Trump e l'enigma dello “shutdown”

di Mario Lombardo

Allo scoccare del 32esimo giorno di chiusura forzata di una parte degli uffici federali americani, le prospettive per la risoluzione della crisi politica in atto negli Stati Uniti attorno al cosiddetto “shutdown” continuano a scontrarsi con le posizioni ancora inconciliabili della Casa Bianca e della leadership democratica al Congresso.   Malgrado i toni dello scontro, è fondamentale...
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Nicaragua, la coda del terrore

di Fabrizio Casari

Un agguato criminale a colpi di kalashnikov è costato la vita a quattro agenti della Polizia Nazionale del Nicaragua, che mentre viaggiavano bordo di un pick-up sono stati crivellati di colpi. Gli autori del massacro appartengono alla banda denominata “El Jobo”, criminali nicaraguensi e narcos che operano dal territorio della...
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di Antonio Rei

Non gli conviene, lo sa benissimo. I numeri gli danno torto e la sua carriera rischia di implodere subito dopo aver toccato l'apice. Eppure, a questo punto, è addirittura probabile che Mario Monti si candidi alle prossime elezioni politiche. Se non per convinzione, quantomeno per obbedienza, visto che da settimane subisce pressioni indicibili dai suoi principali referenti: i tecnocrati europei e il gotha finanziario.

Non c'è dubbio che da Bruxelles e Francoforte arrivino i messaggi più espliciti. L'ultimo in ordine di tempo è stato quello di Mario Draghi: "Le riforme economiche danno frutto, anche se, nel breve termine, il costo per i cittadini è considerevole - ha detto ieri il presidente della Bce davanti al Parlamento europeo -. Ma le riforme sono il giusto corso e i governi devono perseverare. L'aggiustamento dei conti è visibile, ad esempio, guardando all'aumento dell'export in Italia, Spagna, Irlanda e Portogallo". Inevitabile leggere in queste parole un invito al nostro Paese, chiamato a proseguire lungo la strada tracciata del Professore.

Sempre ieri, un'altra pacca sulla spalla del Premier è arrivata dalla Commissione europea, che ha dato il via libera alla ricapitalizzazione del Monte dei Paschi di Siena tramite 3,9 miliardi di euro in "Monti bond". Aiuti di Stato, per intenderci, che solitamente a Bruxelles non vedono affatto di buon occhio.

Fin qui gli ultimi segnali della comunità internazionale, che si sommano alle esortazioni sfacciate arrivate nei giorni scorsi dai più influenti leader europei. Su tutti la cancelliera tedesca, Angela Merkel, che ha lasciato intendere chiaramente la sua predilezione per Monti. Ma non basta: il Partito popolare europeo si è prodotto in una serie di anatemi anti-berlusconiani per sottolineare il contrasto con la presunta lungimiranza del Professore, mentre l'ambasciatore Usa in Italia ha composto l'ennesimo panegirico del montismo.

In tutti questi casi l'obiettivo più ovvio è evitare che in Italia prenda il potere un governo credibile di centrosinistra, il quale rischierebbe d'indebolire il teorema del turbomonetarismo all'europea, danneggiando i signori della speculazione.

In questo turbine di smancerie, per il momento, il diretto interessato non si sbilancia. A ben vedere, tuttavia, anche dal fronte interno arrivano dei segnali che fanno pensare a una prossima discesa in campo del Professore. Ieri il governo ha presentato in commissione Bilancio al Senato un subemendamento per rinviare da gennaio ad aprile il pagamento della prima rata della Tares, la nuova (pesante) tassa sui rifiuti e su altri servizi comunali. Si tratta della correzione a un emendamento che a sua volta era stato presentato dall'Esecutivo un paio di giorni fa.

E' possibile che ci siano ragioni tecniche (sembra che ancora non sia affatto chiaro come calcolare il prelievo), ma è anche verosimile che lo slittamento sia riconducibile a motivi elettorali. Con il ricordo dell'Imu ancora fresco, come potrebbe il super-tecnico candidarsi alle elezioni mentre infligge l'ennesima stangata fiscale ai suoi connazionali?

C'è poi un'altra squadra di burattinai da tenere in considerazione. Oltre all'Europa, tifano per Monti anche i grandi poteri finanziari italiani. Parliamo di quello che una volta era conosciuto come "il salotto buono", riunito intorno al tavolo della Mediobanca di Enrico Cuccia. Grandi istituti di credito, grandi assicurazioni, grandi fondi d'investimento. Un intero universo che dopo Tangentopoli ha perso il suo naturale riferimento politico (la Dc), senza mai riuscire a far pace con la volgarità paesana del berlusconismo. Basti ricordare la guerra aperta dell'avvocato Agnelli contro l'ingresso del Cavaliere nel capitale di Mediobanca.

Sarà forse una speranza velleitaria, ma questi feudi oggi sognano che il Professore riesca a creare intorno a sé il nuovo, grande partito della borghesia italiana. Una destra liberista, europeista, fintamente cattolica e progressista, all'occorrenza trasformista. Una destra che finalmente se ne frega della Procura di Milano e tira dritto lungo la sua strada speculativa.

E' possibile che Monti riesca a resistere a questo genere di pressioni? Se si limitasse a valutare pro e contro, il Professore farebbe meglio a puntare sul Quirinale. Ma l'ambizione personale mal si concilia con una carica ingessata dalle strettezze della Costituzione. E allora ecco che d'improvviso si favoleggia di un nuovo soggetto politico: non certo il fantomatico "rassemblement" di cui vaneggia Berlusconi, ma una formazione che occuperebbe lo spazio lasciato vuoto dall'inconsistenza di Montezemolo.

Una visione realistica assegna a un partito del genere pochi voti (il 10%, a essere generosi). Ma in politica non è da sottovalutare l'effetto domino: cosa farebbero a quel punto i pidiellini scontenti? Meloni, Crosetto e La Russa stanno già abbandonando la nave e il Cavaliere potrebbe ritrovarsi ben presto molto più isolato di quanto temesse.

Un discorso speculare vale per il centrosinistra: Bersani accarezza in modo ambiguo una possibile alleanza con l'Udc, ma questa porterebbe certamente all'abbandono di Sel e probabilmente anche a una guerra civile nel partito. Casini non è un'alternativa presentabile per chi si ritiene di sinistra. Monti, invece... 

 

 

 

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