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30 Settembre 2016
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Il senso della Merkel per Ankara

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di Fabrizio Casari

A volte quello che si dice va calibrato nel contesto nel quale lo si dice e non c’è dubbio che l’incontro tra la Cancelliera Merkel e il Primo Ministro turco Davutoglu ha fornito l’occasione giusta per Berlino di rispolverare una qualche funzione nello scacchiere internazionale. All’uopo la Cancelliera Merkel si dice “disgustata” dai raid russi in Siria. Sì, disgustano i raid di Mosca sulle truppe dell’Isis e, ancor più, sulle piste che i macellai di Al-Baghdadi utilizzano per il trasporto di petrolio, armi e rinforzi che, con l’aiuto diretto in molti casi e la compiacenza in altri, vedono il sostegno della Turchia al Califfato.

Si deve quindi prendere atto che il sostegno al regime genocida di Ankara ed alle sue pretese di conquista sulla Siria produce una inedita emotività tedesca, visto che in tutti questi anni, mentre la Siria veniva devastata dai raid dell’Occidente, Berlino non aveva provato uguale disgusto.

Ovviamente la Merkel non si dice disgustata per l’ormai impresentabile volto del regime turco, autentico buco nero del diritto e della democrazia. E’ del resto inutile ricordare i legami profondi tra la Germania e la Turchia, anche solo per i 18 milioni di turchi che vivono (e molti votano) in terra tedesca. Negli ultimi tempi, a seguito dell’impennarsi dei flussi migratori e sotto la pressione della destra xenofoba tedesca, che accusa la Merkel di debolezza per la scelta di lasciar passare i profughi siriani (non a caso quelli più preparati), il governo della Cancelliera, preoccupato per il calo di consensi interni, ha scelto di muoversi per fermare i flussi non alle proprie frontiere ma impedendone l’arrivo.

E l’unico modo era quello di coinvolgere l’alleato turco, impegnato da mesi in uno scontro al calor bianco con Mosca. La finta indignazione di queste ore verso i raid russi in territorio siriano è quindi solo il sostegno politico con la quale Berlino paga Ankara affinché blocchi i profughi diretti in Germania.

Ma non solo di sostegno politico si tratta. Berlino sì tutela i suoi confini chiedendo ad Ankara di fungere da filtro per i migranti che hanno scelto la Turchia e quindi i Balcani come passaggio verso l’Europa continentale, particolarmente verso Austria e Germania. Ma il vorace Erdogan non muove un dito senza la moneta che corre, ed ha quindi prontamente battuto cassa, sapendo di trovarsi in una posizione privilegiata verso Berlino. In cambio dell’opera di filtro - che sostanzialmente consiste in un vero e proprio blocco turco che impedisce ad una parte significativa dei migranti di proseguire verso l’Europa - la Germania ha quindi accettato di sostenere anche economicamente il regime di Erdogan con tre miliardi di Euro supplementari a sostegno dell'impegno turco con i migranti.

Sembrerebbe quindi esserci un cambio di strategia rispetto al passato, anche quello più recente, quando all’Italia che chiedeva aiuti economici per fronteggiare l’ondata migratoria sulle sue coste, quei finanziamenti venivano negati proprio da Berlino, Londra e Parigi.

Nemmeno si volle finanziare la missione Mare Nostrum, che funzionava, utilizzando cavilli politicisti e giuridici in forza dei quali si è scelto di dare vita a Triton, che non soccorre i migranti ma difende i confini, trasformando il soccorso in mare in un blocco in mare.

Ora, come sempre succede per ogni singolo aspetto delle politiche europee, quando la Germania si muove lo fa nel suo unico interesse e, particolare non secondario, mentre raccoglie i crediti, accolla al resto della UE le relative spese.

Prova ne sia che dei tre miliardi promessi Berlino spenderà solo per la sua quota parte, pur essendo quei miliardi a diretto beneficio di Berlino. Proprio su questi aiuti ha alzato la voce Renzi alla vigilia dell’incontro con la Cancelliera, salvo poi mettersi la coda tra le gambe quando la stessa gli ha ricordato che il diritto di voto italiano è roba da dibattito accademico, non altro.

E a dimostrare come sia l’interesse tedesco e non una malintesa preoccupazione per i diritti umani, si può sottolineare come il disgusto della Cancelliera sia davvero passeggero. Se infatti Berlino volesse davvero dimostrare la sua lontananza da Mosca, sarebbe sufficiente che annullasse o congelasse il progetto North-Stream. Un progetto che prevede il passaggio del gas russo attraverso l’Est Europa per finire poi in Germania, da dove successivamente - ed al prezzo che Berlino riterrà congruo - giungerà agli altri paesi europei.

Il North Stream è nato per iniziativa tedesca dopo che il South Stream, che vedeva invece tutt’altro percorso per le pipeline e che coinvolgeva anche l’Italia, è stato congelato come effetto delle sanzioni europee e statunitensi verso la Russia a causa della crisi Ucraina.

Si potrebbe obiettare che la Germania insiste però nel mantenimento delle sanzioni verso Mosca. Ma anche qui è solo convenienza. Berlino insiste nelle sanzioni contro Mosca perchè esse colpiscono in minima parte l’import-export della Germania rispetto a quello dell’Italia o della Francia; e soprattutto, il mantenimento delle sanzioni permette il permanere del congelamento del South Stream e, di converso, l’accelerazione verso il North Stream.

Notizia gradita anche per gli USA, che nelle sanzioni verso Mosca vedono uno stop alle esportazioni russe, un isolamento politico del Cremlino ed un consistente contributo alla decrescita russa. Peraltro, l’eccesso di offerta di petrolio fornisce una ulteriore ragione di convenienza a chi ritiene che, dato anche il recente ritorno dell’Iran sul mercato del greggio, ridurre le esportazioni russe aiuti a contenere l’offerta e a non far così abbassare ulteriormente il prezzo del barile.

C’entrano poco quindi le preoccupazioni sulla sorte della popolazione siriana, ancora una volta usata come arma di propaganda da chi prima gli ha scatenato una guerra per procura, poi cerca d’impedire che fugga dall’orrore, e infine la utilizzi sopra e sotto il tavolo dei suoi interessi. Una maggiore decenza s’imporrebbe, ma al momento la si può trovare solo schiacciata sotto teutonici tacchi.

 

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