Giappone: Abe e la vittoria a metà

di Michele Paris

Se le elezioni di domenica per il rinnovo della metà dei seggi del Senato giapponese hanno premiato come previsto il Partito Liberal Democratico (LDP) di governo, il primo ministro Shinzo Abe ha visto sfumare uno degli obiettivi principali dell’appuntamento con le urne. I risultati hanno confermato l’attuale maggioranza alla camera alta (Camera dei Consiglieri) del parlamento di Tokyo...
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UE-Turchia, la guerra del gas

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Sarebbe dunque come minimo obbligatorio inserire almeno il doppio voto per restituire agli elettori la possibilità di votare il proprio partito e il proprio candidato, anche quando non facessero parte del medesimo schieramento. E' questione di sovranità popolare oltre che di correttezza politica.

In compenso, se venisse approvata così com’è, ci troveremmo di fronte ad un nuovo Parlamento nel quale il 63% dei suoi membri verrebbe scelto dai segretari di partito. Un tedesco alla ribollita, insomma. Lo stesso Grillo ha definito l’accordo “incomprensibile” per gli elettori, ma l’ansia di vincere fa premio su quella di convincere e i suoi post litigano ormai solo con quelli precedenti.

A parole tutti affermano di non voler aprire la crisi di governo, ma Gentiloni ha già capito come liberare i cassetti sia uno dei compiti di cui dovrà occuparsi a breve. Gli esponenti del PD, il partito che vuole più di ogni altro la crisi, anche per ribadire su basi più consone il nuovo patto del Nazareno, distribuisce a giorni alterni dichiarazioni al riguardo che dicono tutto e il contrario di tutto. Quando capisce che l’accelerazione verso le urne non è giustificabile di fronte agli elettori, per vigliaccheria politica butta la palla in calcio d’angolo, ricordando le procedure previste dalla Carta per le crisi di governo. Ma la cifra di Renzi è questa e le urne certificheranno il fastidio epidermico che il parolaio toscano provoca nell'elettorato.

Si ha un bel dire che tocca al Capo dello Stato sciogliere le Camere. Il Capo dello Stato, di fronte al venir meno della maggioranza parlamentare che sostiene il governo, non può che prendere atto della crisi. Da quindi il via alle consultazioni con i partiti e, sulla base di queste, assegna l’incarico di formare un nuovo governo o, nell’impossibilità di farlo, scioglie la legislatura aprendo la campagna elettorale.

La spinta verso le elezioni a settembre è notevole e viene in primo luogo dal PD e dalla Lega, con i Cinque stelle che hanno scelto il modo peggiore per entrare nel grande gioco politico. Renzi non ce la fa più a restare lontano da Palazzo Chigi, i suoi riferimenti (quasi tutti occulti) rischiano di scoprire la relatività assoluta della leadership del PD se essa non produce l’arrivo al governo. Come ha rivelato Alfano, da oltre due mesi Renzi gli chiede di far cadere il governo Gentiloni: dopo aver fatto cadere quello guidato da Letta e il suo, questo sarebbe il terzo governo che cadrebbe per il protagonismo del bulletto di Pontassieve. Ciò non solo sarebbe incomprensibile per militanti ed elettori del PD, ma soprattutto troverebbe ostacoli serissimi a Bruxelles oltre che nel Paese.

Berlusconi ha bisogno di far ripartire il Patto del Nazareno per mettere in sicurezza le sue aziende attraverso il suo ruolo specifico dentro un governo di unità programmatica con il PD. La Lega, dal canto suo, ha fretta di capitalizzare l’apparente successo di Salvini e, soprattutto, ha bisogno di sfidare Forza Italia fintanto che Berlusconi resta un leader dimezzato, causa ricorso pendente a Strasburgo che lo rende, al momento, in candidabile ed ineleggibile. Il M5S ritiene di essere il vincitore virtuale in pectore e teme che i rovesci di Roma possano ridurre sempre più la fiducia degli elettori sulla loro capacità di governo. Appare ormai chiaro che i grillini non posseggono una classe dirigente capace di far camminare la macchina amministrativa, figurarsi l’apparato burocratico-amministrativo adeguato ad un governo nazionale.

Ci sono diversi motivi, tutti di straordinario buon senso, che consiglierebbero fortemente di non andare alle urne prima del 2018. Intanto perché vi sono alcune leggi in calendario da approvare entro la fine della legislatura che rivestono assoluta importanza. Tra queste la depenalizzazione delle droghe leggere, il testamento biologico, la legge contro la tortura e lo Ius Soli. Un pacchetto di leggi inderogabili, che servono a portare l’Italia nel terzo millennio.

C'è poi una ragione di opportunità che ha un suo peso specifico: votare negli ultimi mesi dell’anno significa dare il via alla campagna elettorale nella fase in cui il Parlamento deve votare la legge di Bilancio, ovvero la legge fondamentale. Inserire la propaganda elettorale nella discussione sulla manovra e votarla mentre i parlamentari sono nei rispettivi collegi per la campagna elettorale, produrrebbe un caos continuo e metterebbe a rischio la discussione sugli indirizzi generali della manovra.

Infatti, è facile prevedere che, data la necessità di approvarla quale che sia, il più aderente possibile ai dettami della Commissione Europea, ci si troverebbe di fronte a una manovra ancora una volta a debito, composta da tagli, condoni e defiscalizzazioni per le imprese che rimanderebbe di altri 12 mesi l’appuntamento con la ripresa economica. E con la scusa dei tempi contingentati verrebbe approvata con il continuo ricorso al voto di fiducia, magari con un decreto omnibus dentro il quale le camarille della maggioranza troverebbero tutto ciò che serve ai loro sponsor.

Ad ogni buon conto il voto a Settembre appare difficile. La campagna elettorale, per legge, deve durare 54 giorni dal Decreto di scioglimento delle Camere firmato dal Presidente della Repubblica e dl momento che i tempi tecnici e politici di una crisi sono tutto meno che rapidi, fatalmente la campagna elettorale dovrebbe darsi tra la fine di Luglio e Agosto. La cosa appare decisamente improbabile prima che stupida. Per questo la minaccia è seria.

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