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Sab
27 Agosto 2016
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La Cina e la sfida del Medio Oriente

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di Michele Paris

Il presidente cinese, Xi Jinping è impegnato questa settimana in una visita di cinque giorni in Medio Oriente e in Africa settentrionale per rafforzare i legami economici e strategici con paesi che nell’ultimo periodo si trovano al centro di tensioni e accese dispute. In particolare, due delle tre destinazioni del leader del Partito Comunista cinese sono Arabia Saudita e Iran, con i cui governi Pechino proverà a mantenere relazioni fruttuose e cordiali nonostante l’aggravamento delle divisioni che mettono sempre più su posizioni opposte i due rivali regionali.

Xi è atterrato a Riyadh nella giornata di martedì e la più che calorosa accoglienza ricevuta dal regime ha subito messo in chiaro l’importanza dei rapporti tra i due paesi. L’Arabia Saudita è il primo fornitore di petrolio e, dal 2013, il più importante partner commerciale in Asia occidentale della Cina. Gli scambi bilaterali hanno superato i 69 miliardi di dollari nel 2014, con un incremento di 230 volte dal 1990, anno in cui Cina e Arabia Saudita hanno stabilito relazioni diplomatiche.

Se il mercato cinese è oggettivamente di fondamentale importanza per il greggio esportato dalla monarchia saudita, questi numeri e l’irrobustimento dei legami bilaterali sono probabilmente da collegare anche alle relative frizioni emerse negli ultimi anni tra Riyadh e l’alleato americano a causa della divergenza di vedute di natura tattica con quest’ultimo su varie questioni che hanno interessato la regione (Egitto, Siria, Iran).

Infatti, dopo il faccia a faccia di martedì, Xi e il sovrano saudita, Salman bin Abdulaziz, hanno annunciato un innalzamento delle relazioni bilaterali, trasformandole ufficialmente in una “partnership strategica comprensiva”. Come ha raccontato l’agenzia di stampa ufficiale cinese Xinhua, “le due parti hanno anche sottoscritto un memorandum d’intesa sulla cooperazione in ambito industriale” e firmato accordi vari nei settori “aerospaziale, dell’energia, delle comunicazioni, dell’ambiente, della cultura, della scienza e della tecnologia”.

L’interesse cinese è d’altra parte quello di integrare l’Arabia Saudita nell’ambizioso progetto definito “One Belt One Road” per sviluppare infrastrutture e scambi commerciali est-ovest lungo l’antica “Via della Seta”.

A livello generale, la visita del presidente Xi rientra negli sforzi cinesi di intraprendere politiche più attive in Medio Oriente, principalmente al fine di salvaguardare i propri interessi energetici. Il petrolio non esaurisce però la questione dei rapporti tra Pechino e questa parte del continente asiatico, come ha confermato la presentazione proprio la scorsa settimana del primo documento strategico relativo al mondo arabo redatto dalla Cina.

La stabilità dell’area e la sicurezza delle forniture energetiche sono comunque intrecciate per la leadership Comunista e da ciò deriva l’impegno diplomatico di Pechino su vari fronti di crisi in Medio Oriente, come quello del nucleare iraniano e della guerra in Siria.

In un’intervista rilasciata a Channel News Asia un paio di giorni fa, Francesco Sisci ha poi ricordato come la Cina abbia un interesse diretto nel contenimento dello scontro settario in atto in Medio Oriente, vista l’esposizione al rischio fondamentalista della regione dello Xinjiang, dove vivono dieci milioni di musulmani Uighuri.

Se l’impulso dato alle relazioni con l’Arabia Saudita è un fattore relativamente nuovo per la Cina, più consolidato è invece il rapporto con l’Iran, ultima meta della trasferta di Xi Jinping dopo Riyadh e Il Cairo. Molti osservatori, soprattutto in Occidente, hanno sottolineato in questi giorni la coincidenza della visita a Teheran con la fine delle sanzioni economiche internazionali applicate alla Repubblica Islamica.

