Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, il presidente (“speaker”) della Camera dei Rappresentanti di Washington è stato rimosso dal proprio incarico in seguito a una mozione di sfiducia approvata dall’aula. Il deputato repubblicano della California, Kevin McCarthy, è caduto sotto il fuoco dell’opposizione trumpiana interna al proprio partito, gettando nel caos la politica americana. Le conseguenze della nuova crisi si faranno sentire in primo luogo sulle trattative per il nuovo bilancio federale, ma con ogni probabilità anche sui tempi e le modalità di stanziamento dei prossimi “aiuti” economici e militari da inviare in Ucraina.

La stampa americana e gli stessi politici coinvolti nelle vicende di questi giorni hanno cercato di dare l’impressione di uno scontro tra personalità, motivato in primo luogo dal risentimento del protagonista del siluramento dello “speaker”, il deputato della Florida Matt Gaetz, per un procedimento di indagine ai danni di quest’ultimo e favorito dallo stesso McCarthy. Dietro al conflitto in corso in casa repubblicana ci sono al contrario profonde divisioni tra la classe dirigente d’oltreoceano che hanno a che fare soprattutto con i pericolosi livelli di indebitamento raggiunti dal governo federale e gli obiettivi di politica estera.

La mozione contro McCarthy è stata approvata martedì da una maggioranza di 216 a 210, con otto deputati repubblicani che hanno votato assieme a tutti i 208 colleghi democratici. Poco prima erano stati invece 11 i repubblicani che, sempre assieme al Partito Democratico compatto, avevano permesso all’istanza presentata da Gaetz di passare all’esame dell’aula. Gli otto repubblicani che hanno di fatto assestato la spallata a McCarthy fanno parte del cosiddetto “Freedom Caucus”, il gruppo parlamentare di estrema destra che fa riferimento a Donald Trump.

La mozione contro lo “speaker” della Camera è stata la conseguenza dell’accordo bipartisan siglato anche grazie a McCarthy per approvare, sabato scorso, una misura temporanea destinata a finanziare il bilancio federale fino al 17 novembre prossimo (“Continuing Resolution”), così da evitare il temuto “shutdown” e creare spazio per ulteriori trattative su un budget definitivo. Come voleva la destra repubblicana, il pacchetto provvisorio non includeva i sei miliardi di dollari chiesti dalla Casa Bianca da destinare all’Ucraina. Per contro, secondo Gaetz e i suoi alleati, non vi erano però sufficienti tagli alla spesa pubblica e misure per rafforzare le forze di polizia al confine con il Messico, in modo da rallentare i flussi migratori.

Gli oppositori di McCarthy avevano inoltre denunciato un presunto accordo tra lo “speaker” e l’amministrazione Biden per votare un provvedimento a sé stante sui fondi ucraini, possibilmente da oltre venti miliardi di dollari. Com’è ovvio, il fatto che il bilancio provvisorio sia passato con più voti democratici che repubblicani ha dato anche l’occasione a Gaetz e ai membri del “Freedom Caucus” di accusare McCarthy di agire nell’interesse dell’opposizione e non in quello della maggioranza.

Dal punto di vista procedurale, la caduta di McCarthy è il risultato dell’intesa che egli stesso aveva stipulato con l’estrema destra repubblicana lo scorso gennaio e che gli aveva permesso appunto di assicurarsi la carica di “speaker”. Vista la maggioranza risicata ottenuta dopo le elezioni di “metà mandato” dell’autunno 2022, McCarthy era stato costretto a fare una serie di concessioni ai membri del “Freedom Caucus” per garantirsi il loro voto. In cambio del sostegno alla candidatura a presidente della Camera, questi ultimi avevano chiesto e ottenuto, tra l’altro, che anche un solo deputato avrebbe avuto la facoltà di presentare una mozione di sfiducia contro lo “speaker” e che le misure relative al bilancio federale sarebbero state discusse e votate dall’aula singolarmente e non accorpate in un unico pacchetto.

La prima di queste due condizioni ha così permesso a Gaetz di introdurre la mozione di sfiducia e la seconda, che sarebbe stata violata da McCarthy, è una delle giustificazioni del voto di martedì contro lo “speaker”. McCarthy ha comunque escluso una sua ricandidatura. Il candidato più logico alla successione sarebbe il leader di maggioranza, Steve Scalise, ma da qualche tempo è affetto da una grave malattia che ne limita in parte l’attività. Finora, l’unico a lanciare la propria candidatura è stato il deputato dell’Ohio, Jim Jordan, riconducibile alla destra del Partito Repubblicano ma schieratosi a favore di McCarthy nella battaglia appena conclusa in aula.

