Il ritiro del proprio ambasciatore da un determinato paese è una delle misure più drastiche che un governo possa adottare durante una crisi diplomatica e può talvolta anticipare la rottura totale delle relazioni bilaterali. Un fatto esattamente di questa gravità si è verificato nel fine settimana e ha coinvolto Francia e Turchia, cioè due alleati formali nel quadro della NATO. I rapporti tra Parigi e Ankara sono in rapido deterioramento e questo processo è dovuto, da un lato, a fattori di crisi con cui entrambi i governi devono fare i conti sul fronte interno e, dall’altro, al ripetuto scontro tra i rispettivi interessi economici e strategici in alcuni dei conflitti più caldi che si stanno consumando dal Nordafrica alla regione caucasica.

A riaccendere i toni è stata la risposta del presidente francese Macron al brutale assassinio, avvenuto il 16 ottobre scorso, dell’insegnante Samuel Paty per mano di un 18enne di origini cecene avvicinatosi agli ambienti del fondamentalismo islamico. Paty era stato preso di mira da una campagna che intendeva fargli pagare in qualche modo il fatto di avere mostrato ai suoi studenti le offensive caricature del profeta Muhammad, pubblicate dal giornale satirico Charlie Hebdo, per stimolare una discussione sulla libertà di espressione.

Il governo di Parigi aveva subito presentato una nuova legge destinata a mettere fine a quello che viene definito come il “separatismo islamico” nella società francese. Scritta dal primo ministro, Jean Castex, la legge rappresenta un altro attacco alla libertà religiosa in Francia, questa volta attraverso il sostanziale controllo dello stato sulla pratica della fede islamica e l’imposizione di una sorta di giuramento di fedeltà alla repubblica da parte di enti e organizzazioni non solo religiose, ma anche operanti in ambito politico e sociale.

Praticamente tutta la classe politica francese è salita sul carro dell’anti-islamismo negli ultimi giorni, mostrando in più di un’occasione atteggiamenti apertamente intolleranti e razzisti. Particolare rumore ha fatto tra la comunità musulmana l’uscita del ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, lamentatosi della presenza di cibo halal, cioè preparato secondo le prescrizioni islamiche, nei supermercati francesi.

La criminalizzazione dell’Islam da parte del governo di Parigi ha scatenato proteste e provocato denunce in moltissimi paesi, innescando anche una campagna di boicottaggio dei prodotti francesi di esportazione, la quale a sua volta è stata denunciata duramente dall’Eliseo. Lo scambio più pesante di accuse e insulti si è registrato appunto tra Macron e il presidente turco Erdogan. Quest’ultimo nel fine settimana ha attaccato Macron per l’attitudine mostrata nei confronti dell’Islam, per poi suggerire che il collega francese necessiti di un qualche “trattamento mentale”.

Parigi, per tutta risposta, ha richiamato il proprio ambasciatore ad Ankara “per consultazioni”, mentre Macron ha rilanciato nella notte di domenica scrivendo su Twitter in lingua inglese e in arabo che il suo governo non intende fare nessun passo indietro sulla guerra all’Islam, sia pure “nel rispetto di tutte le differenze e in uno spirito di pace”. Il ministero degli Esteri ha invece denunciato la già ricordata campagna di boicottaggio anti-francese partita in alcuni paesi musulmani.

Lo scontro si è allargato poi ad altri paesi, col rischio di moltiplicare le crisi diplomatiche provocate dalle decisioni prese a Parigi. Lunedì, il governo pakistano ha ad esempio convocato l’ambasciatore francese a Islamabad, dopo che il giorno prima il presidente, Imran Khan, aveva anch’egli condannato il comportamento di Macron. Una presa di posizione pubblica contro la Francia l’ha adottata anche il Marocco, il cui ministero degli Esteri ha spiegato che “la libertà di espressione non può per nessuna ragione giustificare provocazioni, offese e insulti contro la religione musulmana”.

