Altrenotizie - Fatti e notizie senza dominio

Dom
4 Dicembre 2016
Text size
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

USA: droni sulla Somalia

Hits smaller text tool iconmedium text tool iconlarger text tool icon

di Michele Paris

La notizia del blitz condotto dai droni americani in territorio somalo lo scorso fine settimana ha segnato una notevole escalation dell’impegno militare di Washington in questo paese in parallelo all’espansione delle operazioni “anti-terrorismo” in Africa e in Medio Oriente. Solo alcuni giorni dopo il bombardamento, il Pentagono ha fatto sapere di avere ucciso con una singola incursione 150 presunti militanti dell’organizzazione affiliata ad al-Qaeda, al-Shabaab, in un campo di addestramento situato duecento chilometri a nord della capitale della Somalia, Mogadiscio.

L’attacco sarebbe giunto dopo settimane di sorveglianza da parte statunitense e, secondo la versione ufficiale - impossibile da verificare in maniera indipendente - le vittime stavano partecipando a una cerimonia per la fine del loro addestramento. I nuovi militanti fondamentalisti, sempre secondo il dipartimento della Difesa americano, avrebbero dovuto essere impiegati in attentati terroristici contro gli Stati Uniti o i paesi loro alleati in Africa orientale.

Per il Pentagono, infine, il raid dei droni USA non avrebbe fatto nessuna vittima civile. Quest’ultima affermazione è da prendere particolarmente con le molle, visti i criteri tutt’altro che rigorosi con cui gli Stati Uniti identificano le vittime degli assassini extra-giudiziari mirati in paesi sovrani.

Tutte le informazioni sulla maggiore operazione portata a termine dai militari americani in Somalia dall’inizio dell’impegno contro il “terrorismo” in questo paese sono state riportate dai principali media internazionali come fatti assodati. Soprattutto, la natura dell’impegno di Washington in Somalia quasi mai è stata analizzata in maniera critica, collegandola cioè ai disegni perseguiti dagli USA in paesi dall’eccezionale importanza strategica e al ruolo svolto in questo ambito dalla cosiddetta “guerra al terrore”.

Da qualche tempo, comunque, al-Shabaab stava mostrando segnali di ripresa dopo una serie di sconfitte inflitte dal contingente militare dell’Unione Africana, appoggiato dagli Stati Uniti, in grado di strappare buona parte del territorio somalo controllato dall’organizzazione qaedista. Svariati attentati compiuti nei mesi scorsi hanno dato così l’opportunità agli USA di giustificare un attacco consistente come quello del fine settimane.

In precedenza, le incursioni con i droni americani in Somalia erano prevalentemente indirizzate contro singoli leader di al-Shabaab, come quelle del settembre 2014 e del marzo successivo che uccisero, rispettivamente, Ahmed Abdi Godane e Adan Garar. Questi assassini mirati furono seguiti dalle prevedibili rassicurazioni circa l’inevitabile indebolimento di al-Shabaab, anche se il gruppo fondamentalista si è ben presto ristabilito per tornare a essere uno degli obiettivi primari dell’impegno militare americano in Africa.

I militanti somali, da parte loro, tramite un portavoce hanno confermato martedì la notizia dell’incursione USA, sia pure definendo “esagerato” il bilancio delle vittime. Al-Shabaab, infatti, eviterebbe raduni di centinaia di uomini in un solo punto proprio per il timore dei droni, la cui presenza nei cieli del paese del Corno d’Africa è ovviamente ben nota.

I velivoli armati senza pilota del Pentagono prendono dunque di mira da anni i militanti di al-Shabaab in Somalia, la cui nascita e ascesa sono però direttamente collegate alle manovre americane e occidentali in genere in questo paese martoriato. L’origine del gruppo jihadista risale alla sconfitta un decennio fa dell’Unione delle Corti Islamiche, da cui esso deriva, per mano del cosiddetto Governo Federale di Transizione e dell’esercito etiope, entrambi appoggiati dall’Occidente.

In seguito, al-Shabaab avrebbe sfruttato la debolezza del governo e l’ostilità diffusa verso le truppe etiopi in Somalia per conquistare terreno e stabilire il proprio controllo sulla stessa capitale. Solo nel 2011 il Governo di Transizione e la missione militare dell’Unione Africana (AMISOM), con l’appoggio americano, riuscirono a liberare Mogadiscio e, da allora, la campagna USA con i droni ha assunto carattere di regolarità anche nel paese dell’Africa orientale.

