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Nel silenzio quasi assoluto dei governi e dei giornali occidentali che hanno sostenuto il colpo di stato in Ucraina più di un anno fa, in queste settimane una catena di morti estremamente sospette di personalità filo-russe, o comunque critiche del regime di Kiev, sta scuotendo il già travagliato paese dell’Europa orientale.

Gli ultimi assassini sono stati rivendicati da un’organizzazione autodefinitasi Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA), la quale venerdì scorso avrebbe recapitato un messagio e-mail a un accademico ucraino sostenendo la propria responsabilità nella morte di un totale di cinque “traditori”. Tra le vittime ci sono Oleh Kalashnykov, ex deputato per il Partito delle Regioni del deposto presidente Yanukovich, e il giornalista Oles Buzyna.

Il corpo del primo è stato rinvenuto senza vita nella sua abitazione di Kiev mercoledì scorso, mentre il secondo è stato ucciso il giorno successivo da due uomini armati che gli hanno sparato da un’auto nei pressi della sua abitazione, sempre nella capitale ucraina.

Entrambe le vittime, secondo quanto affermato dal “consigliere” del ministero dell’Interno di Kiev, Ihor Gerashcenko, facevano parte del movimento “anti-Maidan”, cioè erano critici del regime salito al potere in Ucraina dopo la rivolta anti-Yanukovich manovrata dall’Occidente e che aveva come quartier generale la piazza Maidan.

Prima della sua morte, Kalashnykov aveva parlato pubblicamente delle minacce di morte ricevute, mentre aveva più volte denunciato la creazione in Ucraina di un clima di intimidazione per reprimere ogni forma di dissenso. Buzyna, da parte sia, era un blogger molto attivo e aveva diretto il quotidiano filo-russo Segodnya, appartenente al gruppo editoriale dell’oligarca ucraino Rinat Akhmetov, già sostenitore di Yanukovich e del suo partito. Sia Buzyna che Akhmetov si erano candidati senza successo per un seggio in parlamento nelle elezioni del 2014.

La lettera di rivendicazione dell’UPA conteneva anche la minaccia dell’eliminazione fisica di altri politici e commentatori “anti-ucraini”, invitati a lasciare il paese entro 72 ore. Nella sua forma originale, il famigerato Esercito Insurrezionale Ucraino era stato fondato nel 1942 come braccio armato dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN). L’UPA era una milizia apertamente fascista collaboratrice delle forze di occupazione naziste nella guerra contro l’Unione Sovietica e in operazioni di pulizia etnica ai danni della popolazione ebraica durante la Seconda Guerra Mondiale.

Oltre a Kalashnykov e a Buzyna, a perdere la vita la settimana scorsa sono stati altri due noti giornalisti, Sergey Sukhobok, anch’egli oppositore del regime del presidente Poroshenko, e Olga Moroz, direttore della testata Neteshinskiy Vestnik.

Il corpo di quest’ultima, trovato nella sua abitazione, presentava segni di violenza anche se la polizia ucraina ha escluso che ci fossero state minacce dovute alla sua attività di giornalista.

Queste morti più recenti vanno poi aggiunte a quelle più che sospette di altri politici legati a Yanukovich registrate tra la fine di gennaio e la metà di marzo. Classificati come suicidi sono stati i decessi di Aleksey Kolesnik, ex presidente del governo regionale di Kharkov, trovato impiccato il 29 gennaio così come, poco meno di un mese dopo, Sergey Valter, sindaco della città di Melitopol, nell’Ucraina sud-orientale.

Sempre catalogati come suicidi sono stati anche quelli di Oleksandr Peklushenko e Mykhaylo Chechetov, entrambi membri del Partito delle Regioni e coinvolti in procedimenti giudiziari, rispettivamente per violenze contro i manifestanti anti-Yanukovich nel 2014 e per abuso d’ufficio.

Nonostante i forti sospetti che almeno alcuni di questi e altri decessi siano veri e propri assassini di matrice politica, in Occidente non si è nemmeno lontanamente assistito al clamore suscitato dai media per la morte, ad esempio, del leader dell’opposizione “liberale” russa Boris Nemtsov, ucciso a Mosca il 27 febbraio scorso non lontano dal Cremlino.

In quell’occasione, pur senza alcuna prova, le accuse lanciate direttamente o indirettamente al presidente russo Putin e alla sua cerchia di potere si erano sprecate sui giornali occidentali, i quali, al contrario, non ritengono evidentemente degne di attenzione le morti violente di politici di opposizione in Ucraina.

Come nel caso della guerra nelle regioni sud-orientali del paese, d’altra parte, i casi descritti rischiano di guastare la propaganda occidentale relativa alla cosiddetta rivoluzione democratica ucraina, risoltasi in realtà in un colpo di stato che ha portato all’installazione di un regime di estrema destra.

Il regime di Kiev si basa infatti su elementi neo-nazisti, osteggiati dalla maggior parte della popolazione ma molto influenti all’interno del governo, alcuni dei quali hanno salutato con entusiasmo tutt’altro che celato l’assassinio di Oleh Kalashnykov e Oles Buzyna.

La responsabilità della morte di questi ultimi è da ricercare almeno in parte proprio tra i governi occidentali che hanno appoggiato il golpe contro Yanukovich per ragioni strategiche legate al tentativo di sganciare l’Ucraina dalla Russia. Nel fare ciò, Washington e Berlino hanno foraggiato e continuano ad appoggiare forze russofobe di ultra-destra che da mesi operano nella pressoché completa impunità.

Il clima tossico che si respira a Kiev è alimentato poi dalle stesse formazioni politiche filo-occidentali al potere, protagoniste di recenti iniziative di legge che hanno assecondato le persecuzioni a cui sono esposti da mesi i membri dell’opposizione, dal Partito Comunista Ucraino (KPU) al Partito delle Regioni dell’ex presidente Yanukovich.

Il parlamento ucraino ha cioè messo fuori legge lo stesso KPU ed equiparato il comunismo al nazismo, mentre ha parallelamente riabilitato l’Esercito Insurrezionale Ucraino e l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini.

La tolleranza, se non l’aperta collaborazione con forze violente dell’estrema destra neo-fascista da parte del regime di Kiev, oltre a essere un devastante atto d’acccusa nei confronti delle manovre dei governi occidentali, risponde in definitiva alla necessità di reprimere il crescente dissenso interno, prodotto da una situazione economica esplosiva e da una guerra - contro i “ribelli” filo-russi - a cui si oppone un numero crescente di cittadini ucraini, non solo nelle regioni sud-orientali interessate da mesi di durissimi combattimenti.

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