Il carattere illegale e persecutorio del procedimento in atto a Londra contro Julian Assange è stato nuovamente dimostrato nelle ultime settimane con l’emergere di rivelazioni riguardanti un ordine di sorveglianza di tutte le attività del fondatore di WikiLeaks durante la sua permanenza forzata all’interno dell’ambasciata ecuadoriana nel Regno Unito. La notizia, diffusa dal quotidiano spagnolo El País, smonta o dovrebbe smontare definitivamente l’incriminazione di Assange, i cui basilari diritti democratici sono stati ancora una volta fatti a pezzi in maniera deliberata.

 

Quello del giornalista australiano non è però un caso normale, visto che il suo status di detenuto politico lo espone ancora e nonostante tutto al rischio di estradizione negli Stati Uniti, dove, nell’ipotesi forse nemmeno peggiore, potrebbe trascorrere il resto dei suoi giorni in un carcere federale per il solo fatto di avere rivelato alcuni dei crimini dell’imperialismo americano.

Il 20 dicembre prossimo, Assange sarà interrogato in collegamento video dal giudice spagnolo José de la Mata, titolare del caso che vede alla sbarra David Morales, proprietario della compagnia di “security” UC Global. Quest’ultima era stata reclutata dai servizi segreti dell’Ecuador per “violare la privacy di Assange e dei suoi legali, installando microfoni all’interno dell’ambasciata ecuadoriana senza il consenso delle parti interessante”. Questa attività illegale di sorveglianza a tappeto, come avrebbe ammesso lo stesso Morales, serviva a raccogliere informazioni su Assange e le persone che intendevano fargli visita per poi consegnarle anche alla CIA.

L’aspetto più grave del controllo costante del numero uno di WikiLeaks commissionato da Washington riguarda l’intercettazione di tutte le comunicazioni intrattenute con i suoi legali. La riservatezza degli scambi di informazione tra avvocato e assistito è uno dei principi basilari del diritto in un pese democratico o presunto tale, inclusi gli Stati Uniti. La violazione, oltretutto sistematica, di esso costituisce di conseguenza un motivo ampiamente sufficiente a compromettere la legittimità di un procedimento legale.

Se Assange dovesse essere trasferito negli USA, anche tralasciando la totale infondatezza delle accuse a suo carico, è evidente che il processo a cui sarebbe sottoposto in questo paese risulterebbe falsato da abusi inconcepibili in un procedimento democratico, come ad esempio il fatto che l’accusa sarebbe a conoscenza in anticipo delle strategie difensive dell’imputato.

Per la gravità dei fatti, l’indagine in corso in Spagna minaccia, almeno in linea teorica, l’estradizione stessa di Julian Assange negli Stati Uniti. Per questa ragione, la giustizia britannica aveva inizialmente respinto la richiesta, presentata il 25 settembre scorso, del giudice spagnolo de la Mata di sentire la testimonianza di Assange attraverso uno strumento chiamato Ordine Europeo di Indagine. Secondo El País, il rifiuto aveva creato non pochi “imbarazzi nei circoli legali” di Londra perché simili richieste vengono in genere approvate “in maniera automatica”.

La decisione iniziale delle autorità giudiziarie britanniche era così insolita e ingiustificata, tanto da rivelare apertamente le pregiudiziali anti-Assange, che è stata ribaltata nei giorni scorsi. Il via libera concesso al giudice spagnolo per sentire Assange sulla vicenda UC Global deve avere in ogni caso creato qualche apprensione all’interno del governo di Londra. Il procedere dell’indagine metterà infatti sempre più in luce il comportamento criminale dei governi che hanno orchestrato la persecuzione di Assange, alimentando la crescente opposizione internazionale e le richieste per una liberazione immediata.

Il collegamento tra UC Global e la CIA o, comunque, tra la compagnia spagnola e l’indagine su Assange della giustizia americana era stato confermato da un’altra rivelazione apparsa a inizio novembre su El País. Il quotidiano era entrato in possesso di alcune e-mail inviate da David Morales ai suoi dipendenti nel marzo del 2017 e l’indirizzo IP di questi messaggi indicava la sua presenza in quel periodo nella città di Alexandria, nello stato americano della Virginia.

Questa località, a una manciata di chilometri da Washington e dalla sede della CIA, ospita il tribunale federale che sta indagando su Assange e che ha sottoposto la richiesta di estradizione alle autorità britanniche. Morales si trovava in Virginia proprio in concomitanza con la pubblicazione da parte di WikiLeaks della raccolta di documenti nota come “Vault 7”, relativi alle attività illegali di spionaggio e cyber-sorveglianza su scala globale della principale agenzia di intelligence USA.

Anche se El País non dispone di elementi per confermare le ragioni della trasferta americana di Morales, è altamente probabile che quest’ultimo avesse fornito la propria testimonianza in merito al lavoro della sua compagnia nell’ambasciata ecuadoriana di Londra ai danni di Assange.

Morales è comunque un assiduo frequentatore degli Stati Uniti. Altre informazioni sui suoi spostamenti lo davano ad esempio spesso a Las Vegas, ospite del miliardario americano Sheldon Adelson, per il quale aveva lavorato. Adelson è uno dei più generosi finanziatori del Partito Repubblicano, nonché amico personale del presidente Trump. Da ricordare infine riguardo David Morales è anche che uno dei dipendenti della sua società risulta essere un ex agente della CIA.

Com’è sempre accaduto finora, l’apparire di elementi potenzialmente favorevoli alla battaglia legale di Julian Assange è finito sotto il fuoco incrociato della stampa ufficiale, soprattutto negli Stati Uniti. Il New York Times, tra gli altri, è intervenuto tempestivamente per cercare di minimizzare la questione della sorveglianza condotta da UC Global. La tesi di questi media, che agiscono di fatto da portavoce del governo e dei servizi di sicurezza americani, è che la scandalosa violazione della privacy e dei diritti democratici di Assange è in sostanza giustificata e legittima a fronte delle implicazioni per la “sicurezza nazionale” del suo caso.

La vicenda di Assange ha una serie di risvolti che ne fanno una questione di importanza enorme, non solo per il pericolo che sta correndo la sua stessa vita. L’incriminazione, l’eventuale estradizione e condanna del fondatore di WikiLeaks rappresenterebbero un colpo mortale alla libertà di stampa, dal momento che la sua organizzazione null’altro ha fatto se non svolgere in pieno uno dei compiti del giornalismo, cioè pubblicare documenti di assoluto interesse pubblico che i governi intendono tenere nascosti.

Come dimostrano inoltre gli ultimi sviluppi del caso, in gioco ci sono anche altri diritti democratici fondamentali, messi in pericolo dal tentativo sistematico di cancellare i principi del giusto processo, fissati in primo luogo proprio dalla Costituzione americana. L’intenzione dei governi di Londra e Washington, in collaborazione con quelli di Ecuador, Svezia e Australia, è dunque di fare di Assange un esempio per soffocare qualsiasi voce libera che si opponga alle loro manovre e ai loro crimini.

Davanti a queste forze, sostenute da un apparato mediatico non meno potente, la battaglia per la difesa di Assange non potrà essere vinta affidandosi soltanto al diritto e agli scrupoli democratici di esponenti del potere giudiziario gravemente compromessi con la classe politica britannica e americana. Solo una mobilitazione dal basso che unisca la voce del giornalismo libero e dell’opinione pubblica internazionale sarà in grado di difendere Assange e i principi democratici messi in serio pericolo dalla sua persecuzione.

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