L’impegno delle potenze regionali e internazionali per esercitare il proprio controllo sulla Somalia ha innescato e alimentato conflitti interni rovinosi che hanno a loro volta devastato il paese, la cui popolazione vive oggi quasi interamente in stato di estrema povertà.

Anche se inquadrato nella “guerra al terrore”, lo sforzo americano in Somalia è motivato principalmente dalla posizione strategica che essa può vantare nel continente africano. Come lo Yemen immediatamente a nord, e non a caso anch’esso teatro di una lunga e sanguinosa campagna con i droni e, da qualche mese, di una brutale guerra condotta dall’Arabia Saudita, la Somalia si affaccia sul Golfo di Aden che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano.

Da questa via d’acqua transitano ingenti traffici commerciali, inclusi quelli petroliferi diretti verso i paesi occidentali. Non solo, il Golfo di Aden e il delicatissimo stretto di Bab el-Mandeb che divide lo Yemen e il vicino Gibuti - dove sorge l’unica base militare americana permanente in Africa - rappresentano il punto di connessione con l’Oceano Indiano e l’Asia orientale, considerati sempre più come i centri nevralgici degli scambi commerciali planetari.

In questo scenario, la Cina svolge un ruolo decisivo nei calcoli strategici di Washington, visto che i traffici che percorrono queste rotte riguardano in buona parte proprio il principale rivale degli Stati Uniti su scala globale. Inoltre, l’impegno militare americano in Africa è di fatto il tentativo di contrastare l’influenza economica cinese nel continente, cresciuta esponenzialmente nell’ultimo decennio nonostante il rallentamento dell’ultimo periodo.

Non potendo competere sul fronte economico con Pechino, Washington intende espandere la propria presenza militare e le partnership con i paesi africani in questo ambito, utilizzando il pretesto della guerra al terrorismo internazionale che, per molti versi, è l’emanazione stessa della politica estera degli Stati Uniti.

Proprio l’Africa è infatti al centro di un’accelerazione dell’impegno americano in questo frangente. Come ha diligentemente scritto lunedì il New York Times, “l’arrivo dello Stato Islamico [ISIS] in Libia ha alimentato il timore che il gruppo fondamentalista possa espandere la propria presenza in altri paesi nordafricani”.

La distruzione della Libia grazie alle manovre occidentali ha finito d’altra parte per destabilizzare tutta l’Africa settentrionale, offrendo all’Occidente nuove possibilità di intervenire militarmente per imporre o salvaguardare i propri interessi strategici. Le forze americane, come spiega sempre il Times, stanno così “aiutando [le forze locali] nella guerra contro al-Qaeda in Mali, Niger e Burkina Faso; contro Boko Haram in Nigeria, Camerun e Ciad; contro al-Shabaab in Somalia e Kenya”.

Proprio un paio di settimane fa, un’incursione dei droni americani aveva colpito un campo di addestramento dell’ISIS a Sabratha, in Libia, uccidendo una quarantina di “militanti”. L’operazione, secondo i vertici militari USA, rientrava nei piani in fase di studio per ampliare anche nel paese che fu di Gheddafi la campagna fatta di bombardamenti mirati contro le forze del terrorismo jihadista.

 

Editoriale

Referendum: Votare NO
per continuare a votare

Votare nodi Fabrizio Casari

Siamo dunque giunti al momento del voto, per decidere se la Carta Costituzionale deve essere difesa o diventare invece lo strumento giuridico fondamentale per le nuove avventure autoritarie. E' una controriforma folle, pasticciata nella sua elaborazione e demenziale nella sua applicazione.

Leggi tutto

Edicola internazionale

Internazionale.it
I link ai giornali di tutto il mondo

Le ragioni del no alla TAV

Notav

 

 

 

 


Appello per un ripensamento del progetto di nuova linea ferroviaria Torino – Lione, Progetto Prioritario TEN-T N° 6, sulla base di evidenze economiche, ambientali e sociali.

Leggi tutto

Cuba

Il terrorismo
contro Cuba
a cura di:
Fabrizio Casari
Sommario articoli

Questo sito è ottimizzato per
 
Firefox