in realtà, per apportare solo alcune trascurabili modifiche esteriori alla condotta dell’agenzia e placare le critiche provenienti da più parti.

Sempre lunedì, poi, la Casa Bianca ha nuovamente respinto ogni ipotesi di amnistia per Edward Snowden, dopo che alcune voci all’interno del governo avevano suggerito una misura di clemenza in cambio della consegna di tutti i documenti ancora nelle mani dell’ex contractor costretto all’asilo in Russia.

Lo stesso giudice federale che ha condannato così severamente le violazioni della Costituzione del governo ha in definitiva subordinato la propria decisione di fermare la raccolta di informazioni personali da parte dell’NSA alle necessità dell’intelligence statunitense. Alcuni diritti democratici fondamentali, perciò, potrebbero in ultima analisi essere sacrificati, visti, a suo dire, “i significativi interessi relativi alla sicurezza nazionale che risultano in gioco”.

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