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25 Giugno 2017
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ICI, UN GOVERNO FUORI DAL “COMUNE”

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di Giovanni Cecini

Il referendum confermativo dell’autunno 2001, invertendo il titolo V della Costituzione e avviando il primo abbozzo di federalismo (voluto dall’Ulivo e criticato dalla Lega perché troppo tiepido), investì gli enti locali di nuovi onori e oneri. A tali disposizioni le giunte e i consigli comunali si dovettero attenere, anche in sussidiarietà con il governo centrale, nella speranza di far quadrare i bilanci in parte con le imposte locali e in parte con gli stanziamenti nazionali. Già nella legislatura 2001-2006 il governo limitò una parte importante di questi ultimi, nella rincorsa ai tagli, ma le iatture per i comuni non dovevano finire. Berlusconi lo aveva promesso per due campagne elettorali di seguito: se vengo scelto a guidare ancora il governo nazionale, tolgo l’Ici. Nel 2006 per una manciata di voti aveva dovuto cedere il passo a Romano Prodi, ma nel 2008 il Cavaliere ha convinto gli italiani, ha vinto lo scontro elettorale e a tempo di record ha varato il provvedimento per abolire l’imposta comunale sulla prima casa, già dalla scadenza di giugno. Il popolo dei contribuenti, prima ancora di quello delle Libertà, ha plaudito all’evento come panacea di tutti i mali, contro un tributo considerato da molti vessatorio e ingiusto. Però i conti si fanno in genere con l’oste e i sindaci, come comprensibile, non hanno gradito molto lo sconto fiscale deciso a Roma, senza esserne nemmeno interpellati. I comuni, nella loro parziale autonomia operativa e fiscale, si basavano sull’imposta locale sugli immobili proprio come entrata principale e fondamentale per la copertura di molti dei servizi garantiti al cittadino: trasporti, asili nido, mantenimento di strade e uffici amministrativi. Appare quindi chiaro che, a partire dal Campidoglio fino ai piccoli municipi montani, i primi cittadini sono stati obbligati a imboccare serie misure come reazione alla detassazione voluta dal governo: ridurre o quanto meno ridimensionare i servizi erogati oppure provvedervi con altrettante entrate alternative, a partire da multe o innovative gabelle.

A giugno tutto questo, a costo di qualche mugugno, era cosa ormai digerita, quando nel cuore dell’estate, nella sera di Ferragosto, il più federalista dei ministri del governo, Umberto Bossi, dal tradizionale palco bresciano di Ponte di Legno, solleva di nuovo il problema. Promette di mettere le cose a posto: “L’Ici la rimetto”. Contro ogni ipotesi di accusa di appartenere al governo “delle tasse”, ha aggiunto pure che questa parziale retromarcia non sarebbe un aggravio per le tasche del contribuente, ma piuttosto un’azione legittima e in favore del cittadino. Il federalismo, suo ventennale cavallo di battaglia, impone che le regioni, le province e i comuni possano direttamente utilizzare i soldi delle comunità locali, senza interferenze di Roma o delle altre zone sprecone del Paese. Solo una fiscalità autonoma e indipendente, più vicina al contribuente, è la migliore garanzia che i tributi siano spesi solo e unicamente per il vantaggio di chi produce e paga le tasse. Sulla stessa lunghezza d’onda appare un altro ministro del Caroccio, Roberto Calderoli, che dal suo incarico di Semplificazione legislativa propone la decimazione del numero delle imposte, per una sola a unico vantaggio dei comuni, sgravando la collettività di inutili impasti burocratici e passaggi intermedi mangiasoldi.

Ancora non si hanno repliche ufficiali del premier o del suo “ragioniere” nonché più bossiano tra i berluscones, ministro delle Finanze Giulio Tremonti. Però è facile capire che, all’indomani delle lodi di Newsweek sull’esemplare condotta del Berlusconi IV, queste affermazioni del Senatùr possano creare qualche mal di pancia all’interno della maggioranza. Ne sono esempio le prime affermazioni di Fabrizio Cicchitto e di Tommaso Foti, deputati del Popolo delle Libertà, che vogliono ribadire la differenza tra i tagli dell’attuale governo e le vessazioni tributarie volute dai vari Amato e Prodi negli ultimi anni.

Nascono quindi spiragli di alleanze trasversali, ipotesi di dialogo alternativo, se si considera che proprio città come Venezia o Torino hanno come primi cittadini, esponenti di punta dell’intellighenzia di Sinistra. Massimo Cacciari e Sergio Chiamparino, omologo ombra di Bossi come ministro delle Riforme, sono interlocutori obbligati, se la Lega vuol imporre i suoi diktat agli alleati di governo, trovando consensi al di là del guado. Però sia l’opposizione sia i sindacati sembrano profondamente contrari al ritorno al passato, dopo aver subito accuse su accuse del Cavaliere per aver fatto tirar la cinghia agli italiani, mentre lui in cento giorni ha abolito l’Ici e detassato gli straordinari.

Intanto si registra una prima importante reazione proviene dall’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) e dal suo vicepresidente, il sindaco di Ancora Fabio Sturani, che si mostra preoccupato dalle posizioni ondivaghe del governo, fino ad oggi poco attento alla stabilità economica dei comuni. Il carico funzionale, voluto dal federalismo sia di Sinistra che di Destra, non è oggi equilibrato da altrettanta autonomia decisionale e dalla possibilità di copertura finanziaria adeguata.

Comunque vadano le cose, il sole scotta ancora e Bossi potrebbe osare ancora di più. Se Famiglia cristiana avesse ancora da ridire sui provvedimenti fascisti e xenofobi del governo, il Nord potrebbe proporre la reintroduzione dell’Ici anche per gli enti religiosi, di cui Roma ladrona è ben fornita.

 

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