Le trattative sul nome del prossimo “speaker” si prospettano complicate. La minoranza trumpiana continuerà a detenere una sorta di veto sul successore di McCarthy, mentre se la leadership repubblicana dovesse decidere di cercare i voti democratici, la destra del partito avrebbe una nuova arma di propaganda per attaccare i rivali interni. La seconda opzione finirebbe per favorire la campagna elettorale di Trump, alimentando la retorica anti-sistema dell’ex presidente, già in vantaggio nei sondaggi su Joe Biden.

Il Partito Democratico ha stabilito martedì di non venire in soccorso di McCarthy, ma la destabilizzazione che ne è derivata in casa repubblicana ha implicazioni profonde anche per la Casa Bianca. È probabile che i democratici abbiano ritenuto lo “speaker” appena deposto non più in grado di garantire determinati equilibri alla Camera visto che era in sostanza ostaggio del “Freedom Caucus”. Con la sua uscita di scena, l’amministrazione Biden e i leader democratici sperano quindi di insediare un nuovo “speaker” che abbia sotto controllo la situazione e presti attenzione alle richieste dell’opposizione, tra cui dovrebbe evidentemente cercare i voti per ottenere la carica ora vacante.

La priorità assoluta in questo momento per i democratici e il presidente è evidentemente la continuità degli aiuti all’Ucraina, messi in serio dubbio dalle vicende relative al nuovo bilancio federale e al conflitto interno al Partito Repubblicano. Negli ultimi giorni si sono infatti moltiplicati i segnali di allarme circa l’esaurimento dei fondi e delle riserve di armi per il regime di Zelensky. Uno stop al flusso di denaro ed equipaggiamenti militari risulterebbe letale per Kiev, mettendo in crisi anche la strategia anti-russa degli Stati Uniti.

L’attitudine al Congresso nei confronti dell’Ucraina è comunque in rapido cambiamento e sono in molti, anche se tuttora in netta minoranza, a mettere in discussione le politiche della Casa Bianca in questo ambito. Il deterioramento del quadro economico, l’aumento dei flussi migratori e il consolidarsi di un movimento globale che si oppone al monopolio occidentale delle istituzioni economiche e finanziarie internazionali rendono ancora più evidente il fallimento di Biden sul fronte russo-ucraino, così da favorire sempre di più l’opposizione all’esborso di somme esorbitanti per Zelensky e la sua cricca.

Quel che è certo è dunque che le ultime notizie provenienti da Washington aggiungono un altro grattacapo per la Casa Bianca e il regime ucraino. Resta però da vedere quali saranno le eventuali contromisure del governo USA per correre ai ripari ed evitare una nuova umiliazione sul fronte estero. Qualcuno ha sostenuto che in questo scenario gli Stati Uniti potrebbero essere tentati di mettere in atto una qualche provocazione – o “false flag” – in Ucraina attribuendone la responsabilità alla Russia in modo da facilitare un’escalation della guerra attraverso l’intervento diretto della NATO o, quanto meno, per convincere gli scettici a non fare passi indietro sugli “aiuti” a Kiev.

Per il momento, la carica di “speaker” ad interim è stata assunta dal deputato della North Carolina, Patrick McHenry, considerato molto vicino a McCarthy. Sulla carta, McHenry ha la possibilità di esercitare in pieno le funzioni previste dalla carica, ma è improbabile che decida di procedere con votazioni su temi delicati in questa fase. Infatti, la Camera ha sospeso le sedute fino alla prossima settimana, quando i deputati saranno in teoria chiamati a scegliere il nuovo “speaker”. È difficile tuttavia che un accordo sul nome venga raggiunto prima di un assestamento del conflitto politico sui temi dell’immigrazione, dei tagli alla spesa pubblica e dei finanziamenti all’Ucraina.

Come accennato all’inizio, non era mai successo prima che un presidente della Camera dei Rappresentanti americana fosse sollevato dal suo incarico con un voto dell’aula. L’ultimo ad affrontare una mozione di questo genere fu Joseph Cannon nel 1910, ma riuscì a evitare la sfiducia. In realtà, la crisi politica negli USA in tempi più recenti aveva già toccato la posizione di altri “speaker” repubblicani, i quali però decisero o di non ricandidarsi o di dimettersi prima di un voto di sfiducia che appariva ormai certo. Furono queste le scelte che fecero i due predecessori repubblicani di McCarthy, rispettivamente Paul Ryan nel 2019 e John Boehner nel 2015.

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