In questi anni, la Cina ha mantenuto intensi rapporti economici con l’Iran, sia pure riducendo la quantità di petrolio importato, e l’obiettivo sembra ora essere quello di mantere la propria influenza in un paese che sta per aprirsi ai mercati e al capitale internazionale. Non a caso, Xi sarà il primo leader di una potenza mondiale a recarsi a Teheran dalla cancellazione delle sanzioni in questo inizio di 2016.

Anche in questo caso, la questione del petrolio non è l’unica a caratterizzare l’equazione Cina-Iran. Nel già ricordato piano di integrazione eurasiatica perseguito da Pechino, la Repubblica Islamica dovrebbe svolgere un ruolo decisamente di primo piano, vista l’importanza strategica di un territorio situato all’incrocio di rotte che collegano il Vicino Oriente e l’Europa con l’Asia centrale e quella orientale.

Rispetto ai concorrenti europei e asiatici, la Cina parte dunque da una posizione di vantaggio nella “corsa” all’Iran. Qui, secondo Bloomberg News, operano già quasi un centinaio di compagnie cinesi e nel corso della visita di Xi saranno probabilmente siglati altri accordi economici di rilievo. Per l’agenzia iraniana Tasnim, ad esempio, sarebbero alle battute finali le trattative per la costruzione da parte di aziende cinesi di due centrali nucleari in Iran.

In concomitanza con l’arrivo di Xi Jinping in Medio Oriente, l’organo del Partito Comunista Cinese in lingua inglese, Global Times, ha pubblicato un editoriale nel quale ha ribadito i principi che guidano la politica estera del regime. L’articolo ha insistito sul tradizionale impegno cinese nel non interferire nelle vicende interne dei propri partner economici e nell’evitare di mettere i propri interessi davanti a quelli degli altri paesi.

I principi di uguaglianza e rispetto che starebbero alla base della condotta cinese all’estero, ha ricordato Global Times, sono differenti da quelli di altre potenze che, senza che la testata lo abbia ricordato esplicitamente, hanno enormi reponsabilità nel caos che regna oggi in Medio Oriente.

Le parole dell’editoriale uscito martedì servono indubbiamente a cercare di promuovere l’immagine benevola della Cina nei paesi toccati dalla presenza del presidente Xi, ma non solo. Esse rivelano anche un certo nervosismo nella classe dirigente cinese per la sfida che si trova si fronte in un teatro caldo come quello mediorientale.

La questione è stata affrontata da un punto di vista diverso soprattutto dai media occidentali, a cominciare da quelli americani, i quali, equiparando sostanzialmente le modalità della politica estera USA a quella cinese, hanno definito senza indugi la visita di Xi come il riflesso della volontà di Pechino di mostrare i muscoli e, quindi, la propria influenza, in una regione cruciale per l’intero pianeta.

In effetti, se la gestione delle questioni internazionali di Stati Uniti e Cina è totalmente diversa, così come le conseguenze della loro presenza al di fuori dei rispettivi confini, tra le righe di commenti simili si può forse intravedere il punto chiave del viaggio del presidente cinese e delle preoccupazione che stanno alla base delle discussioni in cui è impegnato questa settimana.

Come sta accadendo in Estremo Oriente, la crescente influenza della Cina oltre i propri confini determina una progressiva e inevitabile escalation del confronto con gli Stati Uniti e i suoi interessi strategici ed economici. Il tentativo di Pechino di istituire legami più profondi con i paesi del Medio Oriente rischia perciò di aggravare ulteriormente lo scontro con Washington, da dove lo sforzo per il mantenimento della supremazia nel mondo arabo ha già prodotto una lunga serie di conflitti spesso devastanti.

In un frangente storico caratterizzato dall’inasprirsi degli scontri e della competizione a livello internazionale, così, la strategia cinese di mantenere buoni rapporti con tutti i paesi, sia che siano posizionati dalla stessa parte o su fronti diversi in un determinato conflitto, potrebbe essere messa quanto meno a dura prova già nell’immediato futuro.

 

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