Trump: obiettivo Capitol Hill

di Mario Lombardo

La speciale commissione d’inchiesta della Camera dei Rappresentanti di Washington sull’assalto dei sostenitori di Donald Trump all’edificio che ospita il Congresso il 6 gennaio 2021 sta tenendo da qualche settimana le prime udienze pubbliche trasmesse in diretta televisiva. Le testimonianze emerse hanno aggiunto particolari spesso esplosivi per la ricostruzione di quello che è stato a...
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L’Ucraina, la CIA e il New York Times

di Mario Lombardo

Dietro alle “rivelazioni” della stampa ufficiale occidentale sulle attività più o meno clandestine di governi e servizi di intelligence ci sono quasi sempre obiettivi molto diversi da quello di informare il lettore medio. Ciò è tanto più vero nel pieno di una guerra totalmente evitabile e che sta provocando pesanti conseguenze economiche per i paesi occidentali. Un’agenda non immediatamente riconoscibile si può intravedere anche nell’articolo pubblicato qualche giorno fa dal New York Times circa il ruolo della CIA e delle forze speciali USA a sostegno dell’Ucraina, solo l’ultimo di una serie di avvertimenti sulle implicazioni preoccupanti di un’intensificazione del coinvolgimento americano nel conflitto russo-ucraino....
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di Michele Paris

Il licenziamento del Segretario alla Difesa americano, Chuck Hagel, da parte del presidente Obama ha fatto emergere questa settimana la profonda crisi nella quale continua a dibattersi l’amministrazione democratica sul fronte della politica estera e della “sicurezza nazionale”. L’elenco delle ragioni immediate riportate dalla stampa negli Stati Uniti per il più recente rimpasto di governo, ha visto invariabilmente al primo posto la difficoltà dell’ex senatore repubblicano a connettersi con la Casa Bianca e il potente Consiglio per la Sicurezza Nazionale, nonchè una serie di incomprensioni registrate con i membri più importanti dello stesso staff presidenziale.

Dell’amicizia nata al Senato tra Obama e Hagel non si è vista in ogni caso traccia nella conferenza stampa di lunedì sera per annunciare le dimissioni del numero uno del Pentagono. Quest’ultimo è apparso irrigidito e attento a evitare lo sguardo di un presidente che, nonostante il benservito, ha riempito di inutili elogi l’ex collega e amico.

Secondo i resoconti della stampa, la rimozione di Hagel sarebbe stata “concordata” nel corso di dicussioni avvenute nelle ultime due settimane, durante le quali le tensioni all’interno dell’amministrazione, così come le crescenti contraddizioni, sono esplose in tutta la loro portata.

Da tempo, d’altra parte, Hagel veniva descritto come assente o distaccato quando partecipava alle riunioni dei vertici del governo USA, lasciando intendere sia una certa disconnessione con i veri centri decisionali dell’amministrazione Obama sia una carenza in termini di controllo e fiducia tra i suoi presunti sottoposti, cioè i vertici militari.

La mancanza di esperienza diretta nelle questioni del Pentagono potrebbe avere poi acuito l’incapacità o l’impossibilità da parte di Hagel di penetrare la cerchia di consiglieri e assistenti vari della Casa Bianca sulla quale si basa il processo decisionale di Obama.

Questo conflitto era diventato di dominio pubblico qualche settimana fa, quando Hagel in maniera insolita aveva indirizzato una lettera alla Casa Bianca per criticare il Consiglio per la Sicurezza Nazionale, presieduto dalla fedelissima del presidente, Susan Rice, circa la mancanza di una politica coerente sull’Iraq e, soprattutto, sulla Siria e la sorte del suo presidente, Bashar al-Assad.

I punti su cui Hagel e la Casa Bianca hanno avuto opinioni divergenti potrebbero essere molti altri, dal Medio Oriente all’Ucraina all’Estremo Oriente, anche se la segretezza del processo di avvicendamento al Pentagono rende per il momento difficile un’analisi precisa delle ragioni che l’hanno messo in moto.

Hagel, inoltre, sembrava essere sempre più lontano anche dai militari, forse anche per la sua scarsa combattività, rispetto ai due predecessori, Robert Gates e Leon Panetta, attorno alle questioni del budget. Il bilancio del Pentagono, infatti, pur rimanendo oggettivamente enorme, è stato ridotto in maniera relativamente sensibile, così che le risorse a disposizione faticano a tenere il passo del crescente sforzo militare americano nel pianeta.

La sfiducia dei vertici militari e la freddezza della Casa Bianca nei confronti del segretario alla Difesa erano state così simbolizzate nei mesi scorsi dalla presenza accanto a Hagel, in varie conferenze stampa ed eventi pubblici, del capo di Stato Maggiore, generale Martin Dempsey, sempre più nelle grazie della Casa Bianca, al contrario del suo diretto superiore nominale.

Al di là delle speculazioni o delle attitudini personali del segretario alla Difesa uscente, la chiave della brusca interruzione dell’avventura di Chuck Hagel alla guida del Pentagono dopo nemmeno due anni può essere intravista in due decisioni prese da Obama nelle ultime settimane e che implicano un nuovo aumento dell’impegno militare degli Stati Uniti nei teatri di guerra più caldi del pianeta.