In tutte le accesissime dichiarazioni dei governi coinvolti nella polemica in atto vanno ricercate motivazioni in parte legate ai problemi che essi stanno in varia misura affrontando sul fronte domestico. In particolare, dietro il paravento della difesa dei valori del secolarismo repubblicano, Macron sta per l’ennesima volta cercando di compattare l’opinione pubblica francese attorno a un appello nazionalista per alimentare un clima di isteria anti-islamica. Con una retorica tipica dell’estrema destra, l’inquilino dell’Eliseo spera in questo modo di distogliere il più possibile l’attenzione dal bilancio reazionario della sua amministrazione e, più concretamente, dalle responsabilità per il diffondersi dell’epidemia di Coronavirus che sta facendo segnare un numero di contagi da record e ha di recente richiesto l’imposizione di altre impopolari misure restrittive.

D’altro canto, la risposta di Erdogan e i suoi attacchi diretti contro Macron hanno in parte lo stesso obiettivo, viste le croniche difficoltà economiche della Turchia e la gestione ugualmente inefficace della pandemia. Erdogan, inoltre, continua a utilizzare la difesa della comunità musulmana come arma principale della politica estera turca e una campagna come quella scatenata contro la Francia serve perfettamente ai suoi scopi. Così come l’autoproclamazione di Macron a paladino della libertà di espressione è a dir poco risibile, anche la pretesa di Erdogan di essere il protettore dei popoli di fede musulmana è tuttavia fuori dalla realtà. Basti pensare alla partecipazione attiva di Ankara alla devastazione di svariati paesi islamici pianificata dall’Occidente in questi anni, come Siria e Libia.

A rendere esplosivo lo scontro diplomatico tra Francia e Turchia sono in ogni caso soprattutto ragioni di natura geo-politica e che, nel vortice di dichiarazioni, accuse e contro-accuse delle ultime ore, il ministro per gli Affari Europei del governo Macron ha tra gli altri spiegato con sufficiente chiarezza. Clément Beaune ha lamentato cioè “la strategia politica offensiva, provocatoria e aggressiva della Turchia” contro gli alleati di Parigi. I fronti più caldi in questo senso sono il Mediterraneo orientale, la Libia, la Siria e, da ultimo, il Nagorno-Karabakh.

In tutte queste crisi, Parigi e Ankara si ritrovano su fronti opposti e il pericoloso peggioramento dei rapporti tra i due paesi è fortemente indicativo delle tensioni e delle forze centrifughe che stanno lacerando la NATO. Nelle dispute territoriali e soprattutto per il gas nel Mar Mediterraneo, la Francia appoggia in pieno la Grecia contro la Turchia e in quest’area le forze navali dei paesi coinvolti sono già arrivate in più di un’occasione vicine allo scontro.

In Libia, Parigi appoggia, anche se non ufficialmente, le forze del maresciallo Haftar e il sostegno turco al governo rivale di Tripoli, riconosciuto dall’ONU, costituisce una minaccia agli interessi energetici francesi nell’Africa settentrionale. Lo stesso dicasi per il teatro di guerra siriano, dove il riferimento della Francia sono in primo luogo le milizie curde, nemiche giurate di Ankara.

La guerra in corso da qualche settimana nel Caucaso ha innestato infine un nuovo elemento di scontro. Erdogan è a fianco dell’Azerbaigian nel conflitto con l’Armenia per l’enclave del Nagorno-Karabakh, vedendo nel tentativo di Baku di riconquistare una regione che è da tre decenni sotto il controllo della maggioranza di etnia armena un modo per avanzare le proprie ambizioni da grande potenza. Parigi, al contrario, è schierata con Yerevan, sia per il peso della forte minoranza armena che vive in Francia sia soprattutto per via della rivalità con la Turchia.

Proprio attorno alla crisi del Nagorno-Karabakh, i governi di Parigi e Ankara si sono già scambiati pesantissime accuse reciproche e gli eventi delle ultime settimane hanno prospettato il rischio dell’allargamento del conflitto ad altri paesi. Oltre a un possibile intervento diretto di Russia, Turchia, Iran o degli stessi Stati Uniti, la guerra nel Caucaso minaccia anche di coinvolgere la Francia, che si ritroverebbe appunto per la prima volta a combattere sul campo, e con tutte le conseguenze del caso, un alleato formale del Patto Atlantico.

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