La prima è stata resa nota dal New York Times nel fine settimana e riguarda l’espansione, rispetto a quanto annunciato in precedenza, dei compiti da assegnare al contingente militare USA che rimarrà in Afghanistan dopo il 31 dicembre 2014. La seconda, invece, è il raddoppio del numero dei soldati americani inviati in Iraq nell’ambito dello sforzo per combattere lo Stato Islamico (ISIS).

In sostanza, dunque, l’avvicendamento al Pentagono sembra segnare l’inaugurazione, se possibile, di una svolta caratterizzata ancor più dall’impegno bellico da parte statunitense. Un’interpretazione, questa, confermata da vari interventi di analisti e opinionisti apparsi in questi giorni sui media ufficiali negli Stati Uniti, assieme agli elogi per la rimozione di Hagel accompagnati da giudizi velenosi sull’incompetenza del team Obama, incapace di formulare una politica estera coerente per la promozione dell’imperialismo USA.

In questa prospettiva, è impossibile non ricordare quali fossero le posizioni attribuite a Hagel prima di iniziare un difficoltoso processo di conferma al Senato per la carica di segretario alla Difesa al principio del 2013. Pur non essendo esattamente una “colomba” sulle questioni di politica estera, Hagel poteva essere considerato a tutti gli effetti un “moderato”, se non altro per gli standard della politica americana odierna.

Le sue convinzioni possono perciò avere prodotto le divergenze già ricordate e quel senso di estraneità attribuito a Hagel nei confronti di una Casa Bianca il cui baricentro politico si è invece spostato sempre più verso destra, in buona parte sotto la spinta proprio dell’apparato militare e della sicurezza nazionale.

Ciò appare tanto più significativo e allo stesso tempo inquietante alla luce del fatto che lo stesso Hagel, almeno a detta del giudizio comune, era stato imbarcato nell’amministrazione Obama precisamente per il suo punto di vista sulle questioni internazionali. L’ex senatore del Nebraska, infatti, era stato scelto nonostante su di lui continuassero ad addensarsi le accuse, peraltro al limite dell’assurdo, di “pacifismo” e “anti-sionismo”.

La Casa Bianca sembrava avere accettato insomma una dura battaglia per la sua conferma al Senato proprio per avere all’interno del governo una personalità disposta a sostenere i presunti progetti del presidente per porre fine a uno stato di guerra perenne e produrre una politica estera basata sul dialogo e non sulle armi.

La progressiva divergenza dei punti di vista di Hagel e della Casa Bianca fino alla rottura del rapporto tra il numero uno del Pentagono e il presidente è stata alla fine determinata da fattori oggettivi strettamente legati all’evolversi della crisi irreversibile degli Stati Uniti come forza dominante sullo scacchiere internazionale, che hanno appunto prodotto a loro volta una nuova accelerazione delle politiche belliche di Washington, al di là delle intenzioni reali o presunte di Obama.

Come previsto, l’attenzione dei media si sta ora concentrando sul successore di Hagel alla guida della più formidabile macchina da guerra e di morte del pianeta. I nomi già emersi indicano candidati dalle caratteristiche diametralmente opposte a quelle del segretario uscente, sia per quanto riguarda l’esperienza all’interno del Pentagono sia in merito alle posizioni sull’impegno per la promozione degli interessi americani nel mondo.

Il nome più citato finora è quello dell’ex sottosegretaria alla Difesa, Michèle Flournoy, la quale, per la gioia della galassia “liberal” di Washington fissata con le questioni di genere, potrebbe essere la prima donna della storia a guidare il Pentagono.

Se il New York Times l’ha definita di tendenze “centriste” e sostenitrice di un atteggiamento americano “meno aggressivo” all’estero, la Flournoy ha contribuito alla revisione della strategia difensiva (bellica) americana avvenuta nel 2010, la quale prevedeva una maggiore preparazione dei militari per far fronte a minacce “più complesse”, in altre parole appoggiando un ruolo più incisivo delle forze armate USA per regolare i conflitti creati dall’imperialismo a stelle e strisce.

Michèle Flournoy era stata inoltre una convinta sostenitrice del cosiddetto “surge” deciso da Bush nel 2007, ovvero l’aumento delle truppe di occupazione americane in Iraq, mentre nel 2009 si sarebbe battuta per un numero maggiore di rinforzi da inviare in Afghanistan rispetto a quello stabilito da Obama. Per il Guardian, poi, un’eventuale nomina della Flournoy indicherebbe “una revisione dell’approccio USA nella guerra contro l’ISIS, probabilmente caratterizzato dalla riduzione delle restrizioni esistenti” circa i compiti di combattimento dei soldati americani dispiegati in Iraq.

Tra gli altri papabili alla successione di Hagel indicati dai media USA ci sarebbero infine anche l’ex vice-segretario alla Difesa, Ashton Carter, già responsabile dell’approvvigionamento di armi per il Pentagono, il senatore democratico del Rhode Island ed ex ufficiale dell’esercito, Jack Reed, l’attuale vice-segretario alla Difesa, Robert Work, e il segretario della Marina, Ray Mabus.

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